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sabato 23 Ottobre 2021
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Aborto: la rivoluzione in Sudamerica parte dal Messico?

Negli ultimi giorni i diritti delle donne texane hanno subìto una brusca battuta d’arresto, giacché la Corte Suprema statunitense ha rigettato la richiesta di bloccare l’entrata in vigore della nuova ed estremamente restrittiva legge contro l’aborto. La nuova legge contro l’aborto (e contro le donne) vieta l’interruzione volontaria di gravidanza dopo sei settimane di gestazione, senza eccezioni nei casi di stupro e incesto. Inoltre, la decisione di ridurre l’arco temporale a solo sei settimane è dettata dall’espressa volontà di ostacolare una scelta libera, consapevole e ponderata da parte delle donne, così come di non voler garantire il lasso di tempo necessario per poter effettuare gli accertamenti fondamentali sullo stato di salute del feto.

 

La “rivoluzione messicana”

Tuttavia, oltre il confine texano la situazione è nettamente differente, in quanto la Suprema Corte de Justicia de la Nación (SCJN) del Messico, con una sentenza storica, ha depenalizzato l’interruzione volontaria della gravidanza. Nel corso della sessione plenaria svoltasi il 6 e 7 settembre, la SCJN di Coahuila ha dichiarato, all’unanimità, l’incostituzionalità delle sanzioni dello stato di Coahuila contro la donna che interrompe volontariamente la gestazione.

Le donne che decidevano di abortire volontariamente, e coloro che la avevano aiutata, erano perseguibili con periodi di reclusione della durata da uno a tre anni e, inoltre, la SCJN ha annunciato che nessun giudice può punire una donna per aver preso questa decisione. Il giudice Luis María Aguilar Morales, che ha redatto il progetto della sentenza, ha motivato la decisione con queste parole: “Mai più una donna e una persona con capacità di gestazione* dovranno essere perseguite penalmente. Oggi è stata bandita la pena del carcere e lo stigma che grava sulle donne che decidono liberamente di interrompere la gravidanza”. Questa sentenza storica abroga l’articolo 196 del Codice penale dello stato di Coahuila, convertendolo nel quinto stato messicano dove l’interruzione di gravidanza può essere praticata in totale libertà e senza condizioni entro le 12 settimane di gestazione.


Inoltre, non solo la sentenza della Corte Suprema incide direttamente nel Codice penale dello stato di Coahuila, ma crea un precedente vincolante per tutti i tribunali del Messico, poiché stabilisce i criteri obbligatori ai quali dovranno uniformarsi tutti i giudici, sia a livello locale che federale. La sentenza della SCJN non implica un’applicazione immediata in tutto il Paese, ma stabilisce un criterio per i giudici in tutto il Paese e apre la strada a un possibile adeguamento di altre leggi statali che considerano l’aborto come un reato.


La decisione è stata accolta con grande fermento da parte dei movimenti femministi messicani e latinoamericani, delle organizzazioni no governative e delle associazioni in supporto ai diritti umani, che hanno lavorato sinergicamente per conquistare questo risultato. L’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani in Messico (UN-DH) ha ribadito la necessità di applicare questa sentenza in tutto il paese e che nessuna donna venga nuovamente criminalizzata per aver interrotto la gravidanza, in linea con gli standard internazionali. A sua volta, Amnesty International Messico ha sottolineato: “Questo importante progresso nei diritti umani è anche una conquista di vari movimenti femministi, donne e donne incinte”.

È bene ricordare che in Messico il 31,2% delle adolescenti di età compresa tra 15 e 19 anni ha iniziato la propria vita sessuale e più della metà (56%) di loro è rimasta incinta. Queste cifre portano il Messico al primo posto delle gravidanze adolescenziali nell’OCSE, che è passata da 30 a 37 ogni mille donne tra il 2005 e il 2011. 



Il Messico aprirà la strada all’aborto nel resto dell’America Latina?

Dal 2018, il pañuelo verde (fazzoletto verde, ndr) è stato adottato come emblema che articola le rivendicazioni per i diritti riproduttivi in America Latina, nonché è l’erede storico del fazzoletto bianco delle Madri di Plaza de Mayo. Questo simbolo lega i collettivi e i movimenti femministi dell’America Latina nella comune lotta per affermare i diritti inviolabili delle donne.


Infatti, ad oggi, l’aborto è legale in solo cinque stati della regione: Uruguay, Argentina, Cuba, Guyana e Porto Rico. Questi Paesi sono delle poche eccezioni in un continente ancora fortemente legato ai dettami della chiesa cattolica ed evangelista e, in particolare, ad una cultura patriarcale che perpetua discriminazioni sistematiche ai danni delle donne.

Inoltre, vige il divieto, senza eccezioni, dell’interruzione volontaria della gravidanza ed è disciplinato dai codici penali di alcuni stati dell’America Centrale, quali El Salvador, Honduras, Nicaragua, Repubblica Domenicana e Haiti. Nel resto dell’America Latina, tutti gli stati assicurano alcune cause, in misura maggiore o minore, per l’interruzione della gravidanza. In Paraguay, Venezuela, Guatemala, Perù e Costa Rica si applicano alcune delle leggi più restrittive e depenalizzano l’aborto solo nel caso in cui la vita o la salute della donna incinta sia in pericolo. Alcuni paesi, come Cile, Colombia e Brasile, includono nei loro codici penali anche le variabili di stupro e malformazione del feto. Infine, la Bolivia include la causa dell’incesto e, nel caso del Belize, i fattori socioeconomici, mentre in Ecuador ci sono tre cause in cui l’aborto è consentito: rischio della vita o della salute della gestante, malformazione del feto e stupro della donna. Tuttavia, la variabile più importante, ovvero garantire alle donne la possibilità di scelta sul proprio corpo e di poter accedere all’interruzione di gravidanza in modo libero, sicuro e gratuito, non è ancora contemplata.


Roberta Pignatelli

Roberta Pignatelli
Classe 1991, pugliese al 100% ma con un'anima latina. Ho studiato Scienze Politiche a Bari, per poi completare gli studi in Relazioni Internazionali presso l’Università di Torino. Attualmente, sto terminando il master in Relazioni Internazionali America Latina- Unione Europea, presso l’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, e il tirocinio presso la Missione Permanente del Cile dell’ONU a Ginevra. L’America Latina, con i suoi colori e le sue contraddizioni, mi ha sempre ammaliato e incuriosito ed è stato inevitabile scegliere di specializzarmi sul _Continente desaparecido._ La scelta di collaborare con Tomorrownews nasce dalla voglia di raccontare questa parte del mondo così lontana e spesso sconosciuta, toccando temi di cultura, attualità e politica. Inoltre, è impossibile parlare dell’America Latina senza raccontare le quotidiane lotte dei collettivi e dei movimenti femministi per difendere i propri diritti, ricordano al mondo che “una crisi politica, economica o religiosa sarà sufficiente per mettere in discussione i diritti delle donne”.

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