Lo aveva promesso e lo ha fatto. Come per il Muslim Ban, Donald Trump dimostra di essere un uomo di parola (purtroppo). Il presidente Usa ha deciso dunque di “chiudere” le porte del mercato americano a due dei principali giganti economici del mondo, la Cina e l’Unione Europea, e parzialmente ai due partner del NAFTA (North America Free Trade Agreement). Cina e UE sembrano al momento in procinto di fornire due risposte diametralmente opposte a questa decisa e quanto mai discutibile mossa americana sullo scacchiere internazionale.

La (ormai certa) manovra, che consiste nell’introduzione di una tariffa del 25% sulle importazioni d’acciaio e del 10% sull’alluminio di fabbricazione europea, arriva al culmine di tre mesi molto difficili iniziati quando il presidente Donald Trump aveva minacciato l’introduzione di dazi doganali su alcuni determinati prodotti manifatturieri.

Il presidente americano, almeno inizialmente, ha concesso all’Unione Europea e ad altri partner economici rilevanti una temporanea sospensione di un mese sull’introduzione delle nuove tariffe su acciaio e alluminio prevista per il 1 ° maggio (così, per celebrare al meglio i lavoratori nel corso della Festa del Lavoro). L’ultimo mese di colloqui finalizzato a ricercare un nuovo accordo commerciale ed evitare la creazione di barriere in entrata non ha prodotto alcun risultato e il tycoon newyorkese ha rimandato la scadenza al 1 ° giugno.

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L’esenzione concessa tre mesi addietro e successivamente rinnovata è dunque giunta a termine senza che si riuscisse a trovare una conciliazione. Secondo quanto riportano da Philip Hammond, il cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito, gli Stati Uniti si sono dimostrati aperti al dialogo e propensi al raggiungimento di un accordo restando però sulle loro posizioni, specialmente sull’ipotesi di introduzione dei dazi. Ma l’Unione Europea e alcuni leader dei paesi membri si sono invece rifiutati di intraprendere in sede di negoziazione il raggiungimento di qualsiasi accordo con i funzionari americani fintanto che Trump non avesse eliminato la minaccia di introdurre nuovi dazi. Quindi, senza un accordo alternativo in vista, l’amministrazione Trump sembra pronta a procedere con queste misure di carattere protezionistico.

Le prime stime basate sui dati dell’export Europeo negli Usa affermano che la manovra protezionistica dell’amministrazione Trump colpirebbe quasi 5 milioni di tonnellate di prodotti europei, di cui 3,4 milioni rappresentati da prodotti finiti e 1,5 milioni di prodotti semi-finiti. Chi patirà maggiormente questa misura sarà la Germania (probabilmente in molti in Italia esulteranno alla notizia) seguita a sua volta dall’Olanda che con più di 1500 tonnellate di prodotti finiti esportati sono in testa all’interscambio commerciale con gli Usa. Un prezzo molto salato lo pagherà anche l’Italia (chi ha esultato poche righe sopra storcerà il naso) che al momento si trova ad essere il quinto esportatore europeo negli Usa, con 212mila tonnellate di prodotti finiti spediti oltre oceano nel 2017.

A marzo Bruxelles aveva paventato una possibile ritorsione economica per un valore di 3,3 miliardi di dollari su alcuni tipici prodotti a stelle e strisce come i jeans Levi’s (iniziate a cercare una marca di jeans più economici), le moto Harley-Davidson (andate di Vespa e Ducati) e il bourbon (da settembre solo Porto e whisky), criticando alacremente  le “motivazioni di sicurezza nazionale” utilizzate dall’amministrazione Trump per giustificare queste limitazioni al commercio internazionale.

L’ufficialità è stata data dal segretario al commercio degli Stati Uniti Wilbur Ross lo scorso Mercoledì 30 maggio, che nel corso di un evento organizzato dall’Ocse ha duramente attaccato i paesi dell’Unione per aver boicottato i tavoli delle trattative in virtù delle minacce di dazi e delle restrizioni già presenti. “Questo è protezionismo puro e semplice. Non ci resta altra scelta che prendere contromisure e procedere con un ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio e con l’imposizione di dazi aggiuntivi su una serie di importazioni”. Queste sono state le parole di Juncker in risposta alle dichiarazioni del segretario americano e all’introduzione di nuove tariffe. Si noti come la stampa italiana abbia trascurato queste parole concentrandosi invece sui commenti rilasciati sulla formazione del governo italiano.

Ross ha inoltre elogiato la Cina e ha preso il colosso asiatico come esempio di atteggiamento e di comportamento positivo al tavolo dei negoziati, accettando la possibilità di discutere un nuovo accordo, pur essendo già soggetto al pagamento dei nuove tariffe sull’import di materiale tecnologico. Al momento infatti la Cina è soggetta a dazi doganali pari al 25% sull’import di beni tecnologici, per un valore complessivo di cinquanta miliardi di dollari, e restrizioni agli investimenti cinesi nell’high-tech Usa. Tali misure entreranno in corso entro il prossimo 30 giugno.

La Cina però mette in campo misure di segno opposto in risposta al rinnovato protezionismo americano: il governo cinese ha infatti deciso di diminuire i propri dazi per favorire l’ingresso nel paese di una serie di prodotti di consumo di massa per fornire un messaggio di apertura al mercato globale e per cercare di attirare all’interno del paese guidato da Xi Jinping della libera concorrenza in grado di spronare le attività commerciali nazionali.

La mossa di Trump appare coerente con la sua linea isolazionista-protezionista: queste manovre sono una vera e propria dichiarazione di guerra (commerciale) nei confronti di due macroregioni (Cina e UE) che da qui al termine dell’incarico presidenziale dovranno giocoforza decidere il rapporto di amicizia/rivaltà con Washington e definire il loro ruolo all’interno dello scenario globale.
Le prime risposte sono però state diametralmente opposte: l’apertura economica della Cina mostra la volontà di Pechino di aprirsi al mondo e di mettersi in gioco sul mercato attraverso la libera concorrenza mentre le minacce di Bruxelles a dei contro-dazi sono figlie del nervosismo che scorre all’interno del vecchio continente sempre più alle prese con problemi legati all’Euroscetticismo e all’indisciplinatezza dei paesi dell’Est.

L’introduzione di misure di stampo protezionistico da parte degli Usa potrebbero sancire la fine del World Trade Organization istituita proprio dal gigante a stelle e strisce per garantire, tutelare e regolare il libero commercio globale. La fine di questa istituzione creerebbe un notevole vuoto normativo-legislativo e spingerebbere altri stati ad adottare misure di tutela dei loro prodotti (e dei consumi) interni, inasprendone di fatto le già poco serene relazioni.


A cura di Filippo Fibbia

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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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