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lunedì 23 Novembre 2020
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Arte e archeologia in quarantena: scopriamo #archaeologyvscoronavirus

Come abbiamo potuto constatare in queste settimane, l’universo culturale non si è fatto trovare impreparato dinanzi alle ristrettezze imposte dal Covid-19: in molti hanno lavorato al fine di rendere la cultura facilmente fruibile e alla “portata di clic”, seguendo il principio secondo cui “se Maometto non va alla montagna, allora è la montagna che va da Maometto”. E i risultati sono stati indubbiamente strabilianti.

Due chiacchiere con l’archeologo Enrico Foietta

A tal proposito oggi abbiamo deciso di proporvi l’intervista all’archeologo Enrico Foietta. Piemontese, classe 1986, attualmente assegnista di ricerca presso l’Università degli studi di Torino, ha deciso di creare l’#archaeologyvscoronavirus per fare in modo che l’interesse nei confronti dell’archeologia rimanga comunque vivo anche da casa. Ce lo racconta qui, tra domande generali sul suo lavoro e altre più mirate relative al momento che stiamo vivendo.

Ciao Enrico, raccontaci qualcosa della tua carriera archeologica

Mi sono laureato nel 2011 e nel 2016 ho conseguito il dottorato su tematiche prettamente legate al mondo mediorientale (periodo partico e sasanide). Lungo il corso dei quattro anni di dottorato mi sono occupato in particolare del sito di Hatra, che si trova in Iraq a circa 80 km a sud ovest di Mossul. Ho inoltre partecipato a numerose missioni vicino al Medio oriente (Siria, Iran e Iraq).

Contrariamente a quanto diffuso nell’immaginario collettivo, il mio lavoro non è fatto solamente di scavi e con il termine missioni s’intende anche in maniera più generica ciò che può riguardare progetti di studio e lavoro all’interno dei musei. L’ultima missione a cui ho preso parte si svolgeva all’Iraq Museum (Baghdad) ed è stata momentaneamente sospesa.

Enrico Foietta, archeologoEnrico Foietta, archeologo

Questo si è verificato per motivazioni politico-sociali? Accade spesso?

Purtroppo lavorando con il Medio Oriente sì, mi è capitato più di una volta, data la situazione geopolitica che è davvero molto complessa. Noi archeologi siamo abituati a dover sospendere scavi e missioni per un certo periodo di tempo. I lavori vengono sospesi sino a data da destinarsi e poi possono essere ripresi anche a distanza di anni e nel frattempo dobbiamo attivarci con altri lavori. Ad esempio nel 2011 siamo rientrati in Italia dopo le manifestazioni in Siria e lo stesso è valso per la missione di cui sopra all’Iraq Museum. La Farnesina ci ha obbligato a tornare a metà gennaio dopo l’uccisione di Soleimani. Certo fa parte degli imprevisti del nostro lavoro, per il quale una certa flessibilità è necessaria.

Quello che stiamo vivendo ora è uno stop diverso dal solito, a cui nessuno, neanche i più flessibili, era preparato. Come viene vissuto ciò nel mondo dell’archeologia?

Siccome la parte di lavoro sul campo non è attuabile, dal momento che gli scavi sono chiusi, molti di noi stanno lavorando da casa, cercando di sfruttare questo periodo per terminare lavori pregressi o articoli a cui prima non si aveva tempo da dedicare. Il telelavoro obbligato ha dato anche la possibilità di riscoprire collaborazioni per dar vita a nuovi lavori. Tempi morti sono utilissimi anche per il riassemblaggio di dati e per la revisione dei propri archivi.

Sicuramente la flessibilità di cui parlavo ci privilegia in qualche modo, noi siamo già abituati a vivere momenti d’alternanza tra scavi e missioni e periodi in cui invece siamo obbligati a stare chiusi in biblioteca per portare avanti gli studi. Ora la biblioteca ha assunto sembianze più casalinghe, ma c’è in più rispetto al solito l’opportunità di avere accesso a banche dati e risorse on line, rese fruibili a tutti. Molti enti culturali hanno infatti dato libero accesso agli archivi, tra questi ad esempio Jstor, la Biblioteca UNESCO, lo Smithsonian e l’Oriental Institute (OI) di Chicago. E’ anche possibile “sfogliare” i cataloghi delle collezioni, mi vengono subito alla mente il British Museum, il Louvre o il Metropolitan Museum of Art (NY), ma senza andare troppo lontano anche molte delle nostre realtà museali italiane.

Quale sarà il primo progetto su cui dovresti tornare una volta terminata la quarantena?

Il primo è anche l’ultimo che abbiamo dovuto lasciare, vorremmo infatti tornare al più presto a Baghdad per terminare quanto avevamo iniziato. Si tratta di un lavoro di catalogazione all’interno dei magazzini del museo per ricomporre le statue che provengono dal sito di Hatra. Bisogna catalogare tutti i pezzi, provare a ricomporli cercando gli attacchi, in modo che poi possano essere restaurate dai laboratorio dell’Iraq Museum. Il lavoro dovrebbe prendere ancora una quindicina di giorni all’incirca.

C’è qualche iniziativa nell’ambito culturale di #iorestoacasa che ti è particolarmente piaciuta?

Oltre a quanto già sopra citato sulla fruibilità di archivi e collezioni, non sono rimasto colpito da un’idea in particolare. Sono invece molto stupito della coralità e collegialità dimostrata, che invece nel mondo della culturale viene spesso a mancare. In questo caso la cultura ha fatto da collante mettendo in moto un enorme meccanismo: finalmente, mi permetto di esclamarlo, si rema tutti dalla stessa parte!

C’è però da porsi l’interrogativo ironico, ovvero “Siamo in grado di fare tutto ciò solo durante le emergenze, quando invece dovremmo farlo sempre?”. Bisognerà allora apprendere da questa situazione, per imparare ad usare una linea comune. Vero è che in questo momento tutte le risorse sono impiegate completamente nell’uso del digitale, però è un fenomeno importante da non sottovalutare. Ad esempio, ieri (domenica 29 marzo) ci siamo presi davvero in moltissimi un minuto di tempo per pubblicare una foto con l’#artyouready e pubblicare, secondo l’iniziativa del Mibact, un nostro luogo culturale del cuore.

Palmira, Siria- Tempio di Bel, 2011

Palmira, Siria- Tempio di Bel, 2011, prima post con #archaelogyvscoronavirus (@enricofoietta)

Raccontaci della tua personale iniziativa a riguardo

S’intitola #archaeologyvscoronavirus ed è nata il 15 marzo, ad una settimana dall’inizio della quarantena italiana. In questa data ho fatto il mio primo post su IG, direttamente collegato alla pubblicazione FB, in cui invitavo amici e colleghi a scegliere un’immagine da pubblicare, la quale fosse corredata dall’# che ho ideato. L’immagine non doveva essere però casuale o banale, l’invito era proprio quello di riaprire i propri archivi digitali, strumenti di lavoro fondamentali per gli archeologi, scegliendo qualcosa di particolarmente significativo: scavi, musei, parchi e tutto quanto riguardasse direttamente l’archeologia. Questo ci avrebbe dato la possibilità di rimettere ordine ai nostri archivi e di fare divulgazione, cosa non sempre fattibile data la mancanza di tempo. Ma contemporaneamente, anche di creare un passaggio di consegna, di informazioni e di bellezza, in un periodo in cui ve ne è sicuramente bisogno.

Atene- La Torre dei Venti, l’Agorà romana e in alto l’Acropoli, 2007Atene- La Torre dei Venti, l’Agorà romana e in alto l’Acropoli, 2007 (@francmuscolino)

Stanno aderendo in molti? Anche e non solo archeologi?

L’adesione è stata del tutto straordinaria per me. L’# è sicuramente aperto a tutti, anche ai non archeologi, l’importante è che ci sia attinenza con il tema proposto e che possibilmente non si pubblichino immagini scontate. Ho visto che molti, anche se non pubblicano direttamente, interagiscono con domande e commenti del tipo “che bella iniziativa”, feedback per me preziosissimo.

Prevalentemente si tratta certo di colleghi che possono anche fornire un livello d’informazione e della didascalia legata all’immagine molto alto. Vengono magari postate immagini legate a siti archeologici non noti a tutti, per cui ci vuole la conoscenza di un esperto, luoghi considerati più di nicchia, ma non per questo meno importanti. Anzi è proprio questo a renderli più interessanti agli occhi degli esperti, ma anche dei non addetti ai lavori.

A oggi conto 155 post, non mi aspettavo onestamente che aderissero in così tanti ed in così poco tempo. Molte persone stanno continuando a farlo perché l’idea li ha coinvolti ed interessati e credono inoltre possa essere utile. Interessante il fatto che la risposta sia stata così variegata da parte degli esperti, perché ha compreso e toccato tutte le branche dell’archeologia (orientalistica, egittologia, mondo classico e periodo medievale).

Ramesseo - Tempio funerario di Ramses II, 2019

Ramesseo – Tempio funerario di Ramses II, 2019, (@martamertz)

Ti salutiamo ringraziandoti con un’ultima richiesta, quella di portarci con te in un viaggio ideale e di farci sognare per qualche istante. Condivideresti con noi un lavoro che ti ha più di tutti emozionato?

Sono un po’ indeciso onestamente, sono davvero tanti. Ma se mi fermo un attimo a riflettere, più di tutti penso sia stata la missione archeologica in Siria nel 2011, prima che l’Isis purtroppo distruggesse quasi tutto il sito. Nello specifico si tratta di Dura-Europos, sull’Eufrate.

Prima che sospendessero gli scavi ero stato lì già due mesi. E’ un lavoro che mi ha particolarmente appassionato perché è una materia su cui mi ero preparato moltissimo, il mio pane quotidiano. Indubbiamente il lungo periodo passato in un luogo che, purtroppo, non esiste più, è uno dei motivi che più mi lega emotivamente a questa esperienza.


A cura di Martina Bastianelli

Martina Bastianelli
Martina Bastianelli
Nasco a Torino nel 1987. Sono laureata magistrale in Metodologie per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali e ho conseguito il diploma da Tecnico Collaboratore Restauratore. Sono in tutto e per tutto un'amante ed una servitrice dell'arte e del bello, sin da quando all'età di otto anni, costrinsi la mia famiglia a passare sei ore dentro il Louvre. Ho abbandonato la mia torinesità- ma mai del tutto- negli ultimi dieci anni della mia vita muovendomi lungo il Nord- Italia e non solo- per motivi di studio e lavoro, ma principalmente perché sono una romantica e ho sempre seguito il motto “va dove ti porta il cuore”. Gli esiti di queste peregrinazioni sono stati piuttosto variopinti e mai scontati, ma ciò di cui ho la certezza è che ne è sempre valsa la pena, perché ho potuto vivere esperienze tra le più belle. Attualmente vivo a Cigliano in provincia di Vercelli dopo svariate tappe, tra le quali Genova, Copenhagen, Cremona e Milano. Al momento non posso definire con una singola etichetta la mia figura lavorativa, perché mi occupo di tantissime e svariate attività, alcune nel mio specifico settore, altre totalmente estranee a quest'ultimo. Collaboro da un po' di tempo con il Castello di Masino, bene FAI, presso cui svolgo diverse mansioni, lavoro talvolta per una galleria d'arte e faccio la manutenzione delle opere in occasione di mostre. Allo stesso tempo lavoro anche per un'agenzia di eventi, collaboro talvolta con una casa d'aste e, ciliegina sulla torta, sono anche impiegata nella gestione dell'attività agricola di famiglia. Ma nonostante questa grande varietà di attività, non smetto mai di stare a contatto con il mondo della cultura: amo oltremodo l'arte, conservarla e divulgarla, inoltre amo la musica e la sua virale diffusione quale ulteriore forma d'arte e... last but not least amo oltremodo scrivere. Perciò, dopo altre due esperienze nel mondo delle testate web- WhyNot Mag e Onda Musicale- eccomi pronta a parlarvi di arte in tutte le sue forme e smaniosa di farvi apprezzare più da vicino la magia di questo mondo. Se è vero che come diceva Dostoevskij ” l'arte salverà il mondo!”.....

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