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sabato 25 Settembre 2021
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Finzione reale e realtà fittizie: il cinema ed il nostro sistema valoriale

Realtà, finzione, utopia, verità. L’incrocio di questi quattro concetti che tra loro in modi diversi si contrappongono, affascina e rende perplessi allo stesso tempo. E’ una perplessità che scaturisce da un’impossibilità oggettiva nel riuscire ad abbracciare questi termini con vocabolari simbolici umani. Questa costrizione crea inizialmente frustrazione, seguita da un’accettazione apparente che si conclude in una bella faccia a forma di punto interrogativo. Più che altro sarebbe interessante provare ad analizzare come la nostra società interpreta questi significati (e significanti, in un’ottica grezza) alla luce di quanto si possa rilevare attraverso le lenti del pensiero post-moderno.

The Game: dalla misantropia di Michael Douglas ad un finale machiavellico

“The Game” (1997) di David Fincher, film passato all’epoca sotto traccia, fornisce delle indicazioni problematiche e illuminanti allo stesso tempo su quanto detto poco sopra. Nicholas (Michael Douglas) è un ricco uomo d’affari di San Francisco, con rapporti umani ridotti al lumicino, essenzialmente misantropo. Suo fratello Conrad (Sean Penn) invece, segue uno stile di vita grossomodo eccentrico, non totalmente in linea con i canoni accettati dalla società.

 realtà finzione

Il giorno del compleanno di Nicholas, Conrad regala un invito per un “gioco” (così chiamato dalla CRS, l’azienda che “eroga” il servizio) che comincerà quando il protagonista meno se lo aspetta. Tutto rimane sul vago, l’unica cosa che sappiamo è che questo gioco “ha cambiato la vita ad alcune persone” e per stessa bocca di Sean Penn “serve per rompere la monotonia della vita di Nicholas”. Ovviamente il gioco inizia e la routine di Nicholas si sgretola: imprevisto di su, imprevisto di giù. Poi le cose cominciano a farsi veramente toste: infrazione in casa di Nicholas, la CRS pare che non esista più (un intero piano di un grattacielo va letteralmente a fuoco (!) facendone sparire gli uffici), la CRS a un certo punto spara pure (!!) poiché Nicholas sembra stia contravvenendo alle regole del gioco cercando una verità sotterranea che non deve sapere. Fatto sta che a questo punto arriva la prima rivelazione da parte di Christine, una ragazza conosciuta all’inizio di tutta la vicenda: in realtà la CRS avrebbe orchestrato una truffa ai danni di Nicholas tramite hacker professionisti per spennarlo fino all’ultimo dollaro. Tramite controlli, risulta che questo è vero.

Successivamente Christine si dice complice degli hacker e droga Nicholas, il quale si risveglia in un cimitero in Messico (!!!). Il protagonista a questo punto è costretto a tornare negli Stati Uniti tramite pullman e autostop. Va detto, in questa parte del film è un vero e proprio relitto umano. Tramite alcune ricerche fantasiose sulle quali non mi dilungherò oltre, Nicholas alla fine viene a sapere dove si trovano i celati quartier generali della CRS, ovvero in cima a un grattacielo come in molti film hollywoodiani. Spianando una pistola vuole la testa degli hacker, ha completamente perso il controllo, è paranoico come non mai. E qui altro turning point: Christine implora Nicholas dicendo che si tratta di una farsa, non ci sono hacker, tutte le sparatorie che ha vissuto fino ad ora erano finte, eccetera eccetera; e che soprattutto Nicholas sta impugnando una pistola vera a differenza di tutto il cast. Sulla scena entra Conrad vestito a festa per brindare alla fine del gioco, ma, scambiato per un uomo armato della CRS, viene colpito da un colpo di pistola del protagonista. E qui pare che Nicholas abbia rovinato tutto, uccidendo il fratello e le sue buone intenzioni: prende l’estrema decisione di buttarsi dal grattacielo (emulando il padre suicida come mostrato all’inizio del film), ma un materasso gonfiabile da stuntman attutisce l’impatto. Si viene a sapere che tutto questo era calcolato (ennesimo colpo di scena) e che Conrad non è morto dato che anche la pistola di Nicholas era finta.

Esterrefatto dagli eventi, Nicholas osserva Conrad. Quest’ultimo gli dice: “Stavi diventando troppo stronzo”. Ora, la lunga sinossi era purtroppo necessaria per dare la misura degli eventi (veramente il tutto e il contrario di tutto) ai quali Michael Douglas viene sottoposto, e soprattutto per porre la fatidica domanda: ma era veramente così tanto necessario? E’ vero che Nicholas trattava male l’ex moglie, è un uomo ricco e annoiato, ma davvero meritava di sperimentare un “finto” suicidio, solo per dirne una? Il finale del film è a dir poco machiavellico in due sensi: in prima battuta ovviamente per il fatto che la prospettiva di verità viene continuamente ribaltata creando un intreccio veramente complesso, ma anche perché l’adagio del film pare essere “il fine giustifica i mezzi” (non a caso il sottotitolo nella versione italiana del film è “The Game – Nessuna Regola”). E qui mi sembra proprio che non ci sia assolutamente nessuna regola morale: far passare tutto questo a una persona per farla cambiare in meglio è moralmente giusto?

Implicitamente il messaggio che passa è: “tanto era tutto finto, per cui in un certo senso può essere legittimo”. Io mi chiedo, cosa c’è di più vero nella sensazione che si ha buttandosi da un grattacielo per cercare la morte? E’ quella “menzogna/verità” che passa come dato necessario: noi tutti siamo liberi di usare uno smartphone o un pc portatile perché c’è un bambino del Biafra che scava una profonda buca cercando del litio; “sì lo sfruttamento è vero, ma in verità serve a noi per svilupparci e magari dare di rimando un tozzo di pane al bambino del Biafra”. Priorità di verità, gerarchie di necessità: Conrad pensava seriamente che Nicholas meritasse tutto questo perché riteneva che stesse diventando troppo “stronzo”, ma più che un sentimento di bontà io ci vedo del sadismo. Una redenzione che passa da una punizione fatta di menzogne, con un risultato finale altrettanto fittizio. Fossi stato Nicholas, avrei continuato ad essere “stronzo”, solo per il gusto di far vedere a Conrad che aveva torto. Le angherie e le paure sono vere, sono vissute dalla coscienza del protagonista, poco importa se si rivelano successivamente “false”. “Prima mangia la merda, poi raccogli i risultati”. L’utopia qui sta nel pensare seriamente che il mangiare la merda, nella vita reale, abbia effettivamente una fine per alcune categorie di persone; non a caso il gioco della CRS è solo roba da ricconi. Detto questo, il film è comunque godibile.

Finzione e realtà attraverso Christian Bale e Leonardo Di Caprio

“American Psycho” (2000) di Mary Harron gioca proprio sul dualismo finzione/realtà, riportando il classico edonismo anni ’80 come sfondo ideale per stragi impunite e moralità assolutamente dubbie. Gli interessi dei protagonisti si basano sull’estetica dei proprio biglietti da visita, sul prenotare nei migliori ristoranti della città, sulla musica commerciale dell’epoca. In special modo l’attenzione viene posta sulle tracce più “omologate” in circolazione (Phil Collins perdonami per quello che sto dicendo). La vita umana appare quasi in secondo piano, se non quando si tratta della propria.

realtà finzione

Patrick Bateman (Christian Bale) nel suo vortice di omicidi perde il controllo, tra vezzi da yuppie e noiosa mondanità. Quando la carriera da serial killer del protagonista sembra arrivata al capolinea (Bateman confessa i propri crimini al suo avvocato mentre è inseguito dalla polizia), la realtà viene rimossa dal film. Come se la maschera di Patrick (broker rampante) abbia il potere di rimuovere tutti i suoi gravissimi peccati. I cadaveri scompaiono, l’avvocato del protagonista non ricorda alcuna confessione. Tutto deve andare liscio, per il bene del sistema (mi ricorda qualcosa, ma vorrei evitare di scrivere nuovamente la parola “capitalismo”). Lo status quo rimane, l’utopia yuppie sopravvive (per alcuni è peraltro ancora attuale). Niente di male è successo: nel finale Bateman se la ride, e afferma che sarà costretto a continuare in quella maniera, in quanto non è stato punito in nessun modo. La sua sete di sangue continuerà a guidarlo (e turbocapitalismo sia, non a caso il finale è sorretto da un discorso di Ronald Reagan alla nazione).

Purtroppo il sopraggiungere di un elemento più reale del reale e non simbolizzato (nel caso di American Psycho, “omicidi commessi da persona totalmente inserita nel sistema”) rischia di far crollare l’intera impalcatura del percepito e rappresenta un evento a tutto gli effetti traumatico.

Esemplare la scena di “Django” (2012) in cui Leonardo Di Caprio si taglia il palmo della mano involontariamente durante il suo monologo razzista. Candie (Di Caprio, appunto) non doveva farsi del male secondo copione. Quentin Tarantino, senza farsi troppi problemi, ha continuato comunque a girare, nonostante il sangue (vero, ripetiamolo) sulla mano dell’attore. Il sopraggiungere di un elemento inaspettato, ma soprattutto non codificato (il sangue sgorga senza che vi sia un’enfatizzazione dell’atto del ferirsi, cosa che avviene regolarmente nel linguaggio cinematografico) lascia decisamente spiazzati: “Cosa succede?” – “Perché un elemento reale in un universo fittizio, universo che comunque mi stava anche catturando?”. Il film però non crolla, perché non è un elemento che rompe la finzione cinematografica, ma siamo al limite. Una realtà scomoda, che chi la nota per un attimo si inquieta. Un disvelamento che sfonda la famosa quarta parete (anche gli attori sanguinano veramente).

Fatti reali possono costituire una grande finzione (“The Game”), un elemento reale può coesistere traumaticamente con un linguaggio fittizio (“Django”), una maschera utopica può sostituirsi alla verità (“American Psycho”).

Non so se può andare, ma potrebbe essere una buona rappresentazione del nostro “immutabile” sistema economico-valoriale attuale.


A cura di Arturo Leoncini

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TomorrowNews nasce come “TomorrowTurin” nel 2016, a Torino, dall’idea di Elisa, Pier e Stefano. Col tempo, il blog è cresciuto ed ha espanso i propri confini tanto fisici quanto tematici, passando ad occuparsi non più soltanto di politica internazionale ma di vari altri temi.

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