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sabato 25 Settembre 2021
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Gabriele D’Annunzio: cosa ha rappresentato “il Vate” per il nostro Paese?

Come nasce un “Vate”

Al tempo lui era una vera e propria celebrità: intorno alla figura di Gabriele d’Annunzio era nata una venerazione da ogni punto di vista. Ma come ha fatto D’Annunzio a conquistarsi l’appellativo di “Vate”? Nato a Pescara il 12 marzo 1863, diventerà ben presto protagonista di uno dei periodi più tumultuosi e “ruggenti” della nostra storia, rischiando di oscurare, perfino, il Duce.

Fin dagli anni del collegio, d’Annunzio manifestò uno spiccato interesse per la letteratura e la poesia. Tanto da pubblicare nel 1879, a spese del padre, una prima raccolta di poesie. La raccolta era intitolata “Prime Vere”.

Successivamente, si trasferisce a Roma per portare avanti gli studi universitari. Studi che abbandonerà molto presto. Inizia poi a frequentare i salotti intellettuali, venendo a contatto con le personalità politiche e giornalistiche di punta dell’epoca. Si afferma anche come giornalista, cominciando a scrivere per la “Cronaca bizantina” e lasciando estasiati i redattori per i suoi modi bizzarri e stravaganti.

D'Annunzio

Si sposa con la duchessa Maria Hardouin di Gallese, da cui ebbe tre figli. Il matrimonio durò poco tempo a causa delle sue numerose relazioni extraconiugali. All’attività giornalistica alternava anche la pubblicazione di novelle. Novelle che riscossero un grandissimo successo. Tra esse, la più famosa è “Il piacere” (1888).

La figura di Andrea Sperelli romperà i classici canoni romanzeschi, portando alla ribalta la figura di un antieroe (nel quale chiunque può riconoscersi) che, in pieno spirito decadente, rimane vittima della società. Gli articoli del ”Duca Minimo” (pseudonimo con cui si firmava inizialmente) erano carichi di patos, emozioni e sensazioni attraverso le quali egli raccontava le esperienze che viveva in prima persona.

Gli anni d’oro di D’Annunzio

La sua effervescenza culturale e intellettuale si tradusse ben presto in uno stile comunicativo frizzante ed eccentrico. L’impatto di D’Annunzio nell’agenda setting, nel costume e nelle tradizioni italiane è stato talmente forte da renderlo, forse, il primo moderno leader d’opinione ante litteram.

Ha saputo scardinare la classica dicotomia “centro-periferia”, creando un modo di scrivere elegante e virtuoso, coinvolgendo nella lettura l’intera opinione pubblica. Gabriele d’Annunzio divenne il simbolo dell’entusiasmo e degli eccessi della belle epoque, rompendo tabù sessuali e ridefinendo il concetto di bellezza. Il suo carisma, la sua arte oratoria e la sua spettacolarità contribuirono a creare intorno alla sua persona un vero e proprio culto “divino”, innalzandolo a celebrità amata da tutti.

Nel frattempo, anche la relazione con Eleonora Duse  sta per volgere al termine. Le ultime opere che il poeta compone per lei non saranno mai portate in scena a causa della malattia che porterà ben presto la Duse alla morte.

Si trasferisce in Francia con Natalie de Goloubeff, anche a causa dei debiti che aveva accumulato, ma rientra allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. La retorica post bellica, come ben sappiamo, si incentrò sulla “vittoria mutilata” per la mancata annessione di Fiume allo Stato italiano.

Con una spedizione paramilitare, D’Annunzio e i suoi “legionari” occuparono la città, istituendovi un Comando dell’Esercito Italiano in Fiume d’Italia.

Fu varata addirittura una costituzione, estremamente libertina e rivoluzionaria per il tempo: diritti per i lavoratori, suffragio universale per uomini e donne, legalizzazione di omosessualità e uso di droghe (soprattutto cocaina) e affermazione di una vastissima gamma di libertà fondamentali.

La grande opera del “vate” durò dal 1919 al 1921: con il Trattato di Rapallo, Fiume fu resa una “città libera” e D’Annunzio si ritira a Gardone Riviera, nel suo Vittoriale.

D'Annunzio

“Il cattivo poeta”

Il ritiro forzato sul Lago di Garda segnerà il (lento) decorso fisico e spirituale del poeta. Il 20 maggio 2021 è uscito il film “Il cattivo poeta”, nel quale Sergio Castellitto racconta gli ultimi anni del “Vate”.

Il ritiro di D’Annunzio nella sua villa monumentale era fortemente sorvegliato da fedelissimi di Mussolini e del fascismo. Se durante gli anni della giovinezza il poeta aveva aderito ai Fasci di Combattimento, dopo l’impresa di Fiume questo rapporto si era profondamente trasformato. Non aveva mai preso la tessera del Partito, probabilmente per mantenere la sua autonomia. Tuttavia, aveva sempre avuto buoni rapporti con il Duce: anche quella volta in cui Mussolini fu accusato di aver dirottato i fondi destinati a Fiume, alle “squadracce” di Milano, fu d’Annunzio a far cadere ogni accusa, rendendo pubblica una lettera in cui consentiva quel dirottamento dei fondi.

Dalla sua “prigione d’oro”, d’Annunzio osserva le mosse politiche che Mussolini stava compiendo, nutrendo un profondo timore per l’alleanza con al Germania. A fronte della bramosia di potere di Mussolini, la mente del “Vate” era perfettamente lucida nel vedere in Hitler l’uomo che avrebbe portato l’Italia (e il Duce stesso) alla rovina, dato che cominciavano a soffiare, alla metà degli ’30, i primi venti di guerra.

La sorveglianza su d’Annunzio si fece sempre più stringente: qualsiasi cosa facesse o scrivesse doveva essere vagliata attentamente. Il “grande comunicatore” si trovava, per la prima volta, davanti ad un’impasse creativa ed esistenziale. Il mito del “superuomo” si sta frantumando. Colui che si era sempre descritto come la “luce” che squarciava le tenebre del Decadentismo e portava la società di fronte alla verità, stava per essere inghiottito e travolto dall’oblio del tempo. Si era creata una distanza tra quel pubblico, che era sempre stato guidato dalle sue parole, e lui stesso, che era rimasto vittima di quella borghesia e di quel perbenismo da cui ha sempre cercato di fuggire.

Alla ricerca dell’immortalità attraverso l’estetismo e la bellezza, si era ben presto sostituita una rassegnazione passiva allo scorrere inesorabile del tempo0 e alla consapevolezza della propria precarietà.

Di quel tempo infinito e di infinite bellezze legate all’impresa di Fiume, rimaneva solo un ricordo.

L’industrializzazione della società e le gesta manipolatorie del regime avevano profondamente trasformato l’opinione pubblica, ormai incapace di ascoltare un “vecchio” poeta, figlio un’epoca ormai perduta. Nel 1938 si recò alla stazione di Verona per colloquiare, in un ultimo e disperato tentativo, con Mussolini. D’Annunzio voleva metterlo in guardia della pericolosità della Germania. Purtroppo, fu un tentativo inutile.

Il 1° marzo 1938 D’Annunzio morì a causa di emorragia celebrale. Il suo corpo fu esposto per molti giorni, rivendo le visite delle più alte cariche del tempo. Furono organizzati funerali di Stato dove la partecipazione popolare fu massiccia. Si conclude così la vita (straordinaria) di Gabriele d’Annunzio: un uomo scomodo, troppo avanti per il periodo di oscurantismo in cui è vissuto.


A cura di Francesca Faelli

Francesca Faelli
Ciao a tutti! Mi chiamo Francesca ho 23 anni e abito in piccolo paesino nella provincia di Arezzo. Mi sono laureata da poco nella Facoltà di Scienze Politiche a Firenze, e sempre lì sto continuando con la magistrale in Strategie della comunicazione pubblica e politica, nella speranza di diventare giornalista un giorno. Mi piace molto leggere, viaggiare, ascoltare del buon rock e ricopro anche la carica di Consigliere Comunale, in rappresentanza di una lista ambientalista, nel mio comune di residenza.

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