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lunedì 23 Novembre 2020
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Coronavirus come l’influenza? Una pioggia di casi gravi ci dice tutt’altro

Da quando il Coronavirus ha raggiunto il nostro paese e invaso i notiziari, sentiamo spesso ripetere che dovremmo considerarlo alla stregua di una semplice influenza. Minaccerebbe solo gli anziani e gli immunodepressi, senza peraltro fare più morti di una comune malattia stagionale. Insomma il nemico non sarebbe il virus ma la “psicosi”. Questa affermazione, sostenuta anche da illustri virologi (vedi qua e qua) è stata ampiamente ripresa da parte della stampa e sembra fare presa presso una parte significativa della popolazione.

Si tratta principalmente del celebre “popolo delle partite IVA” che lamenta i costi economici di misure anti-epidemia ritenute sproporzionate rispetto ai rischi effettivamente rappresentati da Covid-19. A Confindustria la quarantena fa ufficialmente più paura del contagio. Il malcontento si diffonde e proteste si sono registrate anche a ridosso delle zone rosse, tanto a Vo’ quanto nel Lodigiano.

Prove di rassicurazione di massa

Da più parti si registra la voglia di un ritorno alla normalità. L’Esecutivo sembra solidale con queste istanze. Ed è già passato all’azione.

Pochi giorni fa il premier Conte ha redarguito la RAI, invitando il servizio pubblico ad abbassare i toni. Non pago, Conte è giunto a lamentarsi dell’eccessivo numero di tamponi faringei effettuati nel Paese. Con risolutezza ha invitato le autorità sanitarie a praticarne di meno, erogando questo servizio ai soli pazienti sintomatici. Ma il Governo si è spinto oltre; ha impugnato il provvedimento con cui la Regione Marche aveva disposto la sospensione precauzionale delle attività didattiche.

Sostenuto da molti commentatori, il premier non perde occasione per denunciare la presunta psicosi. Solo con il passare dei giorni e l’aggravarsi dell’epidemia l’Esecutivo ha fatto parziale retromarcia, disponendo una chiusura delle scuole giudicata tardiva da alcuni virologi.

Ormai comunque il danno è fatto. Sui social network i cittadini italiani che si preoccupano di Covid-19 vengono costantemente ridicolizzati: persino fare scorta di pasta in vista delle possibili restrizioni attira la non sempre bonaria ironia di altri utenti. Ma siamo proprio sicuri che si sia fatto tanto rumore per nulla?

Il mondo si preoccupa

Dalla comunità scientifica italiana e internazionale filtrano intanto segnali di preoccupazione sempre più elevata.

Non si tratta di ricercatori in cerca di fama o di illustri sconosciuti. Dichiarazioni di apprensione giungono dai più alti livelli delle organizzazioni internazionali. Per Antònio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, la pandemia può ancora essere evitata, ma la finestra di opportunità per riuscirci si sta restringendo. Occorre “intensificare gli sforzi e fare tutto il possibile”, e non c’è tempo da perdere.

Tra i vertici dei consessi internazionali non è l’unico a segnalare l’urgenza e la drammaticità della situazione. Per Bruce Aylward, il leader del team di esperti della World Health Organisation che sta valutando la risposta della Cina alla minaccia del Coronavirus, il Mondo semplicemente “Non è pronto” ad arginare la diffusione di Covid-19.

Per Aylward è difficile pensare che le draconiane misure di contenimento messe in atto con risolutezza dalla Repubblica Popolare Cinese possano essere replicate altrove. E le polemiche italiane sembrano dargli ragione.

Risultato immagini per bruce aylwardBruce Aylward, epidemiologo e team leader della missione congiunta di Cina e WHO su Covid-19

Nel frattempo, fuori dalla Cina, il virus continua a diffondersi. Dopo lo scoppio dei primi focolai in Italia, Corea e Giappone l’epidemia ha ormai raggiunto l’America, l’Australia, numerosi paesi europei e parte dell’Asia meridionale. Ma è in particolare il caso dell’Iran ad allarmare gli addetti ai lavori. È improbabile che la Repubblica Islamica sia in grado di fronteggiare l’emergenza e nessuno sa quale possa essere nel paese la diffusione di una malattia che ha già colpito membri del Governo e del Parlamento.

Ma perché un virus con una mortalità di appena il 2% fa così tanta paura?

Troppi intubati e ospedali al collasso

Ad uno sguardo ravvicinato ci rendiamo subito conto del perché il dato sulla mortalità sia ingannevole. Proprio così, perché a preoccuparci non dovrebbero essere solo i morti, ma anche e soprattutto il numero assai elevato di casi gravi o addirittura di pazienti ricoverati in terapia intensiva.

Secondo il bollettino della Protezione Civile, alle 18.00 del 4 marzo erano note 2706 persone positive al virus. Di questi ben 1346 erano ricoverati e ben 295 lo erano in terapia intensiva. Si tratta di numeri che non hanno niente a che fare con l’influenza che produce in media appena lo 0,003% di casi gravi sul totale dei contagiati.

Sono questi la vera emergenza. Non si tratta solo di anziani ma anche di adulti che per sopravvivere alla malattia necessitano di cure complesse, costose che presuppongono apparecchiature specifiche e molto personale specializzato. Tali cure assorbono molte risorse, spazi dedicati e sforzi di un personale spesso non adeguatamente numeroso.

Nel caso di un’ulteriore diffusione dell’epidemia è lecito pensare che si farebbero sforzi per potenziare questi reparti. Ma ci sono comunque dei limiti alle possibilità di curare tutti coloro che potrebbero averne bisogno, anche perché queste risorse andrebbero condivise con gli altri malati gravi, proprio quelli che vengono di solito ricoverati in tali spazi.

Gli ospedali più esposti alla crisi, come quelli di Lodi e Cremona, iniziano già a mostrare i loro limiti, e solo il trasferimento di una parte dei pazienti gravi in altri ospedali ha consentito di fronteggiare l’emergenza.

Certo, il numero dei contagi è ancora esiguo rispetto alle dimensioni della popolazione italiana, ma secondo l’infettivologo Massimo Galli in Lombardia il sistema – che conta complessivamente circa 900 posti letto in terapia intensiva – è già “al limite della tenuta”.

Urgono misure concrete

È evidente che il diffondersi dell’epidemia a grandi numeri di pazienti avrebbe un effetto dirompente sul Sistema Sanitario Nazionale. Perché il nodo fondamentale è proprio questo: in proporzione ai contagiati sono troppi i pazienti che richiedono cure ospedaliere. Soprattutto di fronte ad una malattia a cui lo stesso personale sanitario è molto esposto.

In molti sperano che l’arrivo delle calde temperature primaverili rallenti o estingua il diffondersi del Coronavirus. Ma la realtà è che nessuno sa ancora come questo si comporterà e se tali speranze siano fondate.

Davanti ad una minaccia di questo rilievo non possiamo permetterci di agire in modo superficiale. E visto che l’unico approccio al contenimento del contagio che sembra funzionare è proprio quello cinese dovremmo provare a replicarlo. Nella pratica vorrà dire prolungare la chiusura delle scuole, sospendere le attività di numerosi impianti industriali, starsene a casa il più possibile e limitare la socialità fino a quando ci sarà bisogno di farlo.

Si tratta di iniziative drastiche, con conseguenze onerose sia sul piano sociale che su quello economico. Ma il prezzo di non fare nulla o di agire in modo inadeguato rischia di essere molto più pesante per l’economia e la salute pubblica. Se saremo chiamati a chiudere temporaneamente alcune aziende e perdere qualche punto di PIL dovremo farcene una ragione.

Di fronte ad un’epidemia che può fare centinaia di migliaia di morti, meglio avere prudenza che sottovalutare il rischio e farsi cogliere impreparati.


A cura di Luca Frasconi

 

 

Luca Frasconi
Luca Frasconi
Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata  di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.

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I commenti a questo articolo sono stati disabilitati su richiesta dell’autore. Per contattarlo, è possibile scrivere alla mail luca.frasconi@tomorrownews.it

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