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sabato 25 Settembre 2021
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Il paradosso del clima del Regno Unito vitivinicolo

 

Può il cambiamento climatico, fenomeno negativo, trasformarsi in un’opportunità di crescita nel settore che, a livello teorico, viene maggiormente colpito, quello vitivinicolo? È il curioso caso del Regno Unito. Nel quale, grazie all’innalzamento delle temperature, si è palesata un’inattesa possibilità di coltivare vitigni più tradizionali alle sue latitudini ed ampliare così il portafoglio commerciale dei vini prodotti, riducendo la forbice dell’import. Una previsione che fa tremare i ‘big’ del vino europeo. Poiché l’UK si colloca al secondo posto tra gli importatori mondiali, con ben 13,2 milioni di ettolitri acquistati, per un valore di 3,5 miliardi di Euro (dati 2018).

Il Paradosso del Clima: il rapporto del governo britannico

Dal 2010, una serie di estati calde in sequenza ha rafforzato l’idea che il Regno Unito potesse essere lo stato che maggiormente avrebbe beneficiato di questa situazione. Oltre a questo dato, squisitamente empirico, ve ne è uno tecnico che dà origine al ‘Paradosso del Clima’. Nel 2008, il ministero della salute pubblica britannico, insieme con l’Health Protection Agency (Hpa), redasse un rapporto denominato Health effects of climate change in UK dove prevedeva che entro la fine del secolo la temperatura media in inverno sarebbe stata più alta di 2°C (con un errore stimato di +/- 0,2°C), mentre in estate si sarebbe raggiunto addirittura una temperatura media più alta di ben 4°C (errore di +/- 0,3°C).

Evidentemente non siamo nel 2100 e la situazione non è compromessa, seppur di difficile risoluzione. Più vicino a noi nel tempo e nelle stime è invece la recente produzione del’IPCC ‘Intergovernmental panel of climate change’ con il suo “Special report global warming of 1.5° C”, nel quale viene detto che la temperatura globale media si è alzata di 1°C ad oggi, e se qualcosa di importante ed impattante non viene fatto immediatamente, nel 2040 saremo con una temperatura media più alta di 1,5°C.

Una scelta economica o morale?

Ora, la domanda che logicamente ci dovremmo porre è la seguente. È sensato, ancor prima che morale, sfruttare (con investimenti e leggi ad hoc) un evento di tale portata per assumere importanza in un mercato che storicamente non appartiene alla Nazione in causa, il Regno Unito? Sarebbe come se un sarto scoprisse di avere nel giardino di casa una riserva petrolifera e tutto d’un tratto cominciasse a fare il petroliere. Eppure sembrerebbe che la Gran Bretagna non voglia lasciarsi sfuggire l’occasione. A partire dal 2018 vi è stato un incremento del 25% della superficie vitata destinata alla viticoltura, vale a dire circa 3 milioni di barbatelle in più, che portano il totale di vite piantata ad oltre 3500 ettari, i quali si tramutano in 15 milioni di bottiglie l’anno. Non è un mistero che l’Inghilterra voglia arrivare a produrre 40 milioni di bottiglie nei prossimi vent’anni (Wine news). Fa sorridere pensare che la sola Emilia Romagna possegga una superficie vitata di 51.000 ettari e nonostante ciò ci si senta in pericolo dal punto di vista commerciale. Sensazione amplificata dalla Brexit, che allontana maggiormente il Regno unito dai nostri mercati.

Un ulteriore motivazione risiede nel fatto che i viticoltori inglesi, perlopiù giovani, si approccino al mestiere supportati da altissime tecnologie e conoscenze tecniche raffinate. In UK risiede anche la più importante e prestigiosa istituzione del mondo del vino, “Master of Wine”, un’accademia che forgia coloro che saranno i maggiori conoscitori e consulenti a livello mondiale del vino. Essere ammessi è un’impresa ardua, oltre che economicamente sfiancante, e sono pochissimi coloro i quali riescono ad ottenere il titolo. Indubbiamente, essa gioca un ruolo chiave nel lancio (o rilancio) della viticoltura d’Albione.

Il nuovo vino del Regno Unito: che vino?

Quali sono i principali vitigni coltivati nel Regno Unito e quali invece quelli che potrebbero essere impiantati prossimamente?

Le varietà che troviamo sono principalmente quelle atte a produrre metodo classico, vale a dire pinot nero e chardonnay e i vigneti sono localizzati nel Sud dell’Inghilterra, vicini allo Stretto della Manica, dove il mare mitiga le temperature. Le regioni più vocate sono a Sud-est, ovvero il Kent e il Sussex. Il metodo classico, che la fa da padrona, è anche curiosamente la tipologia di vino maggiormente importata (una grossa parte è acquistata dall’Italia).

In Inghilterra sono presenti anche vitigni ibridi di origine tedesca come ortega e bacchus, tra i vitigni bianchi, e il dornfelder tra i vitigni rossi. Per ibrido si intende un incrocio tra diverse varietà della specie vitis vinifera (l’unica ammessa dalla legge per fare vino) e nella fattispecie questi tre vitigni guadagnano dall’incrocio una migliore resistenza al freddo e una maturazione maggiormente anticipata. Qualità indispensabili per produrre a tali latitudini. In quantità minore possiamo trovare anche pinot meunier, pinot bianco e riesling.

Nuovi orizzonti per il vino britannico

Ma su cosa il Regno Unito potrebbe provare a puntare? Rimane evidente che il modello a cui ispirarsi sia la regione della Champagne che deve le sue fortune alle escursioni termiche che favoriscono lo sviluppo dei composti che rendono un vino profumato. Dunque, più che su nuovi vitigni, si concentreranno con ogni probabilità a far ottenere maturazioni più complete e profumi più precisi ai vitigni già esistenti. Un’ulteriore sprint l’ha fornito una maison storica della Champagne, Taittinger, la quale ha investito nel Domaine Evremond, nella contea del Kent, a riprova del fatto che il Sud dell’Inghilterra possa essere ritenuta alla stregua della famigerata regione francese.

Non è da escludere l’introduzione graduale dei vitigni a bacca rossa, con maggior attenzione verso quelli già piantati in zone a Nord dell’emisfero. Il pinot nero vinificato in rosso è idealmente il vitigno più indicato per ampliare la gamma dei rossi fermi. Poiché, già presente sul territorio per la vinificazione di spumanti, possiede una maturazione precoce e non necessità di elevata esposizione solare, bensì clima fresco e asciutto. La quantità di tannini (molecole presenti nell’uva che conferiscono al vino la classica sensazione di ruvido e asciutto in bocca) è mediamente minore che negli altri vitigni, il che è un vantaggio perché consente una più rapida maturazione.

Oltre la Brexit e il Covid: l’intraprendenza di un Paese

Quello che sarà il futuro del Regno Unito vitivinicolo è difficile da prevedere, specialmente in un periodo di estrema incertezza come questo, in cui il Covid-19 ora e la Brexit prima hanno ridisegnato i progetti in ogni ambito. Ciò che è incontrovertibile invece è la voglia del Paese di emergere in questo settore, forte di una nuova generazione di viticoltori appassionati e qualificati sostenuti da vari contributi economici statali.

Un altro fattore da non sottovalutare è la mancanza di tradizioni e leggi. È stato infatti dimostrato come negli anni ’90 alcuni paesi emergenti nel panorama vitivinicolo mondiale abbiano avuto sin da subito un’estrema presa sui mercati grazie a dei disciplinari di produzione molto più permissivi rispetto a quelli europei ed una regolamentazione dal punto di vista legale primordiale. Non solo, ma le leggi venivano create ad hoc per permettere ai produttori vantaggi competitivi non indifferenti. Per quanto riguarda la questione della tradizione è presto detto. Alle volte il rispetto integralista della tradizione, in questo caso vitivinicola, coi suoi dogmi e dettami, spegne la ricerca e l’entusiasmo della sperimentazione. Il Regno Unito ne è privo e dunque è libero di inseguire e conquistare la propria fetta di mercato con idee nuove e magari azzardate. Che spesso si rivelano vincenti.


A cura di Francesco Gambarelli

Francesco Gambarelli
Originario di Modena, dove vengo al mondo del 1996. La passione dell'agricoltura trasmessa dai nonni. Una vita passata in campagna, nello specifico nel vigneto di famiglia. Laureato in viticoltura ed enologia all'università di Bologna, con una tesi sui Paesi emergenti nel panorama vitivinicolo mondiale. Sommelier AIS. Profondamente innamorato del vino e delle storie che esso porta con sé. Amante di film, divoratore di libri e cultore delle citazioni.”Una bottiglia di vino implica la condivisione; non ho mai incontrato un amante del vino che fosse egoista.”

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