Dal referendum del 1988 e la conseguente fine della dittatura di Pinochet, il Cile ha intrapreso un percorso per allontanarsi dalla tradizione autoritaria e dal sangue versato dal generale. Quale sia la strada verso una democrazia liberale non minimalista, ma capace di garantire la concreta partecipazione della popolazione non è però mai stato molto chiaro. Infatti, in un succedersi di governi composti dalla sinistra, prima fuorilegge, e di eredi del periodo precedente all’88, il lascito del governo succeduto al golpe contro Salvador Allende è sempre stato opprimente.

Nonostante non sia possibile individuare un modello di democrazia ideale a cui riferirsi, il paese che corre fra la cordigliera e l’oceano pacifico è rimasto stretto nella morsa di una transizione strozzata e ad oggi agonizzante; sua causa principale è la rigidissima struttura sociale che lo rende la nazione più diseguale dell’America Latina, a scapito di una crescita economica certamente solida, la quale ha però beneficiato solo i pochi della cupola neoliberale del regime pinochetista.

Il problema di una così opprimente ombra sul futuro del Cile può quindi essere affrontato da diverse angolature, come quella delle proteste studentesche dei primi anni ’10 di questo nostro millennio. Eppure, ad oggi, con il nuovo mandato del già presidente e magnate di destra Sebastian Piñera, una vecchia e mai rimarginata ferita si riapre: il rapporto fra lo Stato centrale e la comunità Mapuche.

A sud del fiume Bio Bio, che si estende dalle Ande all’Oceano Pacifico, esiste ancora oggi una popolazione precolombiana nota con il nome di Mapuche. Questo gruppo non è costituito da un’unica etnia, ma piuttosto da differenti realtà accomunate da una medesima struttura sociale, economica e religiosa. Come per molti “popoli originari” (per usare la definizione preferita rispetto all’asettico “indigeni”) la connessione fra gli individui e la terra è sempre stato un motivo culturale fondamentale, risultante in un rapporto simbiotico con l’agricoltura, minacciata dai latifondi dei colonizzatori spagnoli prima e cileni poi.

La regione nota col nome di Araucanía fu infatti già obiettivo delle mire espansionistiche del nascente impero spagnolo in quello che ben presto sarebbe diventato il Regno del Cile, unità amministrativa afferente al vicereame del Perù e possedimento diretto del sovrano iberico. Così, a partire dal 1541 al 1598 un piccolo contingente capitanato in principio da Pedro de Valdivia discese la sottile striscia costiera, respingendo i Mapuche ben oltre il fiume Maule, storico confine fra questi ultimi e l’impero incaico, fino al Bio Bio, che divenne la nuova frontiera difendibile. In seguito, con la fine del conflitto si svilupparono rapporti commerciali ed il numero di mestizos sulle terre di confine crebbe, finché, con l’indipendenza del 1818 la neonata repubblica cilena conobbe una poderosa espansione economica che portò alla necessità di accaparrarsi nuove terre da colonizzare. Così, coloni provenienti soprattutto dai paesi europei iniziarono ad insediarsi a sud delle terre abitate dai Mapuche, occupando poco a poco tutta la costa frastagliata che gradualmente ripiega verso l’Argentina.

In questo modo, il Cile rimase diviso in due tronconi da quella che sarebbe diventata la regione dell’Araucanía ed il problema andava risolto alla radice. L’opportunità si presentò quando un avvocato e avventuriero francese, Orélie Antoine de Tounens, si recò nella città di Valdivia dove accordandosi con un cacique locale abbracciò la causa nazionale Mapuche e venne proclamato re del regno di Araucanía e Patagonia, legittimandosi attraverso le speranze di chi credeva che un rappresentante europeo avrebbe dato maggiori speranze ad una lotta che pareva decisamente impari. Al contrario, invece, l’avvenimento si trasformò nel casus belli perfetto e nel 1862 il generale cileno Saavedra sfondò le deboli linee di difesa dando il via ad un conflitto che si concluse ufficialmente solo nel 1883, anno in cui ogni resistenza locale venne sbaragliata e le terre considerate bene ancestrale dai Mapuche donate ai coloni cileni ed europei, diventando parte ufficiale del paese sudamericano.

Da questa breve panoramica è chiaro come gli eventi che riguardano la storia della progressiva conquista della regione e di conseguenza le sorti del popolo Mapuche siano, per la narrativa nazionale cilena, assolutamente ricchi di potenziale rappresentativo. Infatti, già nel 1589 lo spagnolo Alfonso de Ercilla, un poeta che aveva preso parte alla spedizione di Valdivia, raccontò attraverso gli strumenti dell’epica lo scontro fra i conquistadores e la popolazione indigena, inaspettatamente restituendo anche immagini in cui il valore di questi ultimi veniva esaltato. Chiaramente, il motivo di una tale scelta, nel periodo in cui la Spagna portava a compimento quella che era considerata come un’opera civilizzatrice, resta piuttosto oscuro, ma è allo stesso tempo utile perché riconnette la prospettiva storica con l’attualità attraverso la tensione rappresentativa che genera. Infatti, adottando lo sguardo dei fieri combattenti europei cinquecenteschi i Mapuche restano una popolazione da schiacciare, assoggettare ed integrare nel tessuto della nazione cilena, sradicando il loro stile di vita arcaico e tradizionale in favore della civiltà cattolico liberale. D’altra parte, si può guardare alla stessa realtà con gli occhi di Tegualda, donna araucana che sul campo di battaglia cerca suo marito fra il dolore e lo strazio di un campo di battaglia, immagine che forse più di tutte mostra una supposta tendenza umanista da parte di Ercilla.

Oscillando tra queste due visioni la politica cilena ha costruito il proprio rapporto con il popolo Mapuche, tendendo sicuramente molto più spesso per quella del conquistador. E’ il caso della dittatura di Pinochet, che attraverso la giunta militare, nel 1984 promulgò la legge 18.314, la cosiddetta Ley Antiterrorista, con lo scopo di istituire pene più gravi per le condotte definite come terroriste. La disposizione stessa è stata utilizzata spesso proprio per giustificare arresti arbitrari, che si affiancavano a misure repressive come torture, sparizioni e massacri, portate avanti sin dal 1973.

In aggiunta, Pinochet, a partire dal 1978 si mise in contatto con le poche associazioni sorte evitando gli ostacoli imposti dal suo apparato di controllo e tentò di liquidare definitivamente la causa degli abitanti della Araucanía stanziando diverse migliaia di ettari di terra per l’uso privato, soffocando definitivamente in concetto di proprietà condivisa a cui i Mapuche facevano riferimento.

In seguito, nel 1989, sperando di ottenere un riconoscimento dei loro diritti ancestrali i capi delle comunità si riunirono con le forze della Concertación, unione dei partiti per la democrazia, sperando in un riconoscimento dei loro diritti in quanto popolo originario e, a partire dal 1993 ci furono effettivamente importanti rapporti fra lo stato e rappresentati Mapuche. Ben presto però, la Araucanía si rivelò per quello che era agli occhi del governo centrale, una regione ricca di risorse idriche e di foreste, così, nel 1997 una nuova disputa ebbe luogo, in quanto la ENDESA España iniziò la costruzione di una centrale idroelettrica nell’Alto Bio Bio.

Ad oggi la situazione nella regione resta difficile e le tensioni locali portano alla luce due conflitti fondamentali che lacerano il Cile contemporaneo. Il primo, di natura storica, è quello che riguarda il posto che i Mapuche possono avere nella struttura dello Stato. Il secondo invece, molto più recente, porta alla luce una mai risolta eredità della dittatura che si ripresenta con la promessa di Piñera volta a preservare la Ley Antiterrorista al fine di continuare ad usarla come strumento per portare a termine la spoliazione del patrimonio materiale ed immateriale del popolo originario.

Come nell’opprimente realtà contemporanea, Tegualda ritrova in mezzo ai morti il corpo di suo marito, ora freddo, insanguinato, trafitto e ucciso per mano dei conquistadores. Quella giovane donna, con il viso colmo di lacrime, si avvicina al suo amato, lo bacia sulle labbra e sulla ferita nel tentativo di infondergli un alito di vita. Così lei, ora trafitta da un ingiusto destino, si chiede perché la vita sia stata così ostile e ingiusta. E così profondo è il suo dolore che, nella sua amarezza, Tegualda non desidera altro che la morte.

Al fin, entre los muertos que allí
había,
hallamos el sangriento cuerpo
helado,
de una redonda bala atravesado.
La mísera Tegualda que delante
vio la marchita faz desfigurada,
con horrendo furor en un instante
sobre ella se arrojó desatinada;
y junta con la suya, en abundante
flujo de vivas lágrimas bañada,
la boca le besaba y la herida,
por ver si le podía infundir la vida.
«¡Ay cuitada de mí!-decía-, ¿qué
hago
entre tanto dolor y desventura?
¿Cómo al injusto amor no satisfago
en esta aparejada coyuntura?
¿Por qué ya, pusilánime, de un trago
no acabo de pasar tanta amargura?
¿Qué es esto? ¿La injusticia a dónde
llega,
que al morir forzoso se me niega?

Tegualda diventa così emblema di un dolore collettivo, quello del suo popolo, i Mapuche, una popolazione sfruttata da un Paese che, sull’onda del progresso e la crescita economica, vede nello sfruttamento delle risorse naturali l’unico cammino da percorrere.


A cura di Francesco Buono

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Francesco Buono

Francesco Buono

Nato a Genova nel 1989 e cresciuto a Ventimiglia fra confine e provincia profonda. Ho scoperto la mia passione per i popoli, le culture e soprattutto la politica del Medio Oriente all'università di Torino ed ora, con la laurea in vista, ho deciso di venire a scoprire la Palestina da vicino per qualche mese. Vedo orientalismo dappertutto e sono profondamente interessato alla costruzione dell'altro nella cultura "occidentale".
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Francesco Buono

Nato a Genova nel 1989 e cresciuto a Ventimiglia fra confine e provincia profonda. Ho scoperto la mia passione per i popoli, le culture e soprattutto la politica del Medio Oriente all'università di Torino ed ora, con la laurea in vista, ho deciso di venire a scoprire la Palestina da vicino per qualche mese. Vedo orientalismo dappertutto e sono profondamente interessato alla costruzione dell'altro nella cultura "occidentale".
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