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mercoledì 8 Dicembre 2021
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Il punto di vista di un dittatore

Di Michele Fedele

Sono passati quasi 8 anni dall’inizio della guerra civile Siriana. Più di 400.000 sono i morti e in un paese che contava 22 milioni di persone, la metà ha già tentato il viaggio verso il Mediterraneo. Può dunque sorprendere che colui che è considerato il più grande criminale di guerra del nostro secolo abbia voglia di raccontare al mondo occidentale le proprie ragioni al giornale americano The New Yorker.

Questa guerra è iniziata nel marzo del 2011 quando, tra la popolazione siriana, un gran numero di manifestanti ha deciso di contestare il regime della famiglia Assad. Il governo ha risposto con una durissima repressione, così che alcuni dei manifestanti sono presto passati alla lotta armata e parte dell’esercito si è rifiutato di lottare contro il suo stesso popolo, disertando e andando a costituire l’Esercito Siriano Libero (FSA, Free Sirian Army). Da qui in poi, i fili si sono presto imbrigliati e gli attori in campo moltiplicati.

Dalla Siria le divisioni finiscono per riflettersi nel “palazzo di vetro” dove Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Turchia sostengono i ribelli mentre Cina, Russia, Iran e Venezuela sostengono il regime di Assad.

Dopo lungo tempo, Assad accoglie sorridente un gruppo di giornalisti nel suo palazzo a Damasco. Fin da subito, è chiaro che Assad evoca la crociata che secondo lui i Paesi Occidentali stanno sostenendo: convincere l’opinione pubblica mondiale che la guerra è tra buoni e cattivi.

  • Come ci sente ad essere considerato un criminale di guerra?

Non c’è nulla di personale in questo, io sono solo un titolo di giornale, il cattivo presidente: l’uomo cattivo che sta uccidendo i bravi ragazzi. Sai di cosa parlo. Questo gioco è bianchi contro neri.

E poi ancora, con una sterzata da stuntman, quando gli si chiede degli atti barbarici contro la stessa popolazione siriana:

Non siamo noi quelli che hanno attaccato l’Iraq senza un mandato della Nazioni Unite e neanche quelli che hanno distrutto il governo in Libia. Anche se hai il peggior governo in Libia, che tu sia gli Stati Uniti o meno, cambiare il governo di un paese straniero non è la tua missione.

  • Come giustifica la detenzione extragiudiziale di dimostranti pacifici da parte del suo governo?

A questa domanda Assad risponde con un discorso sull’amministrazione della giustizia: “Prima di tutto bisogna essere precisi con tali termini – cosa intendi per ‘prigionieri politici’? Se supporti i terroristi non sei un prigioniero politico”.

Eppure Amnesty International ha dichiarato che il governo detiene migliaia tra i civili siriani senza un processo. Ma il Presidente ritiene non ci sia nulla che egli possa fare per queste persone (“io non ho alcuna autorità per intervenire nei riguardi di nessuno”) ed ha continuato sottolineando che, se accusati per terrorismo, in accordo con la legge essi debbono finire in prigione.

Eccoci a vivere nell’era dove tutto può essere il contrario di tutto, tutto può essere smentito e trasformato. Quando punti di vista diversi e molto distanti tra loro si incontrano, è difficile che si produca ascolto; eppure i fatti sono sempre lì, parlano chiaro: attraverso i numeri e la sofferenza dei siriani, in questo caso. In quanto alle ragioni, invece, queste sono sempre legate alla bocca di chi parla.

 

(E’ possibile trovare l’intervista originale nell’articolo apparso su The New Yorker http://www.newyorker.com/news/news-desk/assad-speaks?mbid=social_facebook )

Michele Fedele
Nato a Vibo Valentia, classe 1989, sono laureato in Relazioni Internazionali, percorso iniziato a Bologna, poi Avignon, New York e concluso a Torino. Divoratore di libri, le mie più grandi passioni sono i viaggi, la storia, la musica e la politica internazionale. A Netflix, spesso, preferisco una puntata di Passato e Presente. Conclusi gli studi ho lavorato come borsista all’Università di Torino, e al momento frequento il master in diplomacy dell’ISPI. Sogno di riuscire a far quadrare insieme tutte le mie passioni.

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