Una crisi 30 volte peggiore di quella del 2008

Ormai è chiaro a tutti: i Paesi europei da qui ai prossimi mesi dovranno compiere un immane esborso di fondi pubblici: mascherine, respiratori ecc rappresentano una quota estremamente minoritaria della spesa complessiva. In gran parte si tratterà di sussidi ai lavoratori e prestiti ed agevolazioni fiscali/previdenziali alle imprese (che al momento si stanno indebitando per salvare se stesse e pagare le imposte). Per alcuni settori (alberghiero, ristorazione, trasporti…) il 2020 sarà catastrofico, con fatturati anche del -90%. Altri comparti potranno recuperare nel secondo semestre dell’anno, come quelli dei così detti “beni durevoli” (mercato dell’auto, ad esempio).

Il titolo del paragrafo non è provocatorio, ma si basa sulle stime del PIL mondiale redatte dal FMI, che parlano di un -3% complessivo. Nel 2008 il medesimo indicatore si fermò a -0.1%. Lo shock è simmetrico, ma gli effetti no: sia perché il Covid-19 non si è diffuso in egual misura tra i vari Paesi, sia perché le risposte dei governi, sanitarie ed economiche, sono state differenti. L’esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha chiesto a gran voce l’emissione di Eurobond, ma siamo certi che possano bastare?

Eurobond, why not?

Gli Eurobond sono titoli di debito emessi a garanzia UE, strumenti finanziari da cui gli Stati dovrebbero attingere per ricavare liquidità. Hanno il pregio di disporre appunto della garanzia UE, pertanto ne deriverebbero inevitabilmente tassi di interesse contenuti. I debiti, è opportuno chiarirlo, rimarrebbero nazionali. Tuttavia, almeno per adesso, diversi Paesi del Nord Europa si oppongono. Le ragioni sono principalmente le seguenti: 1) Il Covid-19, al momento, ha colpito più duramente gli Stati del Sud 2) Le economie dei Paesi nordici crescono maggiormente e sono meno indebitate delle nostre 3) I governi di quei Paesi non hanno intenzione di esporsi agli occhi degli elettori come quelli che “fanno regali” agli italiani e agli spagnoli “che non rispettano mai le regole“. Il punto 2) consente a Paesi come l’Olanda di attingere al mercato emettendo propri titoli di debito, con un tasso di interesse tale da non comprometterne gli equilibri di finanza pubblica (stando al 2018, il loro rapporto debito/pil è pari 52.4%).

In linea teorica gli Eurobond sembrano essere il punto di destinazione naturale di un’unione monetaria che vuole essere efficace. Al di là del fatto che ne andrebbero stabilite le modalità di utilizzo (solo per finanziare specifiche spese o investimenti? quantitativo per ciascun Paese vincolato a valori come la riduzione del PIL o l’incremento della disoccupazione?), sorgono altresì alcune difficoltà pratiche. I problemi riguardano determinati passaggi legali difficilmente attuabili nel pieno di una pandemia. In breve: 1) andrebbe creato un Ministro delle Finanze europeo, a cui attribuire autonomia di spesa e poteri 2) I 27 Paesi dovrebbero imporsi stringenti vincoli di spesa 3) Dovremmo attribuire al Parlamento Europeo poteri di controllo verso il Ministro delle Finanze 4) last but not least, dovremmo cambiare i trattati europei, i quali, attualmente, non consentirebbero uno strumento come quello ipotizzato da Conte. Ciò detto, il problema principale resta la volontà politica di alcuni Paesi di non intraprendere questa strada.

Cosa è stato deciso fino all’Eurogruppo del 9 aprile 2020

Il 9 aprile scorso si è giunti ad una prima bozza di accordo sulle misure da attuare, anche se diverse questioni dirimenti sono state rimandate al summit del prossimo 23 aprile.

A chi dice “a questo punto meglio andare da soli“, verrebbe da replicare: “sì, al cimitero“. La risposta delle istituzioni europee, benché assolutamente insufficiente vista la gravità dell’emergenza, è stata molto più celere del post-Lehman Brothers, quando dai tentennamenti sulle tempistiche scaturirono poi altri problemi. Conosciamo meglio le due misure più importanti adottate fino a questo momento, elencando di seguito tutte le altre:

Piano di 750 miliardi della BCE: Il piano implementato da Christine Lagarde, che si aggiunge ai 120 miliardi stanziati il 12 marzo per allargare quanto già previsto dal Quantitative Easing, è destinato non soltanto all’acquisto di titoli di Stato, ma anche ai “commercial paper“, ovvero le obbligazioni societarie. Il cambio di passo della BCE non era affatto scontato, oltretutto, a differenza del piano lanciato con il whatever it takes” di Draghi, l’acquisto non ha alcun vincolo al PIL degli Stati. Rispetto a prima, quando venivano comprati in gran quantità anche Bund tedeschi, ad oggi in prevalenza vengono acquisiti titoli italiani e spagnoli. A modesto giudizio di chi scrive, questa è fino ad oggi la misura più significativa: consente di garantire liquidità ad un’Italia a cui sta rischiando di mancare l’ossigeno, che avrebbe rischiato scoprirsi “nuda” ai mercati finanziari, con pericoli per la tenuta dell’intera eurozona.

Mes senza condizioni per le spese sanitarie, fino al 2% del PIL: Il Mes è uno meccanismo concepito per aiutare quei Paesi che, come dicono alla London School of Economics, “si sono comportati male“. Nei loro confronti vengono erogati prestiti (questo è il Mes, un prestito) vincolati a certe condizioni (riforme del lavoro, delle pensioni, riduzione del debito…). E’ nato dopo la crisi del 2008, prima non c’erano strumenti di questo tipo. Tuttavia, nella bozza di accordo (non è stato firmato niente da Conte e Gualtieri, ne approvato dal Parlamento) non si parla del Mes “classico”, anche perché all’Italia, come agli altri Stati, non si possono attribuire “colpe” in questa crisi economica. Da molti anni il nostro Paese approva Leggi di Bilancio in avanzo primario (entrate>uscite al netto degli interessi passivi), attenendosi inoltre, come gli altri, alle regole del Patto di stabilità e crescita. Stavolta il Mes consentirebbe di usufruire di finanziamenti a tassi di interesse ridotti, da destinare a spese come la ristrutturazione degli ospedali, l’assunzione di personale sanitario, l’incremento dei posti in terapia intensiva ecc, senza imporre alcuna condizione ai governi che ne usufruiscono. L’Italia ha già versato 14.5 miliardi al suddetto fondo, da tale accordo noi potremmo ricavare fino a circa 35 miliardi, con un risparmio sull’interesse stimato a 1.5 miliardi. Perché rinunciarvi? Oltretutto, come ricorda l’ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi, un No al Mes rischierebbe di indebolire l’Italia nella trattativa per gli Eurobond.

Oltre a ciò, merita menzionare il “Piano Von der Layen” o programma SURE, di 100 miliardi per i sussidi di disoccupazione (non è al momento dato sapere quanti di essi saranno destinati al nostro Paese); la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita (atto quasi “dovuto” per non fornire “alibi” ai governi nazionali); un piano della BEI, Banca europea per gli investimenti, messo a punto per garantire liquidità alle imprese (Per le nostre PMI ciò dovrebbe tradursi in 740-800 milioni disponibili nelle prossime settimane) ed altri interventi di minor rilievo.

Il rischio di un’ecatombe nazionale

Perché le misure fin qui adottate sono insufficienti? Come sottolineato dal Ministro Gualtieri, l’Italia al prossimo Consiglio Europeo del 23 aprile cercherà di estendere la copertura complessiva ad almeno 1500 miliardi (sembra una cifra mastodontica, ma merita ricordare che l’UE è composta da 27 Paesi). Il vero rischio per un’economia come la nostra, come accennato in precedenza, può palesarsi tra pochi mesi. Al rallentare dell’emergenza sanitaria, seguirà inevitabilmente una riduzione dell’acquisto di titoli da parte della BCE. A quel punto potrebbe entrare in gioco la speculazione da parte dei mercati finanziari (già in questi giorni lo spread si sta allontanando dai 200 punti delle scorse settimane). Il governo Conte è conscio di tale scenario, tuttavia neanche gli Eurobond potrebbero prevenire queste turbolenze. Il ridotto gettito da Irpef, Iva ecc, l’ingente mole di spesa corrente derivante dai trasferimenti a lavoratori, disoccupati e imprese, la sospensione dei contribuiti previdenziali per alcune categorie professionali ecc, con ogni probabilità ci costringerebbero comunque a ricorrere all’emissione di ulteriori titoli di debito. Con gli Eurobond sul mercato, tali Btp verrebbero percepiti dagli investitori come titoli “di serie b” rispetto a quelli coperti da garanzia UE, con i soliti rischi della spirale “spread, spese per interesse, crescente deficit, sfiducia sui mercati…”

3 Possibili scenari ottimistici a partire dal Consiglio europeo del 23 aprile 2020

O Von der Leyen e Merkel si inventeranno qualcosa per “sussidiare” Paesi come il nostro o l’eurozona collasserà. La Germania, in tal caso, si dimostrerebbe ancora una volta un Paese bravo a vincere le battaglie ma non le guerre.

Proviamo a formulare due soluzioni “europee” e una tutta italiana, di supporto alle altre:

1) Piena attuazione del Recovery fund: Il summit del prossimo 23 aprile ripartirà dal punto 19 della bozza di accordo del 9 aprile: l’istituzione di un Fondo Recovery, un fondo speciale per la ricostruzione. Ad ora è tutto da definire, ma si parla di una dotazione di 1500 miliardi. Il fondo finanzierebbe una strategia coordinata di ripresa, soprattutto per settori come quello automobilistico, aereo e turistico. Ciò avverrebbe coerentemente al Green Deal e alle priorità europee. Punti interrogativi: 1) La durata del suddetto fondo 2) L’effettivo ammontare di miliardi ad esso destinati 3) Come alimentarlo. Addizionali sulle imposte indirette dei singoli Paesi? “Contributi di solidarietà” sui redditi o, auspicabilmente, sui patrimoni? Emissioni di obbligazioni simil-Eurobond ?

2) Mutalizzazione dei debiti in eccesso/Piano Marshall:  A dispetto degli Eurobond, la mutualizzazione dei debiti in eccesso (alcuni Paesi pagheranno di più per questa crisi) può essere fatta gradualmente, senza ricorrere alla creazione di alcun Ministro delle Finanze.

Punto forte: Si tratterebbe di una sorta di piano Marshall per il Sud Europa (con fondi dal Nord che di fatto verrebbero condonati/regalati, come fecero effettivamente gli Usa post-WWII). Gli Usa lo attuarono non soltanto per tenere gli Stati dell’Europa occidentale sotto la propria “ala protettiva”, ma anche per dare ossigeno al loro principale mercato estero, che altrimenti non avrebbe potuto comprare le Ford o i frigoriferi Whirlpool (per farla semplice). Le odierne grandi società del Nord Europa, in primo luogo le case automobilistiche (Volkswagen) ci tengono molto al Sud del Vecchio Continente, dal momento che siamo i principali acquirenti delle loro auto.

Punto debole: A livello politico è superfluo ricordare come possa essere complicato da far accettare. Alexander Hamilton, il primo segretario del Tesoro americano, riuscì a far trasferire a livello federale parte del debito accumulato dalle 13 colonie durante la Guerra di indipendenza. Egli convinse gli americani di una cosa:  il debito pubblico statale non è bellissimo, ma il debito pubblico in comune fa la forza di una federazione.

3) Patto con gli italiani, BTP a 50 anni: E’ l’ipotesi forse più romantica. L’istituzione di uno strumento finanziario con tassazione e rendimento non variabili per legge, rivendibili sul mercato secondario, privi di imposta di successione (in previsione di un’eredità ai figli). Gli italiani, investendo parte dei loro risparmi, sarebbero chiamati a farsi carico della ricostruzione del loro Paese, tornando in parte padroni del loro debito pubblico. Punto debole: Una sottoscrizione forzosa rischierebbe di far storcere il naso a molti, per usare un eufemismo, mentre l’adesione volontaria rischia di far “partorire un topolino”. Per risultare efficace, da tale operazione dovremmo trarne almeno 300-350 miliardi, come ha ricordato il 14 aprile scorso Romano Prodi.

Nell’attesa non ci resta che boicottare i tulipani e prenotare le nostre vacanze in Italia!


A cura di Michele Seremia

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Michele Seremia

Michele Seremia

Nato a Fiesole il 25/02/1993, sono iscritto al corso magistrale di Scienze Politiche - Politica, istituzioni e mercato. Fedelmente al mio percorso di studi seguo con sinistro interesse la politica nel suo complesso, con patologica fissazioni per elezioni e campagne elettorali. D'estate mi trasformo in casellante. Autunno, inverno e primavera tifo Milan.
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Nato a Fiesole il 25/02/1993, sono iscritto al corso magistrale di Scienze Politiche - Politica, istituzioni e mercato. Fedelmente al mio percorso di studi seguo con sinistro interesse la politica nel suo complesso, con patologica fissazioni per elezioni e campagne elettorali. D'estate mi trasformo in casellante. Autunno, inverno e primavera tifo Milan.
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