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lunedì 23 Novembre 2020
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Il post-Covid19 sarà ancora un “capitalismo dei disastri”?

Podcast di Lilli Cor
Podcast di Lilli Cor

 

Guerre, crisi economiche, governi che vogliono essere autoritari e totalitari, e infine anche una pandemia. Ebbene, non siamo nel XX secolo. Il capitalismo sembrava aver messo “un punto alla storia”. Ma è davvero così? O siamo invece alla fine del capitalismo stesso?

 

Il “Capitalismo dei disastri”

Adesso ci chiediamo: e dopo? Cosa si farà dopo una pandemia e conseguente crisi economica? Ma sorge anche una domanda ancora più profonda: dopo aver visto da vicino le sue debolezze, il capitalismo potrà sopravvivere? Naomi Klein, nel suo Shock Economy, narra di come la storia sia una sequenza di traumi e di come, al termine di ogni trauma, emerga puntualmente un “capitalismo dei disastri”. Azioni intraprese dai governi con l’obiettivo di risolvere la crisi. Ma che in realtà – afferma la Klein – portano all’estremo le disuguaglianze esistenti. Si tratta di provvedimenti che mai sarebbero stati proposti in “tempi di pace”.

Le politiche neoliberiste hanno condotto le agenzie pubbliche a comportarsi sempre più come imprese private. Interventi come la riduzione dei finanziamenti e il blocco di nuove assunzioni hanno finito per trasformare i servizi di welfare in servizi di produzione di qualsiasi merce, poi venduta sul mercato ad un utente finale in grado di pagarne il giusto prezzo. Ora che sembra evidente che uno dei pazienti malati sia proprio il capitalismo neoliberale, è il caso di pensare a un dopo caratterizzato da un’economia sostenibile ed inclusiva.

 

Le tre crisi

La storia del post 2008 sembra ripetersi. I governi inondano l’economia di liquidità incondizionata, piuttosto che gettare le basi per una ripresa strutturata e che non comporti ulteriori disastri. Il pensiero dell’economista Mariana Mazzucato mostra un capitalismo che sta vivendo tre crisi contemporaneamente. Una crisi sanitaria indotta da una pandemia. La quale ha rapidamente scatenato una crisi economica con conseguenze ancora sconosciute per la stabilità finanziaria. Il tutto incorniciato da una crisi climatica per la quale ancora non si riesce a fare abbastanza.

Se da una parte almeno le emissioni di CO2 sono diminuite durante il lockdown (anche in questo caso: e dopo?), dall’altra i tagli alla sanità pubblica, compiuti spudoratamente nel corso degli ultimi anni, hanno mostrato quanto gli ospedali dei Paesi europei siano fragili e impreparati se sottoposti ad un simile stress. Fragili ma pur sempre pubblici, accessibili a tutti, senza distinzione tra diverse polizze sanitarie e quindi di status sociale. Non possono dire la stessa cosa nel Nuovo Continente, dove la sanità privata si è trovata anch’essa impotente di fronte alla pandemia. La salute è un diritto fondamentale e come tale deve essere scisso dalle logiche di mercato.

 

Ripensare il Capitalismo e il ruolo dei Governi

Ormai siamo purtroppo abituati ad una tipologia di stato che interviene solamente ex post. Che non è in grado di prevedere ed agire tempestivamente di fronte alle crisi. Né oggi né 12 anni fa. Il delegare quasi la totalità degli interventi a partnership pubblico-private ha segnato il sorpasso del “fare profitto” sull’agire per il “bene pubblico”. Sullo sfondo: un clima di incertezza e di crescente disuguaglianza, soprattutto nel mondo del lavoro. Il capitalismo va ripensato. L’azione dei governi va ripensata. Anziché limitarsi a correggere i fallimenti del mercato quando si presentano, dovrebbe spostarsi verso la creazione attiva di mercati che promuovano una crescita sostenibile ed inclusiva. Dovrebbe anche garantire che le partnership con le imprese che coinvolgono fondi pubblici siano guidate da interessi pubblici, non da profitti.

I salvataggi per l’economia che presto verranno implementati devono essere strutturati in modo da trasformare i settori che stanno salvando. Devono diventare parte di una nuova economia. La crisi COVID-19 sta mettendo in luce ancora più difetti nelle nostre strutture economiche. Non da ultimo la crescente precarietà del lavoro, a causa della crescita della gig economy e di un deterioramento decennale del potere contrattuale dei lavoratori. Il telelavoro semplicemente non è un’opzione per tutti. E sebbene i governi stiano incentivando la formulazione di contratti regolari, i lavoratori autonomi non sono ancora adeguatamente tutelati.

 

Smantellare e ricostruire o capire (finalmente) e ristrutturare?

Si parla di abbandonare il capitalismo per abbracciare completamente l’idea di welfare state. Lo Stato deve farsi carico di tutte le spese necessarie al fine di garantire quei diritti fondamentali quali la salute e l’istruzione, per non lasciarli in balia del mercato. La sanità, l’istruzione, la ricerca, l’assistenza e l’ambiente vanno rifinanziati in modo massiccio attraverso una tassazione più progressiva di redditi e patrimoni e, se necessario, attraverso una spesa in deficit. In questo modo il welfare state può risollevare le sorti dei Paesi post-pandemia.

D’altra parte, al World Economic Forum si parla da alcuni anni di dar vita ad uno “stakeholder capitalism”, che sia in grado di fronteggiare le sfide globali ora in essere; dalle divisioni sociali, create dalla crescente disuguaglianza, alla crisi climatica. Lo scopo di un’azienda è quello di coinvolgere tutti i suoi stakeholder nella creazione di valore condiviso e sostenibile. Nel creare tale valore vengono coinvolti tutti gli stakeholder: dipendenti, clienti, fornitori, comunità locali e società in generale. Un’idea di capitalismo inclusivo in cui i governi nazionali e gli organismi internazionali hanno ora il ruolo cruciale di favorirne e facilitarne lo sviluppo.

Si dovrà procedere per tentativi ed errori, forse non si tornerà davvero più al sistema economico di prima o magari sarà solo un cambiamento momentaneo. Il “capitalismo dei disastri” è sempre stata la regola, come la storia ci insegna. Questa crisi è un’ulteriore occasione per riflettere, intervenire ed investire. Il Green Deal è sul tavolo ed è viva la possibilità di non lacerare il tessuto europeo con i nazionalismi economici.


A cura di Cecilia Bottoni

Cecilia Bottoni
Cecilia Bottoni
Classe 1995, nata e cresciuta nelle Marche ma in viaggio in giro per l'Europa fin dalla tenera età. Dopo la laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ho proseguito gli studi laureandomi alla magistrale in Istituzioni e Mercato all'Università di Firenze. Sono un'avida lettrice e sempre pronta per un nuovo viaggio. Attualmente sono a Budapest per l'erasmus traineeship presso la ONG EuCham.

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