L’Argentina di fine anni ’70

Panem et circensem: con questa locuzione Giovenale intorno al 100 d.C. definiva le necessità primarie della plebe: il cibo e l’intrattenimento. Il poeta romano presentava l’immagine di un popolo poco evoluto, incurante del proprio benessere sociale, bisognoso esclusivamente dei beni primari e manipolabile grazie al circensem, ovvero i grandi giochi indetti dagli imperatori.
Quasi 2000 anni dopo, in Argentina questo circensem sarà rappresentato dal Mondiale di calcio del 1978, la “fiesta de todos”, come verrà ribattezzata dall’ingente campagna pubblicitaria messa in piedi dal governo sudamericano. Cambiano le epoche, ma il principio rimane lo stesso: un popolo scontento e avvilito può essere reso mansueto da un grande evento sportivo, capace di distrarre i più dai problemi reali del paese (guerra civile, cristi, carestia…).
Questo lo sa bene Jorge Videla, uno dei tanti generali che nel corso della travagliata storia politica argentina si avvicenda alla Casa Rosada. L’imposizione del suo governo, nel marzo 1976,  precede la consueta escalation di limitazioni democratiche portate da una dittatura militare. Il neo-presidente pone al centro del proprio Plan de Reorganizacion Nacional la lotta al comunismo. Nel combattere le varie cellule terroristiche di sinistra dimostra di aver appreso molto dalla lezione cilena: Videla comprende come la caduta del regime di Pinochet sia stata favorita dalla condivisione delle immagini riguardanti le violenze dei militari sulla popolazione e come ciò abbia portato ad una condanna dell’opinione pubblica e a un isolamento internazionale del Cile.

 

Il dittatore argentino Jorge Videla

 

I Desaparecidos

Videla decide che la sua personale lotta al terrorismo debba avvenire lontano dai riflettori. In una società come quella di fine anni ’70, in cui la televisione riveste già un ruolo fondamentale, l’ex dittatore concentra i propri sforzi sulla negazione dei cadaveri e sull’impossibilità di ottenere testimonianze sulle violenze.
Il governo argentino inizia poi una guerra sotto traccia ai dissidenti. Membri di movimenti guerriglieri, simpatizzanti di sinistra o persino intellettuali con idee socialiste, subiscono tutti lo stesso destino: diventano Desaparecidos. Questo termine nasce per rappresentare le oltre 30mila persone disperse, svanite nel nulla. La sparizione per di più di giovani universitari scatena il dramma delle famiglie, che si vedono strappare nel cuore della notte i propri figli senza nessuna spiegazione. I prigionieri verranno portati negli oltre 350 campi di detenzione e prigionia, simili per conformazione e tecniche di tortura ai famigerati lager nazisti. A rendere vivido il ricordo dei soprusi commessi sui desaparecidos sono state le numerose testimonianze dei sopravvissuti, raccolte nel Nunca Mas, un libro che rappresenta la raccolta finale della commissione parlamentare d’inchiesta sulla sorte dei Desaparecidos, istituita nel 1983 dal presidente argentino Alfonsin. Dall’inchiesta sono emerse tecniche di tortura metodiche e scientificamente applicate per estorcere informazioni ai prigionieri, spesso macchiate di vile sadismo da parte di militari, i quali spesso si inventavano metodi sempre più disumani, come la tortura della privazione del sonno, o gli elettrodi applicati sui genitali delle vittime.

I desaparecidos furono 30.000. Trentamila persone furono rapite e uccise segretamente dalla giunta militare argentina.

 

Argentina ’78, preparazione e fischio d’inizio

Di tutto ciò, la maggior parte della popolazione è all’oscuro. Così, in un quadro di grottesca indifferenza, nel giugno del 1978, a meno di un chilometro dall’ESMA (base militare di Buenos Aires, divenuta in quegli anni il più grande centro di detenzione argentino) si svolgono allo stadio Monumental le più importanti partite del Mondiale.
La manifestazione è l’occasione perfetta per Videla di sopire il pianto delle Madres de Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos, che ogni martedì sfilano in una delle più importanti piazze della capitale per chiedere risposte sulla fine dei propri figli. Per l’allestimento della competizione la Junta mette in piedi una gigantesca campagna propagandistica, volta ad esaltare le bellezze della propria nazione e ad accantonare le perplessità sulla legittimità del governo. L’organizzazione dell’evento prevede un’opera di vero e proprio “giardinaggio sociale”, con interi quartieri popolari distrutti, come lo storico Bajo Belgrano di Buenos Aires, ritenuto troppo vicino ad un flusso turistico. Il rischio sarebbe stato quello di mostrare ai visitatori la dilagante povertà del paese.
Le lamentele del fronte interno, in protesta per le spese esorbitanti di una manifestazione che costerà oltre il triplo rispetto al mondiale spagnolo successivo, vengono arginate grazie all’abile campagna pubblicitaria del governo argentino. In queste condizioni, in un fresco pomeriggio di inizio giugno a Buenos Aires, si dà il calcio d’inizio del dodicesimo campionato mondiale di calcio. Il giornalista inglese Jimmy Burns lo definirà “il circo sportivo più politicizzato dai tempi delle olimpiadi di Berlino del ‘36.
E’ impossibile scindere la competizione calcistica dalla figura della Junta, che riveste il torneo di un tangibile significato politico e sociale: il tripudio di colori e la gioia degli argentini è un perfetto silenziatore per le violenze che continuano a imperversare nel paese. Per l’ennesima volta, si adotta il circensem come mezzo di “distrazione di massa”.
Ma l’organizzazione e lo svolgimento di Argentina ’78 è solo una parte del disegno propagandistico con cui Videla vuole rafforzare la propria posizione: il generale infatti mira ad essere ricordato come il Presidente che ha regalato all’Argentina la sua prima coppa del mondo. Progetto riuscito il 25 giugno 1978, a seguito del successo in finale contro l’Olanda.

Estadio Monumental, Buenos Aires

 

Una coppa insanguinata

Sul trionfo della nazionale guidata dal “flaco” Menotti e in campo dalla grinta di capitan Passarella e dall’estro di Mario Kempes, è meglio dissipare ogni nube. La vittoria sportiva, nonostante tutto, è parsa meritata. Senza dubbio il fattore ambientale è stato influente, ma non così decisivo: i generali sulle tribune intimorivano i giocatori in campo, non condizionavano le partite.
La mano del regime si è vista soprattutto nella sponsorizzazione di tale evento, accostato alla figura di Videla come a quella di un “buon dittatore”: duro, ma necessario per far ripartire il paese. Il Presidente argentino è stato abile nello sfruttare e perfezionare tecniche di propaganda già attuate da altri regimi dittatoriali, gettando fumo negli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale e costruendo una finta realtà per i turisti.
« Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità (…). La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti il vero». Questa la celebre frase di Goebbels,  ministro della propaganda ai tempi della Germania nazista.
A fare le spese del disegno propagandistico di Videla sono state in prima persona le vittime delle repressioni militari. Le loro grida di dolore si sono perse tra le grida, stavolta di gioia, dei connazionali che, per le strade di Buenos Aires, festeggiavano la conquista di una coppa insanguinata.


A cura di Alessandro di Nardo

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Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
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