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mercoledì 8 Dicembre 2021
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Cambridge Analytica: 300 “Mi piace” per tracciare il profilo di un utente

Nello scorso mese è tornata al centro dell’attenzione mediatica l’importanza della protezione dei nostri dati personali sul web. The Guardian e New York Times hanno pubblicato una serie di articoli riguardo ad un’inchiesta sull’uso scorretto dei dati estratti da Facebook, da parte della ormai celebre azienda Cambridge Analytica.

Il fatto che i dati inseriti dagli utenti, in una qualsiasi piattaforma digitale, siano soggetti a circolare in modo improprio non è di certo una novità; il problema è che sembra che Cambridge Analytica abbia influenzato le intenzioni di voto di milioni di persone (ci si riferisce principalmente alle scorse elezioni presidenziali statunitensi e il referendum sulla Brexit nel Regno Unito), grazie all’utilizzo di dati personali acquisiti illecitamente.

Ma cosa significa esattamente influenzare le intenzioni degli utenti?

Cambridge Analytica, fondata dal miliardario imprenditore statunitense Robert Mercer nel 2013, è un’azienda specializzata nel raccogliere dai social network informazioni su abitudini e stili di vita dei consumatori, sulla base delle migliaia di tracce digitali che ognuno lascia quotidianamente dietro di sé, spesso senza saperlo.

Molti utenti non sono consapevoli, o semplicemente sottovalutano, “quanto di noi” lasciamo in Rete anche con una semplice ricerca sul web, ogni volta che:

  • acquistiamo qualcosa online
  • cerchiamo un prodotto
  • controlliamo le offerte di volo per un determinato luogo

Lasciamo delle piccole tracce, degli indizi di ciò che siamo e vogliamo, delle impronte digitali o digital footprintCosì, aziende come Cambridge Analytica , raccolgono le nostre tracce: quanti “Mi piace” mettiamo e su quali post, dove lasciamo il maggior numero di commenti, il luogo da cui condividiamo i nostri contenuti e così via.

Di norma, le informazioni acquisite, non dovrebbero essere riconducibili a una singola persona; vengono quindi fornite in forma anonima o aggregata dalle aziende, ma algoritmi come quelli di Cambridge Analytica possono risalire a singole persone e creare profili molto accurati sui loro gusti e su come la pensano. Il risultato è la reale possibilità di sviluppare un sistema di “microtargeting comportamentale”, ovvero pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona, in modo da poter far leva non solo sui gusti degli utenti ma anche sulle loro emozioni e dei loro pensieri più inconsci.

Secondo l’ideatore del software, Michal Kosinski, dal numero di “Mi piace” che gli utenti mettono su Facebook, sono sufficienti:

  • 70 “Mi piace” per sapere più cose sulla personalità di un soggetto rispetto ai suoi amici
  • 150 per saperne di più dei genitori dell’utente
  • 300 per superare le conoscenze del suo partner

Ma come ha fatto Cambridge Analytica ad entrare in possesso dei dati necessari?

Gli sono stati ceduti da Aleksandr Kogan, ideatore dell’applicazione “thisisyourdigitallife” (“questa è la tua vita digitale”), una simpatica app che prometteva di tracciare il profilo psicologico dell’utente in base alle attività svolte online. Per utilizzarle si accedeva tramite il Facebook Login, il sistema che permette di iscriversi a un sito senza la necessità di creare nuovo “Profilo”, ma utilizzando invece una verifica controllata da Facebook (azione che ognuno di noi ha eseguito con imbarazzo almeno una volta per sapere: “il giorno della nostra morte”, “quanti figli avremo”…).

In questo modo, Kogan, fece in tempo a raccogliere i dati sugli utenti iscritti alla sua app, 270mila, e sulle reti dei loro amici (dato che all’epoca Facebook permetteva anche ciò) arrivando quindi a memorizzare informazioni di vario tipo su 50 milioni di profili Facebook (la stima è del New York Times e del Guardian, ma ad oggi non conosciamo ancora il reale numero).

Il problema però sorge solo nel momento in cui Kogan ha condiviso tutti questi dati con Cambridge Analytica, violando così i termini d’uso di Facebook, che vieta ai proprietari di app di condividere i dati raccolti sugli utenti con società terze, una delle sanzioni previste è la sospensione degli account. Ma a quanto sembra, nel caso di Cambridge Analytica, la sospensione è arrivata molto tardivamente (a ridosso della pubblicazione dell’inchiesta svolta dal New York Times e Guardian).

Di recente Facebook ha messo a disposizione una pagina in cui ciascun utente può controllare se le sue informazioni sono state passate a Cambridge Analytica, disponibile qui:

https://www.facebook.com/help/1873665312923476

Inoltre c’è a disposizione un tasto per rivedere quali sono le app che accedono al nostro profilo, in modo da poter le modificare le impostazioni.

L’inchiesta svolta da New York Times e Guardian ha portato alla luce il fatto che Facebook ha problemi nel garantire che non si faccia un uso non autorizzato dei nostri dati, ma anche che non vi è ancora una consapevolezza da parte degli utenti e dei governi dell’importanza dei nostri dati personali.

Il fatto che il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, si sia presentato davanti al Senato USA, per chiarire la propria posizione, indica che qualcosa potrebbe cambiare anche negli Stati Uniti, una regolamentazione più precisa è attesa da tempo da organizzazioni e attivisti per la tutela della privacy online.

In Europa invece, a partire dal 25 maggio 2018, sarà direttamente applicabile in tutti gli Stati membri il Regolamento Ue 2016/679, GDPR (General Data Protection Regulation) relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali.

 

Per l’immagine di copertina ringraziamo: Kia

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