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sabato 25 Settembre 2021
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Aleksandr Lukashenko, chi è davvero il “batka” bielorusso?

Ormai da mesi la Bielorussia è scossa da intense proteste da parte della popolazione. Tali contestazioni vengono puntualmente represse con arresti e torture. Ma perché sono scoppiate? Ma soprattutto, chi è Aleksandr Lukashenko, l’attuale Presidente bielorusso?

Il crollo dell’Urss, la crisi socio-economica, l’asse con la Federazione Russa. Come nasce la Bielorussia di Lukashenko

Nel 1991 la Bielorussia acquisisce l’indipendenza dall’ex Unione Sovietica. Malgrado ciò, a differenza di altri Paesi ex-Urss, la Bielorussia non abbraccerà un regime democratico. L’ascesa di Lukashenko porterà infatti ad un nuovo periodo di controllo e repressione, che solo recentemente è stato messo in discussione.

Le informazioni su questo personaggio sono abbastanza scarne: sappiamo che ha due lauree e che ha trascorso cinque anni nell’esercito. Da giovanissimo entra nel Komsomol (la sezione giovanile del Partito Comunista). Dal momento in cui inizia la sua ascesa politica, Lukashenko aveva bene in mente l’immagine che voleva trasmettere al popolo bielorusso. Egli voleva essere un “Batka”, un sorta di figura paterna che si sarebbe occupata del popolo e dei cittadini.

Nonostante queste premesse, dalla fine del blocco sovietico, il processo di democratizzazione è sempre stato ostacolato. A ciò hanno contribuito molto le condizioni in cui riversava il Paese alla fine degli anni Novanta: il crollo definitivo del sistema produttivo, lo shock culturale derivante dal processo di occidentalizzazione e il conseguente aumento delle tensioni sociali, rappresentano soltanto alcune delle maggiori criticità di quegli anni.

Il 1995 sarà un anno fondamentale. Lukashenko, rafforzatosi grazie anche ad un referendum popolare, prende delle decisioni fondamentali per il futuro del Paese. In primo luogo, viene adottata una nuova bandiera e come lingua ufficiale viene decretato il bielorusso. Oltre a ciò, viene sciolto il Parlamento e promossa con forza l’integrazione economica con la Federazione Russa.

L’opposizione politica nel 1996 tenta di delegittimarlo, avviando, senza successo, il processo di impeachment.

Nell’aprile del 1996 Lukashenko e Yeltsin, Presidente della Russia dal 1991 al 1999, siglarono il “Trattato per la Formazione di una comunità”. Un anno più tardi si arriva ad un secondo trattato, volto a rafforzare l’Unione tra Russia e Bielorussia soprattutto in ambito economico.

Anche dopo la fine del blocco sovietico, la Bielorussia sviluppò una certa dipendenza dalla Federazione Russa. Soprattutto dal punto di vista energetico. I rapporti tra i due Paesi sono stati estremamente incandescenti quando, nel 2016, la Bielorussia ha acquistò gas ad un prezzo inferiore da un altro venditore. Putin, dal canto suo, pretese il risarcimento del debito.

Lukashenko

Verso l’Occidente Minsk ha adottato una politica di distensione e collaborazione. Ciò riguarda sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea, tanto che nel 2016 entrambi hanno deciso di rimuovere le sanzioni che erano state applicate per il trattamento inflitto agli oppositori politici. Nonostante ciò, di lì a poco Lukashenko trasformerà quella che già prima aveva le sembianze di una democratura o democrazia illiberale, in un regime autoritario a tutti gli effetti.

Nel cuore delle proteste

Il 9 agosto del 2020 in Bielorussia si sono tenute le elezioni presidenziali. Aleksandr Lukashenko viene riletto per il sesto mandato consecutivo. Immediatamente iniziano a diffondersi tra la popolazione accuse di corruzione nei confronti del “neo” Presidente. A ciò si aggiunge il rifiuto da parte di Lukashenko di adottare misure di contenimento e di contrasto per la diffusione del COVID-19.

Iniziano dunque una serie di proteste che, dalla capitale Minsk, si sono diffuse in tutto il territorio. Lukashenko, grazie anche all’aiuto di Vladimir Putin, risponde con una violenta campagna intimidatoria e repressiva nei confronti dei manifestanti.

Negli oltre 160 giorni di proteste migliaia di persone sono scomparse o sono state incarcerate come oppositori del governo. Le vittime predilette delle violenze operate dalle forze armate sono proprio i giornalisti. Hanna Liubakova, nello scorso gennaio, ha rilasciato un’intervista per “Open” in cui racconta la sua esperienza in qualità di giornalista indipendente.

Il giorno delle elezioni spiega che Minsk era “invasa” dalle forze armate, quasi come se Lukashenko avesse voluto avvertire la popolazione di quale sarebbe stata la sua reazione a qualsiasi forma di protesta. Nel corso degli ultimi mesi, afferma la Liubakova, molti giornalisti sono stati arrestati per articoli o foto che testimoniavano la mala gestione di Lukashenko.

La libertà di stampa viene fortemente calpestata in territori come la Bielorussia. I giornalisti vivono in un stato di terrore di ansia e possono essere arrestati e picchiati da un momento all’altro. Nonostante tutte le difficoltà e tutti i rischi del caso, la macchina giornalistica, in questi territori, rimane l’unico strumento vicino al popolo. L’unico mezzo in grado di dar loro una voce. Mentre in tutto il resto del mondo (o quasi) le persone perdono fiducia nel giornalismo, in Bielorussia rimane l’unica speranza per riportare (o forse sarebbe meglio dire portare) democrazia, giustizia e libertà.

Per quanto sia estenuante, la popolazione deve continuare con le proteste” aggiunge la Liubakova. La repressione sicuramente diventerà più forte, ma è l’unico modo per attirare l’attenzione di organizzazioni internazionali. Nei territori dell’Est Europa, i processi di democratizzazione sono stati fallimentari e questi regimi pseudo-democratici sono il risultato di un’integrazione sbagliata, forzata al modello economico, sociale e politico Occidentale.

Le proteste rimangono l’unico strumento della popolazione per attrarre l’attenzione dell’Unione Europea e delle altre istituzioni su un problema che, ormai da troppo tempo, affligge la Bielorussia e non solo.


A cura di Francesca Faelli

Francesca Faelli
Ciao a tutti! Mi chiamo Francesca ho 23 anni e abito in piccolo paesino nella provincia di Arezzo. Mi sono laureata da poco nella Facoltà di Scienze Politiche a Firenze, e sempre lì sto continuando con la magistrale in Strategie della comunicazione pubblica e politica, nella speranza di diventare giornalista un giorno. Mi piace molto leggere, viaggiare, ascoltare del buon rock e ricopro anche la carica di Consigliere Comunale, in rappresentanza di una lista ambientalista, nel mio comune di residenza.

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