Ancora oggi, la penisola iberica conserva l’impronta lasciata dalla vita quotidiana degli ebrei spagnoli. Espulsi nel 1492 dai monarchi cattolici, di loro resta un patrimonio di costumi, miti e labirinti urbani, le cui vestigia possono ancora essere tracciate tra vicoli ombrosi e sinagoghe, oggi trasformate in chiese o musei.

Il 2 gennaio 1492, con l’entrata di Isabella I di Castiglia e di Ferdinando d’Aragona, nel palazzo fortezza dell’Alhambra si concludeva la guerra di Granada e in generale la Reconquista delle aree ancora in mano araba. Nel 1496, il valenziano papa Alessandro VI concesse al Re e alla Regina il titolo di “Cattolici”, riconoscendo la Spagna come massima potenza religiosa del continente.

Il 31 marzo successivo, con il “Decreto dell’Alhambra” – anche conosciuto come Editto di Granada – i Re Cattolici, in linea con direttive applicate anche in altri regni, decretarono l’espulsione degli ebrei dai loro domini e territori. Il Decreto fu poi seguito da quello del regno del Portogallo (1496) e da quello del regno di Navarra (1498).

Del Decreto, basato sul progetto di Decreto di Torquemada, esistono due versioni: una firmata da entrambi i re e valida per la Corona di Castiglia e un’altra firmata solo dal re Ferdinando e valida per la Corona d’Aragona. Se il testo destinato alla Castiglia è argomentato in maniera esclusivamente religiosa, mentre quello destinato all’Aragona contiene anche argomenti più temporali; ad esempio, si afferma come gli ebrei praticassero il prestito a usura contro i cristiani.

Una catastrofe indimenticata

La maggior parte di coloro che rifiutarono la conversione obbligatoria furono costretti a emigrare. Ma anche quelli che si convertirono e rimasero nel territorio iberico furono perseguitati dall’Inquisizione, tanto che furono ben presto costretti a fuggire e chiedere asilo altrove. Le persone che andarono via da questi territori lo fecero con grande tristezza, portando con sé le chiavi delle proprie case, nella speranza di poter tornare un giorno; conservarono la loro lingua, il ladino o haketìa, i costumi, come per esempio la celebrazione del matrimonio secondo le tradizioni della Castiglia e soprattutto un’immensa nostalgia per Sefarad, nome ebraico che indica la Spagna. Per gli esuli, i paesi principali di destinazione furono il Portogallo, i Paesi Bassi e l’Impero Ottomano.

Delle tante calamità che hanno colpito il mondo ebraico durante l’arduo passaggio dal mondo medievale a quello moderno, nessuna è stata più fortemente sentita e accortamente raccontata dell’espulsione dalla Spagna nel 1492.

Per il numero di morti, l’anno 1492 rappresenta solo l’inizio di una lunga e dolorosa fase: fu l’inizio di una serie di persecuzioni contro gli ebrei, affiancate da torture e conversioni forzate. Sebbene tale anno sia spesso visto come la triste conclusione della storia medievale ebraica, in realtà l’espulsione del 1492 rappresenta il riemergere di uno dei maggiori temi di questo popolo: l’integrazione piena dell’ebraismo iberico nel mondo mediterraneo in senso più ampio.

 

Il XIX secolo e la riscoperta degli esuli sefarditi

Con un salto di oltre 300 anni, arriviamo poi al 1860. Con la guerra d’Africa e lo sbarco delle truppe reali di O’ Donnell sulle coste del Marocco, gli spagnoli vennero a contatto con ebrei discendenti di quelli cacciati nel 1492, i quali avevano conservato il castigliano medievale come lingua e gli usi e costumi spagnoli di allora.

La Spagna, comunque, continuò a non preoccuparsi degli ebrei e della diaspora sefardita. Conseguentemente ai pogrom che si ebbero nei Balcani e in Russia nelle ultime due decadi del XIX secolo, l’ambasciatore spagnolo a Istanbul informò il Governo di Madrid dell’esistenza di comunità sefardite nell’Impero Ottomano, le quali continuavano a parlare in castigliano, evidenziando in particolare quella di Salonicco e quella della capitale. L’ambasciatore, il Conte di Rascón, suggerì al governo di accogliere in Spagna gli ebrei sefarditi che volevano fuggire e che si mantenevano in contatto con quelli che continuavano a vivere nei Balcani e nel Vicino Oriente. Propose poi che si stabilissero linee ferroviarie da Siviglia fino a Odessa e che si creassero scuole spagnole a Salonicco e Istanbul. In questo modo, secondo il Conte di Rascón, per la Spagna sarebbe stato più facile avere relazioni mercantili con l’Oriente, al fine di poter estendere la sua influenza. In realtà, gli ebrei che vollero andare in Spagna furono pochi, poiché cercarono paesi più prosperi; chi ne fece richiesta erano i ceti più poveri, con scarse risorse per il viaggio.

Dopo diversi secoli di assenza sefardita, finalmente la Costituzione del 1869 dichiarò la libertà religiosa e facilitò così un possibile ritorno a Sefarad.

La questione sefardita e la Spagna di Franco

Durante il regime franchista, la politica della dittatura rispetto agli ebrei sefarditi e aschenaziti che fuggivano dalle persecuzioni naziste fu condizionata dalla collaborazione con il regime hitleriano. Così, fu ordinato ai consoli spagnoli in Germania e a quelli nei paesi occupati o agli alleati dell’Asse di non concedere passaporti o visti agli ebrei che ne facevano richiesta, a meno che questi non fossero sudditi spagnoli. Tuttavia, la maggior parte dei diplomatici spagnoli non fece caso a quest’ordine e assistette gli ebrei, specialmente quelli sefarditi, sostenendo che questi avessero lo status di “protetti”.

Questo avvenne a dispetto del fatto che non fosse più in vigore il termine per ottenere la cittadinanza, scaduto il 31 dicembre del 1930. I consoli erano infatti ben consapevoli che i sefarditi, così come tutti gli altri ebrei, correvano un reale pericolo di vita nel relazionarsi con la polizia tedesca. Di fronte a questa drammatica situazione, il corpo diplomatico spagnolo, in tutta Europa, ebbe un comportamento esemplare: fece tutto il possibile per migliorare il destino degli ebrei, sefarditi e non, con nazionalità spagnola e non.

Dopo la morte di Franco: gli sviluppi recenti

Con la scomparsa di Franco e del suo regime, la Spagna iniziò un processo di transizione verso la democrazia. Si ristabilì la monarchia con Re Juan Carlos I, il quale proclamò l’intenzione di normalizzare le relazioni diplomatiche con tutti i paesi. inoltre, con la designazione di Leopoldo Calvo Sotelo (persona di chiara visione europeista) come capo del Governo, avvenne un mutamento: egli decise infatti, nell’aprile del 1982, di aprire un procedimento per normalizzare le relazioni diplomatiche con Israele.

La tragedia di Sabra e Shatila nell’agosto del 1982, tuttavia, compromise fortemente l’immagine d’Israele nel mondo intero. Per timore di una reazione dei paesi arabi, insieme all’anticipata dissoluzione delle Cortes e la conseguente convocazione di elezioni legislative, il piano fu abbandonato.

La storia delle relazioni diplomatiche tra Spagna e Israele, frutto di un delicato processo di negoziazioni, è risultata positiva per entrambi i paesi. Permangono però alcune tensioni: se gli israeliani hanno sempre guardato alla Spagna con una certa riserva, per la sua politica amichevole nei confronti dei palestinesi, i buoni rapporti tra spagnoli e arabi hanno comunque continuato ad ispirare sia i governi socialisti che quelli del partito popolare.


A cura di Benedetta Barbieri

The following two tabs change content below.
Tomorrow
Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
author

Tomorrow

Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
1 Comment

1 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *