Nel mondo moderno invochiamo spesso la tecnologia come strumento per risolvere i problemi che ci affliggono.

La pandemia di Covid-19 però ce ne sta svelando i limiti; ed essi vanno ben oltre la sfera sanitaria. Ma di che genere di limiti si tratta? Questi non risiedono tanto nella nostra capacità di innovare. Piuttosto stanno nei costi legati all’applicazione delle tecnologie su vasta scala.

Il caso Covid-19

Da mesi laboratori di tutto il mondo stanno lavorando sulla pandemia del Covid-19. Si studiano vaccini, terapie per la cura, dispositivi di protezione individuale e meccanismi di contenimento dei contagi. Come in guerra, per far fronte al mercato che cambia, le aziende si riconvertono a tempo di record. La connessione tra ricerca e mondo produttivo è strabiliante. Tuttavia, è proprio qui che emergono i limiti della tecnologia. Vediamone alcuni esempi:

 

 

  • Possiamo investire in macchinari capaci di processare tamponi sempre più in fretta. Ma non è pensabile campionare con regolarità e sistematicamente tutti gli italiani, anche perché ci troveremmo a corto di reagenti molto prima di riuscirci.

L’Italia comunque non è da sola in questa disgrazia. I problemi che abbiamo descritto riguardano tutti i paesi investiti dal Covid-19: chi più, chi meno. Del resto in questo momento, più della tecnologia, la differenza la sta facendo quel distanziamento sociale che viene imposto dai governi più seri. Da qui la necessità di non allentare troppo la presa prima del tempo.

Più innovazione, più complessità

Come abbiamo visto, la tecnologia può fornirci soluzioni geniali per problemi in precedenza difficili da risolvere. Oppure può permetterci di ottimizzare i costi di produzione di un oggetto o di un servizio per renderlo disponibile a tutti. I costi però si possono ridurre, ma non azzerare. E alla fine qualcuno li deve pagare.

Tutte le volte che inventiamo un nuovo modo di risolvere un problema che prima ci assillava, ci carichiamo di un costo in più. È il dramma delle società complesse, che prima o poi cadono schiacciate sotto al proprio peso. Questo dramma altro non è che una conseguenza della legge dei rendimenti decrescenti(1). In pratica, le società più complesse sono più costose da mantenere perché richiedono più organizzazione, burocrazia, flussi di informazione, meccanismi di controllo e percorsi di formazione sempre più lunghi, approfonditi e specifici. Tutta questa complessità, per sostenersi, richiede un ingente flusso di energia a basso costo. Ma la storia ci insegna che la Cornucopia non esiste e prima o poi il costo dell’energia non può che iniziare a diventare via via sempre più gravoso.

limiti della tecnologia

Innovare: un male necessario

Che dovremmo fare allora? Tornare ad abitare nelle capanne? Come nelle comunità primordiali che vivevano di caccia e raccolta, dove si muore giovani ma il debito pubblico non esiste? Ovviamente la risposta è no. Non avrebbe senso rinunciare alle tecnologie che oggi ci migliorano la vita per ridurcene anzitempo la bellezza e la durata.

Piuttosto, acquisita la consapevolezza dei limiti della tecnologia, il nostro strumento di problem solving prediletto, dovremmo provare a ricavarne una lezione di umiltà.

La tecnologia ci serve, ma non potremo affinarla per sempre. E non ci difenderà in eterno dalle calamità della Natura; perché, a forza di crescere in complessità, qualunque civiltà finisce prima o poi per crollare su se stessa.

Mai come adesso tale lezione ci sarebbe necessaria. Ci siamo convinti di essere i dominatori del Pianeta. E in effetti al momento lo siamo. Ogni giorno trasfiguriamo la Terra, le sue foreste, i suoi fiumi, i suoi oceani e perfino la stessa atmosfera, plasmando il Pianeta a nostra immagine, gusto e somiglianza. Ma si tratta di una dominazione pro-tempore, destinata a non durare in eterno, e che molto probabilmente cesserà non appena avrà termine l’era dei combustibili fossili a basso prezzo.

Spetta a noi dunque avere cura di un Pianeta che, speriamo ancora per millenni, continuerà a nutrirci. Perché nel futuro non potremo ostinarci a piegarlo al nostro volere.

Rispettare la Natura oggi ,vuol dire evitare domani di dover sviluppare altre costose soluzioni tecnologiche. Ad esempio, spenderemmo certamente molto meno a porre fine al commercio di animali esotici e selvatici, che non a patire i costi economici della prossima pandemia.

Lo sviluppo tecnologico ha fatto tanto per noi. Ora sta a noi comprendere che non possiamo pensare di cavarcela facendo sempre affidamento solo su di esso. Piuttosto dobbiamo iniziare a porre rimedio alle ferite che facciamo alla Natura, prima che sia troppo tardi.

(1) The Collapse of Complex Societies; Joseph A. Tainter. Cambridge University Press (1990).


a cura di Luca Frasconi

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Luca Frasconi

Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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