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lunedì 23 Novembre 2020
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Anni Settanta, quando l’emancipazione femminile fece la storia

Nel 1970, ben 50 anni fa, fu approvata in sede parlamentare la legge sul divorzio. Il provvedimento venne elaborato da Loris Fortuna e Antonio Baslini: il primo esponente del Partito Comunista, il secondo scrittore e giornalista. Per giungere al traguardo, tale legge conobbe un durissimo iter di approvazione. L’influenza della Chiesa (o comunque dei valori della religione cristiano-cattolica) è sempre stata molto forte. Nonostante ciò, la politica italiana degli anni Settanta segna uno stacco da una morale sociale rigida e opprimente che, con la Democrazia Cristiana al Governo, si era profondamente radicata.

Dal femminismo, alle lotte per l’emancipazione delle donne, alla critica al sistema capitalistico da parte del movimento studentesco, al così detto “autunno caldo”. Questi sono soltanto alcuni dei fenomeni che hanno sancito una rottura tra una società perbenista, classista e moralista ed una nuova generazione che iniziava ad identificarsi in nuovi modi di vestire, di pensare e di sognare il proprio futuro.

Divorzio

La grande ondata di libertà che travolge la società negli anni Settanta risponde in maniera diretta alle esigenze della nuova generazione. Soprattutto delle giovani donne. Il risultato è un corposo mix di riforme e di leggi straordinariamente innovative (per il contesto interno, non a livello europeo). Ciò permise all’Italia di compiere un notevole salto in avanti, soprattutto da un punto di vista culturale. Addirittura, già alla fine degli anni Quaranta, Palmiro Togliatti spingeva molto affinché fosse a tutti gli effetti introdotto in Italia il divorzio (anche in parte per legittimare la relazione con Nilde Iotti). Nonostante ciò, il progetto incontrò un netto rifiuto (anche da parte del partito stesso, in quanto Togliatti era già coniugato con Rita Montagnana e con un figlio).

Dobbiamo aspettare il 1965, quando Fortuna ripresenta il progetto e lo porta al vaglio della Camera dei Deputati. Contemporaneamente iniziarono anche le prime manifestazioni in piazza a sostegno del disegno di legge. Cinque anni più tardi la stessa fu approvata dalle forze politiche del tempo, ad eccezione ovviamente dei partiti più conservatori. Nonostante la vittoria parlamentare, ne la Democrazia Cristiana di Amintore Fanfani, ne il Movimento Sociale Italiano dell’ex repubblichino Giorgio Almirante si arresero all’evidenza dei fatti. I due costruirono un’alleanza ad hoc, mediante la quale indissero un referendum abrogativo per impedire l’entrata in vigore del divorzio. Nel 1974, dopo aver depositato circa 1 milione e 300.000 firme, si tenne il referendum.

A sorpresa, contro ogni pronostico, il 12 maggio 1974 il 60% degli italiani si dichiarò contrario all’abrogazione della legge. La mobilitazione della cosiddetta società civile, proprio grazie al forte contributo delle donne, aveva di gran lunga superato e travalicato reticenze, steccati, riserve. Sia di mentalità, che di appartenenza politica. Tutto questo costituiva una grandissima vittoria della coscienza civile e dell’emancipazione femminile. Come già aveva anticipato la stagione rivoluzionaria di qualche anno prima, la famiglia cristiana è in crisi e la legge Fortuna-Blasini ne è la conferma definitiva. In un società in cui per troppo tempo avevano prevalso le apparenze e il pregiudizio, finalmente si sciolgono i vincoli del “matrimonio di facciata”. A favore della serenità e della libertà di ogni individuo.

L’aborto e il “d’ora in poi decido io”

Nell’ardore riformista degli anni Settanta si colloca anche la legge sull’aborto (L. 194/1978). L’iter parlamentare e sociale, rispetto al divorzio, fu molto più turbolento. Fino a quel momento l’aborto era considerata una pratica illegale. In particolare, erano previsti fino a cinque anni di reclusione per il dottore che pratica l’atto e per la donna che lo richiedeva. Oltre a questo, si aggiungeva la condanna morale da parte dell’opinione pubblica. Con la diffusione dei movimenti femministi le donne, in quanto soggetto politico, entrarono prepotentemente sulla scena pubblica. Costruirono spazi d’incontro, diedero vita a gruppi teatrali, radio libere, case editrici, consultori autogestiti. In tante, singolarmente e insieme, cambiarono i ritmi e le scansioni della vita quotidiana, inventando nuove forme di socialità femminile. Si rivendica l’immagine di una una donna forte, indipendente, emancipata, che merita di disporre degli strumenti politici e istituzionali per far valere i propri diritti. L’aborto si configura come uno di questi diritti inalienabili.

Nel 1975 il segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la fondatrice del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) Adele Faccio e la militante radicale Emma Bonino, si recarono dalle autorità autodenunciandosi per aver praticato l’aborto illegalmente. Nel febbraio dello stesso anno Marco Pannella e Livio Zanetti raccolsero 700.000 firme e presentano alla Corte Costituzionale la richiesta per indire un referendum abrogativo per eliminare gli articoli dal codice penale che disciplinavano il reato d’aborto di una donna consenziente. La sentenza è storica: si consentiva il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Nel 1978 la sentenza è legge. La legge sull’aborto è l’ennesima vittoria della sinistra militante sull’ondata proibizionista che dal secondo dopoguerra, in particolare negli anni Settanta, si era abbattuta sull’Italia.

Aborto

Non solo. L’entrata in vigore di riforme così innovative segnò un distacco netto tra la rigida etica imposta e decantata dai democristiani e la nuova generazione che, a partire dal 1968, stava marciando alla conquista di diritti e libertà. La Democrazia Cristiana era portatrice di una società fortemente moralizzatrice e giudicante, che contrastava completamente con l’esigenza libertina dei giovani (soprattutto delle donne).

Gli anni Settanta avviano un lungo di processo di affermazione ma anche di lotta, che vede le donne di tutto il mondo in prima linea (ancora oggi, purtroppo) nella battaglia contro i pregiudizi e le discriminazioni di genere.


A cura di Francesca Faelli

Francesca Faelli
Francesca Faelli
Ciao a tutti! Mi chiamo Francesca ho 23 anni e abito in piccolo paesino nella provincia di Arezzo. Mi sono laureata da poco nella Facoltà di Scienze Politiche a Firenze, e sempre lì sto continuando con la magistrale in Strategie della comunicazione pubblica e politica, nella speranza di diventare giornalista un giorno. Mi piace molto leggere, viaggiare, ascoltare del buon rock e ricopro anche la carica di Consigliere Comunale, in rappresentanza di una lista ambientalista, nel mio comune di residenza.

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