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lunedì 23 Novembre 2020
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Albania e Macedonia del Nord, avviati i negoziati di adesione all’UE

Riprende l’allargamento ad est?

Passata sottotraccia per via degli aggiornamenti quotidiani sul Coronavirus, la notizia che Albania e Macedonia del Nord abbiano intrapreso l’iter burocratico per accedere all’Unione Europea è stata riportata da diversi quotidiani, senza ricevere però la dovuta attenzione. Bruxelles ha deciso di avviare i negoziati di adesione, il cui percorso tuttavia non è così immediato né banale. Questi negoziati infatti sono caratterizzati da una durata estremamente variabile, a seconda della capacità dei singoli paesi di recepire le richieste di Bruxelles di modifica degli ordinamenti interni. Verrà valutata dunque l’idoneità a entrare nel gruppo di nazioni che compongono quello che oggi appare essere un progetto politico in forte crisi. “Rapidi progressi verso migliori salari, condizioni di lavoro e diritti sindacali in Albania e Macedonia del Nord dovrebbero costituire una parte importante del loro processo di adesione all’UE” – ha dichiarato Luca Visentini, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati.

Ma chi sono esattamente questi due piccoli paesi che hanno deciso di intraprendere il percorso per l’ingresso nell’Unione? Si tratta di due giovani democrazie “figlie” del crollo del muro di Berlino del 1989 e della fine dell’influenza sovietica in Jugoslavia e cinese in Albania. Il loro ingresso in Europa permetterebbe loro oggi di sottrarsi alle tentazioni della Russia di Putin, sempre vigile per il controllo della regione balcanica.

 

Macedonia del Nord (e non di frutta)

Fin dove siete disposti a spingervi pur di entrare nell’Unione Europea? È quello che si devono essere chiesti anche i dirigenti dello Stato macedone, che nel 2019 hanno scelto di cambiare nome al Paese dopo una decennale diatriba con la Grecia. Fino al 2019 infatti il piccolo paese balcanico si chiamava Repubblica di Macedonia – sì, come il ben più conosciuto dessert. Le ragioni per cui la Grecia aveva costantemente imposto il veto per l’ingresso dello Stato all’interno dell’UE sono storico-culturali. I greci ritengono infatti che la sola e autentica Macedonia sia la regione all’interno della Grecia, quella che diede i natali ad Alessandro Magno. Cambiare il nome del proprio paese, aggiungendo il suffisso “del Nord”, è il compromesso che d’élite macedone ha dovuto accettare per l’avvio dei negoziati di adesione all’Unione.

A causa degli scontri avvenuti nel 2015 nella parte settentrionale dei propri confini, a Kumanovo, il paese sembrava sull’orlo di una guerra civile tra le forze regolari e le milizie panalbanesi. Ciononostante, con la fine del governo di Nikola Gruevski il piccolo Stato dell’ex Jugoslavia ha posto le basi per il proprio rilancio.

In primo luogo la Macedonia del Nord è entrata formalmente nella Nato, come trentesimo membro. Ciò, per inciso, testimonia la volontà dell’Alleanza Atlantica di espandersi verso Est, al pari dell’Unione Europea. Questo piccolo paese non può certo vantare né capacità belliche significative né un’economia prorompente. Quali sono dunque i suoi punti di forza?

Essenzialmente può contare sulla sua strategica posizione geografica, crocevia per la rotta balcanica dei profughi siriani, oltre che sulla sua composizione demografica-linguistica. Il 25% della popolazione parla albanese, mentre il macedone non è altro che una variante della lingua bulgara. Sebbene ciò possa apparire come una debolezza, all’interno dell’UE, assieme ad Albania e Bulgaria, questo aspetto non solo potrà attenuarsi, ma potrà diventare anche un importate tassello per la cooperazione transfrontaliera tra paesi membri.

“A Londra mi hanno domandato perché vogliamo entrare quando loro se ne vanno. Ho risposto che chi sta dentro dimentica quanto faccia freddo fuori. Vogliamo una democrazia liberale. […]Con tutti i suoi difetti, l’Unione europea è l’unica alternativa possibile a tutte le grandi sfide che ci sono. Non possiamo, per esempio, risolvere le questioni migratorie con politiche nazionali, ma solo con le politiche europee» Nikola Dimitrov.

Albania Macedonia del Nord adesione UE

Albania, la terra delle Aquile

Sono passati ai libri di storia le immagini delle navi che nell’agosto del 1991, provenienti dal territorio albanese, affollavano i porti della Puglia stipate di uomini, donne e bambini. Gran parte di essi, disperati, erano in fuga dalla miseria e dal caos politico generatosi a seguito della morte nel 1985 di Enver Hoxha e dai fatti successivi al crollo del muro di Berlino.

Nonostante oggi l’Albania sia un paese in forte crescita nell’Europa balcanica, le tensioni createsi a seguito del conflitto politico del giugno del 2019 hanno inciso negativamente, minando anche la stabilità politico-democratica del paese. Molti investitori stranieri hanno evidenziato come la scarsa trasparenza nelle procedure governative e il sistema per le procedure di appalto pubblico rappresentino ancora un grosso limite allo sviluppo. Allo stesso modo le riforme intraprese nel 2011 dall’allora premier Sali Berisha non hanno prodotto i risultati desiderati. La corruzione e l’importazione illegale di merci rimangono in cima alla lista dei problemi della terra delle aquile. Queste criticità hanno giocato in favore della malavita locale, che silenziosamente ha accresciuto la sua influenza all’interno del paese.

Il toccante discorso del Primo Ministro dell’Albania Edi Rama nel momento dell’invio di aiuti (uomini e mezzi) all’Italia ha enfatizzato i valori di solidarietà e di riconoscenza nei confronti del Belpaese. Quegli stessi valori che dovrebbero essere sempre attuali tra i paesi dell’Unione, ma che in troppe circostanze (crisi dei migranti e Coronavirus, per citarne due) si sono rivelati essere soltanto parole prive di contenuto. L’Italia è stata tra i primi paesi a correre in soccorso quando, il 26 novembre 2019, un terremoto di magnitudo 6,5 colpì duramente i dintorni della città di Durazzo.

Secondo i dati rilasciati da Eurostat, dal 2002 al 2017 hanno acquisito la cittadinanza di uno dei paesi dell’Unione Europea 390.889 cittadini albanesi. Un numero esiguo rispetto ad altre cittadinanze in possesso di un doppio passaporto, ma che comparato al numero di abitanti dell’Albania, all’incirca 2,8 milioni, la rendono una cifra considerevole. L’integrazione di un paese la cui popolazione è già ben amalgamata in tanti Stati del Vecchio Continente, Italia in primis, permetterebbe di allontanare le sirene cinesi. Impedire che il paese del Dragone distenda il proprio interesse strategico mediante il suo indiscusso soft power, ancora oggi molto allettante tra i paesi meno avanzati, è un’assoluta necessità per i membri dell’Unione.

Democraticamente preparate o niente ingresso

Il ministro degli Esteri Dimitrov, in occasione della Brexit, ha ricordato a tutta quanta l’Europa un concetto che in molti hanno scordato, soprattutto nel Regno Unito: “forse voi non vi ricordate quanto faccia freddo là fuori”. La speranza collettiva è che l’ingresso di nuovi paesi desiderosi di partecipare al progetto europeo possa dare nuova linfa e vitalità ad un sogno oggi minato da un virus (l’antieuropeismo) e da una pandemia (il Covid-19) che sta dimostrando tutti i suoi limiti ed egoismi non tanto tra le istituzioni europee, quanto tra i singoli Stati membri.

La dichiarazione congiunta redatta a termine del Consiglio Europeo del 25 Marzo ha dunque dato il via libera a questi negoziati, nonostante nei mesi scorsi l’Eliseo avesse fatto muro. Macron sosteneva che l’allargamento della governance europea a nazioni non ancora democraticamente preparate avrebbe causato ulteriori rallentamenti all’evoluzione dell’UE. È altresì vero che tenere in stallo o lasciare fuori ad eternum i paesi che si dimostrano interessati a prendere parte all’Unione Europea – vedasi la Turchia – ha effetti altamente controproducenti.

L’apertura dei negoziati non significa affatto avere la certezza dell’adesione. L’intero iter rappresenta infatti un vero e proprio percorso ad ostacoli per i paesi candidati. Si tratta di riforme dure, con ingenti costi sociali e politici che non sempre garantiscono democraticità al paese (Ungheria e Polonia docet). Il mero processo di adeguamento dell’assetto normativo nazionale a quello comunitario – in materie come giustizia ed economia, ma anche sicurezza ambientale e alimentare – ha dato prova di mostrarsi insufficiente a garantire la stabilità dei meccanismi e delle istituzioni dell’Unione.


A cura di Filippo Fibbia

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Filippo Fibbia
Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.

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