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sabato 25 Settembre 2021
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I commenti sui giornali on-line servono solo ai troll. Perché non abolirli?

L’avvento di Internet ci ha permesso di reperire informazioni più in fretta che in ogni altro momento nella storia dell’Umanità. Miliardi tra siti, blog e post sui social network si contendono ogni giorno la nostra attenzione.
Per noi è naturale cercare in rete tutto quello che abbiamo bisogno di sapere. Le redazioni lo sanno e infatti tutti i grandi quotidiani si sono re-inventati come piattaforme online.
Internet però non si limita a fornirci informazioni. Ci dà la possibilità di postare istantaneamente qualunque assurdità ci passi per la testa. Ci siamo così abituati alla pioggia di insulti, rabbia e minacce nel codazzo di commenti che seguono gli articoli on-line.

La banalità dell’odio

Il punto è che la rete rende l’odio a buon mercato. Nascosti dietro un computer e “protetti” dal finto anonimato, non dobbiamo temere la reazione del nostro interlocutore. Almeno non nell’immediato. Non siamo dunque incentivati a mostrargli rispetto. E la lettura di sequele di commenti rabbiosi, lasciati da altri, inevitabilmente ci corrompe.

La ragione è che siamo animali sociali. E naturalmente predisposti all’effetto gregge. Tendiamo a imitare i comportamenti del prossimo. In fin dei conti è comprensibile: se gli altri lo fanno dev’essere così che ci si comporta, no?

Per adesso, l’abbattimento delle barriere comunicative non ha promosso la democrazia diretta. Ha piuttosto favorito la diffusione del radicalismo. E avvelenato il dibattito pubblico, praticamente su ogni tema.

Certo, Internet non genera l’odio in sé. Ma di certo contribuisce ad amplificarlo. Fino a renderlo virale. Spiana così la strada al settarismo. É decisamente ora di correre ai ripari.

commenti

Perché il mio NO ai commenti

Consultare i siti di informazione fa parte della nostra quotidianità. Essi contribuiscono alla maturazione nostra e delle nostre opinioni. Soprattutto se contengono punti di vista differenti.

Tutto ciò rende tali siti un patrimonio da difendere. Da difendere da chi? Dalla ressa di troll che appesta praticamente ogni bacheca virtuale.

I commenti rabbiosi non contribuiscono solo a diffondere radicalismo. Il problema principale è che fanno letteralmente perdere di vista l’articolo stesso.
Quante volte, di fronte a un titolo che ci ha fatto storcere il naso, ci siamo precipitati a sbirciare tra i commenti? Non lo facciamo forse sperando inconsciamente di trovare, lì dentro, qualcuno che la pensi come noi? Che spalleggi con i suoi commenti la nostra avversione all’opinione espressa nell’articolo?
E quando lo apriremo non avremo forse nel frattempo rinforzato i nostri pregiudizi?

L’atto stesso di scrivere per informare perde così il suo unico vero scopo. Non ce ne facciamo niente di raccontare la buona novella a chi già la pensa come noi. Il giornalismo, per aver senso, deve essere rivolto a tutti. Anche a chi nutre sensibilità diverse dalle nostre.

È qui che i commenti remano in senso contrario. Postati in quantità sotto gli articoli distolgono l’attenzione del lettore. Rafforzandone i preconcetti, lo rendono meno propenso ad ascoltare una diversa opinione.

La funzione degli articoli

Ma i commenti non contribuiscono forse ad animare il dibattito? O a offrire al lettore un diverso punto di vista? Direi di no, perché alla base di tutto c’è un sostanziale fraintendimento della funzione degli articoli d’opinione in generale.

La loro funzione non è, e non può essere, quella di generare un dibattito on-line tramite i commenti che stimolano. C’è infatti una sostanziale differenza nel tempo e nelle energie che occorrono per scrivere un articolo rispetto a quella richiesta per postare commenti.

Per scrivere un articolo di informazione occorrono giorni di lavoro. Ci vogliono giorni per raccogliere le informazioni. Giorni per scrivere un testo e correggerlo. I giornalisti professionisti lo fanno per mestiere. Ma i redattori amatoriali che scrivono sui siti più piccoli fanno spesso altri lavori. E possono passare settimane tra il momento in cui iniziano a scrivere un pezzo e quello della sua pubblicazione.

Bastano invece pochi secondi per postare un commento. E spesso questo avviene dopo una lettura sommaria. Sempre che ci si sia presi il disturbo di leggere l’articolo. Inoltre, non di rado, si tratta di commenti di scarsissima qualità, pieni di meme, simboli e faccine.

Ma allora, qual è il vero scopo degli articoli d’opinione che troviamo on-line?

Ritengo che il loro obiettivo dovrebbe essere quello di favorire una riflessione. Di proporre cioè al lettore nuove informazioni e punti di vista differenti. Sarà poi quest’ultimo a decidere se quanto appena letto meriti o meno la sua considerazione.

Una lotta impari

C’è anche un altro punto da considerare. Mi riferisco alla fondamentale asimmetria tra la posizione dell’autore e quella dei suoi detrattori che si muovono tra i commenti. Il punto è che, sia che l’autore decida di non rispondere agli hater, sia che lo faccia, finirà comunque quasi sempre per fare il loro gioco.

Se l’autore non risponde ai commenti negativi lascia di fatto a loro campo libero. Un commento breve, ma incendiario, sarà innegabilmente più visibile dell’articolo. Questo infatti richiederà un certamente maggior sforzo di lettura.

La bacheca virtuale del post finisce così per remare contro al testo stesso. Distoglie e radicalizza una parte del pubblico che avrebbe consultato il nostro pezzo. Anziché fare informazione forniamo ai troll una straordinaria piattaforma per diffondere il loro settarismo.

Il guaio però è che, anche rispondendo ai commenti, si corre lo stesso rischio.
L’autore semplicemente non può stare dietro a tutti. Nessuno di noi può gestire più conversazioni contemporaneamente. E all’atto di rispondere, viene immediatamente teletrasportato in un bar virtuale. Qui “vince” chi urla più forte e destabilizza l’avversario insultandolo o canzonandolo.
L’articolo originario finisce per essere nulla più che il primo commento della tenzone.
Col difetto di essere troppo lungo e troppo poco immediato.

Per un rapporto diretto autore-lettore

Tutto questo però non significa che non ci interessi quello che il lettore ha da dire. Ma i commenti non sono il giusto strumento per farcelo sapere.

Come deve procedere allora il lettore che voglia dialogare con l’autore? Ritengo che lo strumento più idoneo sia il contattarlo direttamente. Per farlo potrà utilizzare le caselle di posta elettronica che siti e blog mettono spesso a disposizione dei loro redattori.

Il contatto diretto consente di risolvere molti degli inconvenienti esposti in questo articolo. Da una parte permette al lettore di segnalare refusi, fonti differenti e esporre all’autore la sua opinione. Magari convincendolo della sua fondatezza. L’autore, inoltre, avrà il tempo e la calma necessari a leggere il messaggio e rispondere privatamente.

Anche per l’autore i vantaggi sono evidenti. Qualora riceva commenti aggressivi potrà semplicemente ignorarli, senza che questo pregiudichi l’articolo. Ne riceverà comunque di meno perché la necessità di scrivere una mail farà da filtro. E dissuaderà i meno motivati.

Il lettore lo valuterà, e ci valuterà, solo per quello che abbiamo scritto. Senza farsi influenzare dal solito codazzo di commenti distrattori.

Giornali e Social Network

Si potrebbe dire che “non si può tornare indietro”. Che non si può “dis-inventare” ciò che ormai è stato fatto.
Ma la tesi non regge. Le tecnologie che ci permettono di postare commenti sono le stesse che ci consentono di disabilitarli. Nel farlo dunque non commettiamo nessun attentato al progresso. Se il sistema ci da questa possibilità perché non dovremmo valutarla?

Non siamo affatto obbligati a tenere aperte le nostre bacheche virtuali a queste schifezze. E anche sulle nostre pagine social possiamo rimuovere i commenti tossici senza difficoltà.

In anni recenti numerosi siti di informazione hanno iniziato a muoversi in questa direzione. Alcuni hanno disabilitato i commenti. Altri li hanno rimossi da alcune sezioni o li hanno relegati sui social.

Certo non possiamo eliminare tutto l’odio presente su internet. Ma neppure arrenderci agli odiatori. Cerchiamo dunque di trasformare i nostri siti in oasi di riflessione e tranquillità. Dove il pubblico possa leggerci e farsi una opinione. Libero dal consueto coro di hater e troll.


A cura di Luca Frasconi

Luca Frasconi
Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto negli anni '90, l'epoca in cui tutti credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata  di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. Anche per questo ho deciso di dedicarmi allo studio delle scienze naturali. Oggi per passione scrivo articoli su ogni cosa che cattura la mia attenzione.

I commenti a questo articolo sono stati disabilitati su richiesta dell’autore. Per contattarlo, è possibile scrivere alla mail luca.frasconi@tomorrownews.it

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