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sabato 23 Ottobre 2021
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Digitalizzazione in Italia: errori commessi e spunti per il futuro

 

Strutturare il piano imprese 4.0 e rendere strutturali alcune norme. Agli imprenditori serve la certezza di quello che possono o non possono fare […] la cosa più importante da fare ed è la prima che faremo”. Così parlava il neo Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, a margine del convegno inaugurale del Cersaie a Bologna, il 23 settembre 2019. La pandemia globale di Coronavirus non ha soltanto tolto la vita a migliaia di persone in Italia, ma ha messo a dura prova un’economia che, al momento, si trova piegata (speriamo non spezzata) a causa delle misure di contenimento del virus. La maggioranza delle attività economiche si sono rivelate impreparate a subire questo arresto forzato. Per quanto concerne la digitalizzazione in Italia, i dati sono chiari. Al di là dei limiti mostrati dalle imprese e dei liberi professionisti, è emerso soprattutto l’inadeguato livello di informatizzazione dei servizi della Pubblica Amministrazione.

Laddove non sono riusciti i governi passati a suon di decreti e incentivi, è riuscito il Covid-19 ad avvicinare l’Italia ad una serie di strumenti e di modalità di lavoro fino ad oggi ampiamente sottovalutate o ignorate.

Smart Working e Industria 4.0: due chimere per l’Italia

Dove possiamo riscontrare questi problemi? Basti guardare il numero di aziende che prima della recente pandemia attuavano piani di Smart Working. Fino al D.P.C.M. del 1° marzo emesso dal governo Conte (contenente disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19) questa modalità di lavoro agile era per lo più vista come una soluzione fantasiosa di lavoro da remoto. Sebbene questa forma di lavoro avvenga da remoto, esistono sostanziali differenze tecniche (strumentazione, linee, permessi) che differenziano le due modalità di lavoro.

Gli smart worker in Italia erano nel 2019 circa 570mila, con una crescita significativa rispetto all’anno precedente. In particolare, è tra le PA che si è registrato l’incremento di progetti strutturati di Smart Working più significativo, con quasi il doppio delle persone abilitate. Durante l’emergenza e la forzata chiusura del Paese, si è stimato che i così detti “lavoratori agili” fossero divenuti all’incirca 8 milioni.

Per quanto riguarda invece la produzione aziendale, molte industrie negli anni scorsi non hanno provveduto a sviluppare delle catene di montaggio e di lavoro munite di sistemi innovativi in linea con i principi e gli strumenti informatici, elettronici e tecnici della così detta “Industria 4.0”.

Secondo il report dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2019 le industrie italiane hanno investito quasi 3,9 miliardi di euro. Un aumento del 22% rispetto all’anno precedente. L’Industria 4.0 italiana si conferma essere in un momento di grande fermento, con la crescita delle attività di sperimentazione ed applicazione sul campo. Quando si parla di Industria 4.0 ci si riferisce in particolare a sei tecnologie abilitanti: Industrial Internet of Things, Industrial Analytics, Cloud Manufacturing, Advanced Automation, Advanced Human Machine Interface e Additive Manufacturing. Soltanto di recente le imprese italiane si erano attivate, grazie anche agli incentivi statali.

Tuttavia, le previsioni per il 2020 non sembrano particolarmente rosee. L’emergenza Covid-19 arresterà o ritarderà questo trend, facendo registrare, secondo l’Osservatorio, una contrazione dei progetti del 5-10%.

Digitalizzazione Italia

Vorrei ma non digitalizzo

In principio, se così si può dire, l’errore fu commesso agli inizi degli anni 2000 dall’allora governo Berlusconi, che si dimostrò incapace di sfruttare le opportunità del momento. Gli ingenti finanziamenti europei a supporto delle reti di comunicazione mobile e di tutti i dispositivi devOps. Cogliere quella opportunità avrebbe consentito la diffusione pressoché totale della banda larga e un’indubbia accelerazione della digitalizzazione in Italia. Ad oggi la connettività italiana risulta essere ancora particolarmente problematica. In momenti come quelli che stiamo vivendo adesso, a soffrirne sono gli utenti stessi della rete. “Scuola 2.0, PA elettronica e alfabetizzazione le nostre priorità. Ma bisogna svincolare dal fiscal compact gli investimenti in Ict”. Così parlava Silvio Berlusconi in una lunga intervista rilasciata al Corriere delle Comunicazioni nel 2013. “Sono dal 2001 convinto che la digitalizzazione dei servizi della pubblica amministrazione sia non solo un’azione conveniente per lo Stato, ma anche per i cittadini e le imprese.” Queste parole però non furono seguite da investimenti concreti.

Un’ulteriore prova fa capo alla dichiarazione rilasciata, sempre nel 2009, all’Assemblea generale di Confindustria. In quell’occasione il Cavaliere prometteva “grandi investimenti sulla banda larga“. Furono fatte riforme e vennero erogati fondi per quella tipologia di investimenti, anche da parte dei suoi successori. Nonostante ciò, nessuno condusse la battaglia per la digitalizzazione in Italia in maniera davvero convinta.

I problemi della PA

Come già scritto in precedenza, il nostro Paese si colloca agli ultimi posti nella Digital Economy and Society Index, precedendo soltanto Romania, Grecia e Bulgaria. Paesi non propriamente noti per essere all’avanguardia in materia di sviluppo e crescita. Il recente investimento sul 5G non deve illuderci troppo sul reale status del processo di digitalizzazione in Italia. Alcuni strumenti informatici, laddove applicati con criterio e combinati tra loro, hanno prodotto alcuni buoni risultati. Ad esempio, la fatturazione elettronica come strumento per contrastare l’economia sommersa. Viceversa, altre volte le risorse utilizzate non hanno reso come avrebbero dovuto. Due casi dal grandi impatto mediatico sono stati il sito dell’Inps a marzo e più recentemente il portale Buono Mobilità 2020.

Gli errori commessi in occasione del clickday per il bonus Bici e Monopattino non eguagliano in nessun modo il disastro realizzato dall’Inps nelle prime settimane di lockdown. Il portale dell’Istituto Nazionale Previdenza Sociale, nonostante gli investimenti fatti negli ultimi anni, non si è dimostrato in grado di reggere l’enorme traffico dati in occasione delle richieste di risarcimento da parte dei liberi professionisti. Il sovraccarico di accessi unito ai (prevedibili) attacchi di hacker in corso da diversi giorni, produssero gravi malfunzionamenti al sito. Tra i più citati vi fu la possibilità da parte di altri utenti di accedere a profili diversi dai propri, in barba a qualsiasi regolamento di Privacy e GDPR.

INPS

Scagli il primo link chi è senza peccato.

Bisogna dunque distinguere due punti importanti: la gestione degli imprevisti e la pianificazione nel lungo periodo. La pandemia di Coronavirus deve essere considerata come un evento imprevisto ma non del tutto inatteso. Dal 2004 l’OMS aveva richiesto agli stati membri di redigere un “Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale “ a seguito dell’ H5N1 in Asia. La digitalizzazione in Italia, delle sue PA e delle sue attività economiche, invece, doveva essere pianificata diversamente dalla classe politica e dalle associazioni che compongono la rete produttiva del paese.

Addossare come sempre allo Stato tutte le colpe sarebbe, in questo caso, sbagliato. In molti settori la digitalizzazione dei processi o degli strumenti di lavoro è ancora oggi vista come un costo inutile da sostenere, specie in un periodo di crisi e di recessione. La modernizzazione degli strumenti informatici non può avvenire soltanto attraverso bonus e sgravi fiscali o per opera di “illuminati” personaggi all’interno delle aziende. Per quanto riguarda invece il lato pubblico, lo Stato dovrebbe spendere con una migliore cognizione di causa le proprie risorse per migliorare i propri servizi in rete, evitando così le imbarazzanti figure fatte nel corso del 2020.

Bisogna comunque tenere sempre presente una cosa: Internet è stato progettato per sopravvivere a un’esplosione nucleare. I portali della PA italiana forse no.


A cura di Filippo Fibbia

Filippo Fibbia
Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.

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