Podcast di Lilli Cor
Podcast di Lilli Cor

 

Ormai da 70 anni l’Argentina, ciclicamente, va incontro a profonde crisi economiche. L’ultima svalutazione della moneta nazionale, il “Peso”, è avvenuta il giorno successivo alle elezioni primarie.

Il Paese, agli inizi del Novecento, divenne celebre per aver accolto migliaia di immigrati. La maggior parte di essi erano italiani o spagnoli ed erano attratti da quelle ricche e disabitate terre il cui benessere, per anni, è stato paragonabile a quello offerto dai paesi nord-europei. Nel corso dei decenni però, la persistente incertezza politica ed economica ha fatto sì che l’Argentina sperimentasse svariati default (quello del 2001 rappresenta il caso più eclatante), iperinflazioni (1975 e 1989-1990) e continue svalutazioni, finendo addirittura per diventare un emblematico caso di studio all’interno di ogni libro di macroeconomia.

 

Una moneta debole e un’economia altrettanto fragile

Chiunque abbia viaggiato a Buenos Aires ha potuto sperimentare cosa si provi a vivere in un paese che “respira economia” quotidianamente. Soprattutto nelle strade della “city porteña” le quotazioni del dollaro USA (moneta rifugio per gli argentini, sfruttata per coprirsi dalla svalutazione del Peso) sono appese in ogni “cuadra”, mostrando l’apprezzamento e il deprezzamento della valuta nazionale. L’andamento di questa viene seguito ansiosamente non solo dalle banche private, dalla piazza finanziaria e dai mercati, ma anche dai comuni cittadini, che tramite il proprio smartphone hanno la possibilità di tenersi costantemente aggiornati sulle varie fluttazioni.

Gli argentini, riponendo una scarsa fiducia nei riguardi della loro moneta nazionale, programmano le loro preferenze di consumo, risparmio ed investimento in base alla relazione con le valute straniere, specialmente con il Dollaro americano o l’Euro. Nelle radio o in qualsiasi programma televisivo, simultaneamente alle previsioni meteo e alle informazioni stradali, vengono trasmesse informazioni relative alle quotazioni sul cambio, all’evoluzione del tasso di inflazione mensile o trimestrale e notizie relative allo spread (differenziale tra il bond argentino e quello americano). All’interno di quasi tutti i palinsesti si susseguono economisti o analisti legati al governo, all’opposizione o alle più prestigiose università del Paese, che approfondiscono la congiuntura macroeconomica e i tassi di cambio. Una sorta di telecronaca calcistica permanente, dall’apertura fino alla chiusura del mercato. Questo fenomeno può sembrare paradossale agli occhi di un cittadino europeo, senz’altro più abituato a convivere con prezzi tendenzialmente stabili. Benché ciò sia vero, la storia racconta di come nel passato, specialmente in Italia (1974) e in Germania (1921-1923), si siano susseguite fasi economiche caratterizzate da una marcata iperinflazione.

Gli agenti economici argentini, a differenza di quelli europei, tendono a disporre di una visione di brevissimo periodo. Come si può facilmente immaginare, ciò non consente di pianificare scelte di spesa e di risparmio rivolte verso orizzonti temporali più estesi, con inevitabili ripercussioni sulla crescita.

L’Argentina è in recessione da quasi due anni, con un’inflazione superiore al 50%, un tasso di povertà del 35% ed un livello di disoccupazione del 10%, senza contare la massiccia presenza dell’economia sommersa. Tutto ciò si aggiunge ad una situazione finanziaria alquanto preoccupante: il debito pubblico oscilla intorno all’86% del PIL e i tassi di interesse del 75% non favoriscono né la produttività né la crescita. Questi tassi sono stati molto allettanti per gli speculatori, i quali hanno incentivato operazioni note come “carry trade”, ovvero strategie di  investimento che consistono nel prendere a prestito capitali in una valuta per poi successivamente investirli in strumenti finanziari. Nella maggior parte dei casi vengono scelti titoli di debito (Bond nazionali), al fine di ottenere un rendimento maggiore del costo del finanziamento. Queste operazioni possono condurre alla nota “bicicletta finanziaria”, fenomeno avvenuto in più circostanze in Argentina.

Una delle ragioni della continua instabilità dei tassi di cambio e quindi  delle ricorrenti svalutazioni, è riconducibile ad un mercato di capitali locale molto limitato e poco liquido, dipendente in misura eccessiva da shock esterni e da un’ingente domanda di Dollari USA. Tuttavia, oltre alla delicata questione economica, gran parte dell’incertezza è dovuta alla fragilità politica e alle profonde fratture sociali che la nazione vive.

 

Le elezioni del 27 ottobre e le incognite sul prossimo esecutivo

Dopo dodici anni di governo peronista presieduto da Nestor Kirschner (2003-2007) e da sua moglie Cristina Fernandez (fino al 2015), con pesanti accuse di corruzione ancora irrisolte, la vittoria del liberale Mauricio Macri ha permesso l’avvio di un piano economico graduale. Tuttavia, nel secondo trimestre del 2018, a causa di shock esterni come il deprezzamento di alcune monete emergenti (tra cui la lira turca e il real brasiliano), l’economia è entrata in una grave crisi di cambio. A fronte della suddetta crisi monetaria, il governo si è trovato costretto a ricorrere al Fondo Monetario Internazionale, attraverso un prestito standby pari a 57 miliardi di dollari.

Il dieci agosto si sono tenute le primarie che avrebbero indicato i futuri candidati alle presidenziali del 27 ottobre. I mercati e in particolare i fondi d’investimento stranieri si aspettavano una netta vittoria del governo di Macri: al contrario, quella parte della popolazione con meno risorse e che più ha subito le conseguenze delle politiche di austerità domandate dal FMI, ha votato per la formula peronista “Fernandez-Fernandez”, con l’ex presidente candidata alla vicepresidenza.

Quest’ultima formula ha stravinto le elezioni con il 47% dei voti di fronte al 32% di “Cambiemos”, il partito di Macri, provocando un elevato scontento dell’esecutivo, che mai si sarebbe aspettato un simile risultato. Il giorno dopo, i mercati finanziari hanno reagito negativamente e la valuta nazionale si è svalutata del 26% in un giorno, passando da un costo per dollaro di 47,55 pesos a quasi 60.

Il “pass through”, cioè l’effetto della trasmissione dalla svalutazione ai prezzi, è stato immediato. Come da sempre accade in Argentina, la svalutazione ha finito per riflettersi soprattutto sui prezzi dei beni di prima necessità, danneggiando in tal modo la parte più vulnerabile della popolazione. Nel tentativo di fronteggiare l’inflazione, il governo ha adottato misure come l’incremento del salario minimo, il congelamento della tariffa del gasolio per novanta giorni e il minimo non imponibile per  le fasce di reddito più basse.

Gli argentini hanno sempre sperimentato questo tipo di esperienze nelle innumerevoli iperinflazioni che si sono succedute nel paese, uscendone molte volte (come nel 1990) con il “plan de convertibilidad”, ma incappandoci nuovamente con il default del 2001. I cittadini, di fronte a queste situazioni, domandano dollari per coprirsi dalla svalutazione e di conseguenza il peso si deprezza, costringendo la Banca Centrale Argentina ad utilizzare le sue riserve in valuta straniera, intervenendo nel mercato finanziario per contrastare il deprezzamento. Nonostante i numerosi interventi, l’instabilità è stata calmata solo parzialmente. Per questo motivo, dopo la rinuncia del ministro dell’economia Dujovne, il suo sostituto Hernan Lacuzna, ex ministro di politica economica della provincia di Buenos Aires, ha deciso di adottare una restrizione cambiaria: mediante essa, le persone fisiche possono acquistare mensilmente un tetto massimo 10.000 dollari statunitensi. Così facendo, dal primo settembre è stata ristabilita la stabilità cambiaria, facendo oscillare la valuta tra 55 e 58 pesos per dollari.

Resta, nonostante tutto, una situazione di totale incertezza sull’esito delle elezioni presidenziali di domenica prossima, con il possibile ritorno populista e l’inevitabile risposta dei mercati. Quello che al momento spaventa di più sono le politiche economiche annunciate in campagna elettorale dal probabile presidente Alberto Fernandez, come la ristrutturazione del debito pubblico, il futuro rapporto con il FMI e la sua politica estera e commerciale.

E’ veramente sorprendente come questo paese, non privo di grandi potenzialità, non riesca a sfruttare a suo vantaggio le risorse di cui dispone, come avvenne invece all’inizio del ventesimo secolo, quando raggiunse una crescita economica tra le più alte del pianeta, con un progresso economico, educativo e sociale che oggi sembra inimmaginabile.

Al netto del verdetto delle urne, sembra che l’Argentina non riesca proprio ad imparare dalla sua storia e conviva sempre di più con le sue crisi cicliche. La sola certezza rimane che gli ormai esperti cittadini argentini saranno comunque di fianco alle loro radio e televisioni, intenti a seguire impazientemente le vicissitudini della loro economia nazionale.


A cura di Martin Sannuto

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Martin Sannuto

Martin Sannuto

Classe 1994, sono nato in Argentina ma toscano d'adozione. Appassionato di lingue, viaggi e sport con particolare ossessione per il tennis. Sono laureando alla magistrale in Economia politica e sviluppo economico all'Università degli studi di Firenze. Attualmente vivo e lavoro in Lussemburgo.
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Martin Sannuto

Classe 1994, sono nato in Argentina ma toscano d'adozione. Appassionato di lingue, viaggi e sport con particolare ossessione per il tennis. Sono laureando alla magistrale in Economia politica e sviluppo economico all'Università degli studi di Firenze. Attualmente vivo e lavoro in Lussemburgo.
1 Comment

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    Giulia

    21 Ottobre 2019 - 20:07

    Articolo molto interessante. Aiuta a capire le crisi e i problemi macroeconomici dell’Argentina con occhi gli dei sui cittadini.

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