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lunedì 23 Novembre 2020
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George Floyd: perché negli Stati Uniti si muore di razzismo?

Podcast di Lilli Cor
Podcast di Lilli Cor

 

E’ successo di nuovo e purtroppo succederà ancora. Gli Stati Uniti si trovano a fronteggiare l’ennesimo caso di razzismo. George Floyd, 41 anni, originario di Minneapolis.

Il 25 maggio 2020 un negoziante chiama la polizia, avendo ricevuto da Floyd una presunta banconota falsa. Nel giro di poco arriva una pattuglia con quattro agenti. Uno di loro, Derek Chauvin, lo immobilizza, tenendogli premuto il collo con il suo ginocchio per 8 minuti e 46 secondi finché George non perde i sensi. Si tratta di abuso di potere a sfondo razzista. Il video della morte di George che grida “I can’t breathe” mentre viene ucciso da chi dovrebbe difenderlo si diffonde subito in rete. In un primo momento era stata dichiarata la morte per ipertensione, ma con una seconda autopsia si è confermato il decesso per soffocamento (ma d’altronde anche Stefano Cucchi è morto per “epilessia”…o no?). Gli Stati Uniti, da quel momento, sono stati travolti da una forte ondata di sdegno e mobilitazione.

Alle manifestazioni pacifiche siamo passati ben presto a rivolte violente. D’altronde, soltanto tra il 2017 e 2018 la polizia americana ha commesso circa 2311 omicidi, di cui più del 40% contro persone afroamericane. La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere: Trump e la sua famiglia si sono rifugiati nel bunker della White House. Sono seguiti dei messaggi su Twitter in cui la pagina ufficiale della Casa Bianca sosteneva che ogni forma di rivolta sarebbe stata repressa con la violenza. In un messaggio successivo Trump dichiara che ogni organizzazione “antifa” (antifascista) sarebbe stata considerata un’organizzazione terroristica (ottenendo anche il like della Lega). Il “superpotere” di cui si sente investita la polizia viene, di fatto, assecondato dalla stessa amministrazione governativa.

La morte di George Floyd ha riaperto il dibattito sulla difesa dei diritti civili della comunità afroamericana e del “Black lives matter”, il movimento nato nel 2016 per la difesa di questi ultimi. Negli Stati Uniti si è sempre dovuto combattere contro il white privilege: dopo la marcia su Washington del 1963, Malcom X e i Black Muslims e il Civil Rights Act del 1964, ancora la comunità afroamericana si trova a essere discriminata per il colore della pelle, e si trova a combattere contro partiti e istituzione politiche che fomentano l’odio e la diversità. Martin Luther King, nel suo più celebre discorso pronunciava: “[…] I have a dream that one day my four young children will live in a nation where they will not be judged for the color of their skin, but for the qualities of their character […]”. A distanza di 57 anni questo sogno è bene lontano dal realizzarsi, altrimenti George Floyd sarebbe ancora vivo.


Il Paese delle contraddizioni


Alla luce di tutta questa triste vicenda, una domanda sorge spontanea: possibile che ancora oggi, nel 2020, si parli ancora di razzismo? E perché soprattutto ancora negli Stati Uniti? La lotta per la parità dei diritti civili è ancora lunga e la vicenda di George Floyd ne è la testimonianza più lampante. Gli Stati Uniti sono sempre stati pieni di contraddizioni. Dopo i due conflitti mondiali sono diventati uno dei Paesi pionieri per l’affermazione della dottrina della pace e dei diritti umani. Tuttavia, allo stesso tempo, sono stati capaci di violenze inaccettabili come quelle accadute durante la guerra del Vietnam. Sono stati una delle prime democrazie del mondo, autorizzando però la pena di morte e la detenzione di armi.

Se guardiamo alla storia degli Stati Uniti, possiamo trovare tracce di un razzismo “istituzionalizzato”: qualsiasi aspetto legato allo studio della popolazione (dal tasso di detenzione carceraria, alla qualità della vita o al tasso di scolarizzazione) è un chiaro indicatore di come le differenze tra la popolazione bianca e la minoranza afroamericana siano ancora presenti. L’ uomo bianco è sempre stato un colonizzatore. Ha sempre avuto l’istinto di dominare, di imporre alle altre popolazioni il proprio modello sociale, economico e politico. Quel passato caratterizzato dalla segregazione e della schiavitù, influenza, ancora, la vita, i valori e l’educazione di oggi. Nonostante i notevoli passi avanti, soprattutto sotto i due mandati della presidenza Obama, la vicenda di George Floyd ci insegna come la questione sia ancora estremamente attuale. L’elezione di Trump, che con le sue dichiarazioni ha, in qualche modo, legittimato questo atto di violenza, è la risposta ad una crisi della politica interna degli Stati Uniti. Ha intercettato le paure e la rabbia di un’America bianca che non voleva che quella gerarchia sociale tra “razze” che era sempre esistita, fosse, in qualche modo, sovvertita.

Di fatto gli Stati Uniti portano con sé un “peccato originale”: hanno costruito una democrazia “difettata”. Un regime politico che teoricamente si basa sulla garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali, ma dove in realtà l’elemento razzista fa da padrone. Le grandi riforme degli anni ’60 del Novecento hanno, in parte, scardinato questo meccanismo. Tuttavia, è rimasto sempre un sistema “malato”.

Il giudice Giovanni Falcone una volta disse che “i fenomeni umani, come tali, hanno un inizio e una fine”. Che succede però quando il problema riguarda la natura dell’uomo e non le azioni che compie?


A cura di Francesca Faelli

Francesca Faelli
Francesca Faelli
Ciao a tutti! Mi chiamo Francesca ho 23 anni e abito in piccolo paesino nella provincia di Arezzo. Mi sono laureata da poco nella Facoltà di Scienze Politiche a Firenze, e sempre lì sto continuando con la magistrale in Strategie della comunicazione pubblica e politica, nella speranza di diventare giornalista un giorno. Mi piace molto leggere, viaggiare, ascoltare del buon rock e ricopro anche la carica di Consigliere Comunale, in rappresentanza di una lista ambientalista, nel mio comune di residenza.

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