La storia di Aung San Suu Kyi è stata raccontata tante volte nel corso dell’ultimo decennio.

Fondatrice nel 1988 della “Lega Nazionale per la Democrazia” in opposizione al regime militare di Saw Maung in Birmania, ha trascorso più di 20 anni agli arresti domiciliari. E’ stata insignita del Premio Sakharov per la libertà di pensiero (1990), della Medaglia d’oro del Congresso Americano (2008) e del premio Nobel per la Pace (1991) per la strenua difesa della libertà, della democrazia e dei diritti umani in Myanmar.

Il 13 novembre 2010 Aung San Suu Kyi è stata finalmente liberata, tanto che l’11 novembre 2015 ha potuto vincere le prime elezioni libere in Myanmar. A seguito del successo elettorale, è nominata Ministro degli Affari esteri, della Pubblica Istruzione, dell’Energia elettrica e dell’Energia e Ministro dell’Ufficio del Presidente, che da lì a breve lascerà per diventare 6° Consigliere di Stato (una sorta di Primo Ministro del paese) e de facto poter agire come Presidente della nazione. Non mi addentrerò nei particolari del caso – raccomando questo articolo agli interessati – riprendendo però due aspetti fondamentali. In particolare, il difficilissimo momento che sta attraversando il rispetto per i Diritti Umani.

Critiche senza precedenti sono piovute addosso alla premio Nobel del 1990 per il modo in cui lei, il suo partito e il governo hanno affrontato la questione Rohingya. Nei mesi scorsi la presidente della nazione birmana si è limitata ad affermare che “tutta la faccenda poteva essere gestita meglio”. Suu Kyi ha quindi cercato di sminuire la gravità della vicenda e di farla passare come un piccole errore di amministrazione del territorio.

Dall’altro lato, però, UNHCR ha definito come misure di “pulizia etnica” le azioni dell’esercito birmano nello stato del Rakhine; la Corte penale internazionale ha intrapreso una procedura preliminare per accusare i generali dell’esercito di genocidio. Diversi attivisti e giornalisti hanno testimoniato – e continuano a documentare – stupri di massa e omicidi sommari. Nel corso del Forum ASEAN Suu-Kyi ha ignorato in toto la vicenda, evitando persino di pronunciarsi sul tema, restando in linea con le precedenti dichiarazioni riportate dalla stampa.

Ad aggravare però la situazione è stata la sua presa di posizione a favore della sentenza contro i giornalisti Ko Wa Lone e Kyaw Soe Oo, condannati a 7 anni per violazione dei segreti di stato. In realtà, la loro unica colpa è aver documentato il massacro di 10 persone nel 2017 in un piccolo villaggio Rohingya.

Suu-Kyi è una donna di politica e la sua fama internazionale scaturisce dalla sua lunga battaglia contro la dittatura militare e per l’impegno verso i civil and human rights: i due giornalisti hanno testimoniato come chi una volta si schierava a difesa e a tutela dei diritti del popolo birmano oggi sia di fatto complice di chi commette queste gravi violazioni: la stessa giunta militare che la costrinse agli arresti domiciliari per anni.

 

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

Nel 1990, anno in cui Suu vinse il Nobel per la pace, nessuno si sarebbe immaginato questa paradossale situazione. Ma d’altra parte, come si tende spesso a dimenticare, i vincitori dei Premi Nobel per la Pace sono esseri umani e pertanto fallibili.

Non stiamo parlando di impavidi eroi senza macchia o paura: se quelli si trovano nei canti della Grecia preellenica e nella cultura classica in generale, il mondo è invece pieno persone comuni che nel corso dell’anno “have done the most or the best work for fraternity between nations, for the abolition or reduction of standing armies and for the holding and promotion of peace congresses”. 

E’ quindi difficile distinguere aprioristicamente tra “buoni” e “cattivi”. La relatività del comportamento umano è alla base delle scienze sociali – tra tutte psicologia, antropologia e sociologia – e molto spesso sono le situazioni e l’ambiente a determinare le azioni degli individui.

Nell’immaginario collettivo, un vincitore di un premio Nobel è una persona sempre dalla parte del giusto schierata ogni volta dalla parte dei più deboli. Non è soltanto Aung San Suu Kyi a testimoniare il contrario: per ragioni diverse tra loro anche altri vincitori quali Barack Obama (2009) e l’Unione Europea (2012) hanno mostrato negli anni successivi alla consegna del premio comportamenti non in linea con il codice etico da “eroe” fatto di coraggio, altruismo, idealismo, lealtà, bontà, forza e nobiltà d’animo.

Queste caratteristiche, proprio perché idealizzate, sono proprie soltanto degli eroi omerici, ben raffigurati nell’espressione kalòs kai agathòs (“bello e buono”), e dei moderni supereroi dei fumetti.

La vicenda di Aung San Suu Kyi, da leader per la lotta dei diritti civili e umani del suo popolo a “complice” della giunta militare, conferma a suo modo una triste tendenza degli ultimi anni: un certo disinteresse e crisi dei Diritti Umani.

Il loro rispetto e tutela dovrebbe essere uno dei capisaldi su cui poggiano le moderne democrazie occidentali; l’ideale si è tuttavia scontrato con una realtà di rivendicazioni di natura “regionale” (Medio Oriente, India, Cina, Russia, Penisola Arabica, Africa orientale) legate alle specificità religiose, etniche e culturali. Il lento processo di “accettazione” da parte della comunità occidentale ha così reso possibile il mantenimento di pratiche o leggi apertamente in contrasto con la dottrina illuminista.

 

La giustizia ideale è destinata ad essere sconfitta dalla ingiustizia reale?

Oggi siamo di fronte ad un mondo nel quale i diritti umani vengono spesso e volentieri lasciati in soffitta. 

Da sempre, in effetti, la realpolitik ha ignorato questi diritti nel momento in cui la diplomazia veniva accantonata per fare spazio ai soldati: penso alla Francia, paladina dei diritti fondamentali dell’uomo, con la guerra in Algeria e agli Stati Uniti, esportatori di diritti inalienabili e di valori occidentali, con la guerra in Vietnam.

Ai giorni nostri, l’Unione Europea ha ancora una volta dimostrato tanta buona volontà sulla carta e nelle sedi ufficiali mentre ha arrancato di fronte alla realtà dei fatti: se la Carta dei diritti fondamentali (normata dal Trattato di Nizza) racchiude quanto di meglio si possa desiderare da una comunità internazionale, la mancata soppressione dei campi di prigionia e tortura in Libia, il muro spinato dell’Ungheria e l’assente intervento umanitario in Siria sono gravi mancanze che indeboliscono ulteriormente una dottrina già ampiamente bistrattata come quella degli human rights.

D’altra parte, la Storia parla in modo molto chiaro: quando la società civile si dimostra disinteressata, permettendo qualsiasi personale arbitrio di leader politici e istituzioni internazionali, nemmeno gli eroi omerici (e tantomeno i supereroi in calzamaglia) potrebbero garantire il rispetto dei valori fondamentali e di dignità umana.


A cura di Filippo Fibbia

Immagine di copertina: Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0, credits to Claude TRUONG-NGOC 

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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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