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domenica 1 Novembre 2020
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Fondi europei e parità di genere: il Recovery Fund va nella giusta direzione?

 

 Le misure previste dall’ormai noto programma europeo di investimenti e prestiti denominato “Recovery Fund” si concentrano, tra le altre cose, anche sul delicato tema della disoccupazione causata dall’emergenza covid-19. Sappiamo tuttavia che il tasso di disoccupazione non tocca in egual misura tutte le categorie della società. Alcune categorie, come le donne ma potremmo citare anche i giovani, ne sono maggiormente colpite. In modo dunque questi fondi europei aiuteranno in particolare l’occupazione femminile?

 

Lo status dell’occupazione femminile nell’Unione Europea

Il 27 maggio 2020, in occasione della presentazione della proposta della Commissione Europea del piano “Next generation Eu” per favorire una ripresa economica post covid “sostenibile, uniforme, inclusiva ed equa”, la presidente Ursula von der Leyen aveva dichiarato:

Con il piano per la ripresa trasformiamo l’immane sfida di oggi in possibilità, non soltanto aiutando l’economia a ripartire, ma anche investendo nel nostro futuro. Il Green Deal europeo e la digitalizzazione stimoleranno l’occupazione e la crescita, la resilienza delle nostre società e la salubrità dell’ambiente che ci circonda.

E proprio in merito all’occupazione, in particolare femminile, le aspettative sono alte. Nel mercato del lavoro europeo, infatti, l’equilibrio di genere non è stato ancora raggiunto.

Come mostrano i dati forniti dal Parlamento Europeo,  sebbene le laureate europee superino i laureati, le donne sono sottorappresentate sul mercato del lavoro. Il 30% di esse lavora part-time ed è maggiormente propenso ad affrontare interruzioni di carriera per dedicarsi alle responsabilità familiari.

I dati relativi al divario retributivo ci dicono che le donne europee guadagnano in media il 16% rispetto ai colleghi uomini.

Un’ altra caratterista dell’occupazione femminile riguarda la sovrarappresentazione delle donne nei settori relativamente a basso salario come l’assistenza, le vendite o l’istruzione. Parallelamente, si assiste ad una sottorappresentazione nei settori dove le retribuzioni sono più alte. Ad esempio, nel 2018 solo il 41% di tutti gli occupati come ingegneri e scienziati nell’UE erano donne. Le donne che occupano posizioni manageriali in Europa sono solo il 33%.

Come vedremo più avanti, la segregazione di genere in determinati settori lavorativi costituisce un motivo di preoccupazione anche in vista degli investimenti previsti dal Recovery Fund.

Lo status dell’occupazione femminile in Italia

In Italia il divario tra il tasso di occupazione delle donne e quello degli uomini è del 18,9% (dati Istat) e per le madri la situazione peggiora. Basti notare che l’11,1% delle madri con almeno un figlio non ha mai lavorato. Un dato che è quasi tre volte la media dell’Ue, dov’è pari al 3,7%. Il tasso di occupazione delle madri tra 25 e 54 anni che si occupano di figli piccoli o parenti non autosufficienti è del 57% a fronte dell’89,3% dei padri.

I dati sul gender pay gap non sono altrettanto confortanti. Secondo il Gender Pay Gap Report 2020 dell’Osservatorio JobPricing e Spring Professional, le lavoratrici italiane guadagnano circa 3mila euro lordi in meno rispetto ai lavoratori uomini. Su un anno lavorativo che va dal 1° gennaio al 31 dicembre è come se venissero pagate solo a partire all’incirca dal 6 febbraio.

 

Fondi europei per contrastare il divario di genere

A livello europeo, gli investimenti del piano Next Normal, del quale fa parte la misura del Recovery Funds, non sono i primi a occuparsi del divario di genere in ambito lavorativo. Già le precedenti linee programmatiche dei fondi comunitari, il principale mezzo finanziario con cui l’Unione Europea persegue il fine di integrazione economica e sociale dei Paesi membri, avevano posto l’attenzione su questo aspetto.

D’altronde, il principio della parità di genere è presente sin dagli albori della Comunità Europea. Basti pensare che il Trattato di Roma del 1957 sanciva nell’art. 119 l’importanza della parità di retribuzione tra uomini e donne. Con l’attuazione dell’Agenda di Lisbona, l’Unione Europea ha posto i fondi strutturali, ed in particolare il Fondo Sociale Europeo (FSE),tra i principali strumenti per promuovere e finanziare progetti di occupazione e inclusione sociale, prevedendo a loro volta il miglioramento della condizione femminile in ogni ambito sociale.

Il FSE ha promosso l’inclusione sociale tramite il finanziamento di progetti specifici utilizzando il meccanismo dei bandi pubblici. A partire dalla programmazione 2000-2006 i regolamenti dei fondi hanno previsto come azione fondamentale l’uguaglianza di genere e la non discriminazione. Tale principio deve essere rispettato in tutte le fasi della programmazione, implementazione e valutazione dei progetti.

I fondi e i progetti specifici mirati al miglioramento della condizione femminile hanno rafforzato la capacià della amministrazioni pubbliche di pensare in un’ottica di genere istituendo delle unità apposite all’interno delle amministrazioni che si occupano di attuazione dei progetti finanziati con i fondi strutturali. Scelte strategiche che hanno portato risultati concreti, come l’inserimento dei criteri premiali gender sensitive nei bandi per i progetti, oppure lo stanziamento di quote dei fondi per finanziare progetti gender sensitive o esplicitamente rivolti alle donne perché promuovono ad esempio azioni di awareness raising o di conciliazione [1]

Il Recovery Fund in Italia

La riduzione del divario di genere grazie al Recovery Fund è ciò che viene auspicato da molti, tra cui la deputata del Partito Democratico Laura Boldrini: “Mi auguro che questa grande partita noi riusciremo a giocarla proprio per consentire alle nostre figlie di vivere in un Paese per donne”.

Il Recovery fund, il pacchetto di aiuti approvato dal Consiglio Europeo per stimolare l’economia, mette a disposizione risorse spendibili in sei anni, un orizzonte temporale lungo che permetterà di andare oltre una semplice manovra finanziaria di fine anno.

L’auspicio è quello di una nuova visione di welfare più strutturata e che non pesi più sulle famiglie. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, in audizione davanti alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera sul Recovery Fund, ha sottolineato

Non sarà una valutazione solo quantitativa quella relativa ai progetti. Le infrastrutture sociali, come le dotazioni di asilo nido, non solo rendono la società più giusta ma hanno anche un forte impatto sul Pil e sulla crescita. Se si liberano le donne dal lavoro di cura non pagato e si sostiene l’occupazione femminile non solo si fa un atto di giustizia ma si sostengono le principali carenze strutturali dell’economia italiana. Sostenere le donne è una grande riforma strutturale.

 

Bene… ma non benissimo

Le opportunità che si prospettano sono tante ed interessanti, ma non basta. Riprendendo il tema della segregazione di genere in determinati settori lavorativi, è interessante menzionare l’unico studio, ad ora, sulla Valutazione di Impatti di Genere effettuato sul Next Generation Eu dalle economiste Elisabeth Klarzer e Azzurra Rinaldi e commissionato dai Verdi europei.

Come ha spiegato l’eurodeputata dei Verdi Europei Alexandra Geese, secondo tale studio:

Il piano europeo è gender blind, perché ha dimenticato le donne che lavorano nei settori in cui la disoccupazione è più alta o che sono costrette a  ridurre il loro orario di lavoro a causa dei figli. […] Se nei piani di intervento economico non teniamo conto delle differenze di genere, in tutti i paesi le donne torneranno indietro di decenni sul piano dell’uguaglianza.

Lo studio, infatti, ha preso in considerazione i seguenti indicatori: occupazione, investimenti in infrastrutture, lavoro gratuito di cura, work-life balance, violenza di genere e salute e in che modo siano considerati all’interno del piano europeo. I settori più privilegiati dagli aiuti europei sono quelli relativi al digitale, alle costruzioni, all’energia e trasporti; ovvero ambiti in cui gli uomini sono in maggioranza. In rapporto a questi fondi, poco viene dedicato dall’Europa a settori con più presenza femminile come turismo, ristorazione o cura della persona. Si legge nel report[2]:

Se da un lato gli investimenti nelle tecnologie digitali e nella transizione ecologica sono importanti, dall’altro avranno un effetto occupazionale limitato perché in alcuni di questi settori già ora mancano professionisti qualificati. Se sempre più donne sono costrette a lasciare il mercato del lavoro, i redditi familiari e quindi il Pil diminuiranno. 

L’auspicio quindi è che si pensi realmente ad un uso di questi fondi consapevole e in grado di trasformare la condizione femminile nel mercato del lavoro così come da tempo auspicato.

 

[1] Sansonetti S. Pagnini C. “L’Europa delle donne” https://www.ingenere.it/articoli/europa-delle-donne

[2] per approfondimento:

https://alexandrageese.eu/wp-content/uploads/2020/06/Gender-Impact-Assessment-NextGenEU_Klatzer_Rinaldi.pdf


A cura di Erika Alampi

“Laureata in studi europei, mi interesso di tematiche di genere sin dai tempi dell’università. Mi appassionano il digital, la comunicazione e il marketing”

TomorrowNews
TomorrowNewshttps://www.tomorrownews.it
TomorrowNews nasce come “TomorrowTurin” nel 2016, a Torino, dall’idea di Elisa, Pier e Stefano. Col tempo, il blog è cresciuto ed ha espanso i propri confini tanto fisici quanto tematici, passando ad occuparsi non più soltanto di politica internazionale ma di vari altri temi.

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