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sabato 23 Ottobre 2021
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Alla scoperta dell’Iran: una realtà complessa in protesta

Per capire che cosa stia accadendo in questi giorni in Iran, dobbiamo prima comprendere che cosa sia realmente l’Iran. Un compito affatto semplice, data la complessità della sua storia e della sua società.

Figlia del millenario Impero persiano, l’attuale Repubblica Islamica dell’Iran, sorta il 1° aprile 1979, governa uno stato di circa 80 milioni di persone. Si tratta di un paese multietnico e multiculturale, dove alla maggioranza persiana si mescolano azeri, turchi, curdi, turkmeni e arabi. Uno stato posto al crocevia tra Europa ed Asia, con una lingua (il farsi) ed una cultura indoeuropee fortemente contaminate dall’influenza araba, che tra il 636 e il 750 invase la Persia, rendendola musulmana.
Contrariamente a quanto creduto da alcuni, non è stata la rivoluzione khomeinista del 1979 ad islamizzare l’Iran, bensì la dinastia safavide, che tra il 1501 ed il 1736 unificò la Persia ed impose lo sciismo duodecimano come religione di Stato. Ecco un’altra caratteristica peculiare del paese: l’Iran si presenta infatti come il più grande paese a maggioranza sciita del mondo (il 90% circa della popolazione).
Da 40 anni a questa parte, a ciò si lega un ulteriore primato: assieme al Vaticano, l’Iran può considerarsi l’unico esemplare di stato teocratico ancora esistente. Infatti, ai vertici dell’ordinamento statuale figura un consiglio di chierici sciiti, alla cui sommità si trova un ayatollah, grado massimo della gerarchia clericale sciita, che nel caso iraniano si presenta come Faqih, ovvero capo politico e spirituale della comunità, oltre che come Rahbar-e Enghelab, “Guida della Rivoluzione”. Tale carica, dopo esser stata ricoperta per un decennio dal padre della rivoluzione Ruhollah Khomeini, è posseduta dal 1989 dall’attuale Guida Suprema iraniana Alì Khamenei.

Tutti questi aspetti, che definiscono l’aggettivo islamica presente nel nome ufficiale del paese, vanno tuttavia uniti agli elementi che rendono di fatto l’Iran una Repubblica. Il popolo iraniano elegge tre organi: il Presidente della Repubblica, il Parlamento (Majles) e l’Assemblea degli esperti, l’organo istituzionale composto da 86 esperti giuristi ed accademici islamici con il potere di indicare ed eventualmente esautorare la Guida suprema. L’attaccamento alla pratica del voto, espressione massima di un regime democratico, è resa evidente dal fatto che alle elezioni presidenziali – le più importanti in base alla forma di governo della Repubblica Islamica – la media sia di una partecipazione intorno al 67% degli aventi diritto e che non sia mai successo che la maggioranza assoluta degli elettori non si recasse alle urne. Se questo elemento discosta notevolmente l’Iran dai recenti trend delle più evolute democrazie occidentali, ve n’è un altro che lo differenzia da queste: l’assenza di partiti. La politica iraniana, infatti, si suddivide sostanzialmente in tre fazioni, ciascuna delle quali composta sia da esponenti laici che religiosi: i conservatori, i moderati-riformisti ed i progressisti.

Ma l’Iran non è soltanto questo; anzi. Gli antichi persiani, un po’ come gli antichi romani, si distinguevano per essere amanti del vino, del sesso, del buon cibo, della gioia di vivere. La sconfinata letteratura persiana è colma di antichi venerati autori come Hafez, Khayyam, Rumi e Attar, che fanno dell’elogio dei piaceri della vita la loro cifra espressiva. Ancora oggi, questo attaccamento agli aspetti più frivoli della vita comune caratterizza in larghissima parte la giovane società iraniana. È diffuso il parere per cui “se prima della Rivoluzione si peccava in pubblico e si pregava in privato, dall’avvento della Rivoluzione si prega in pubblico e si pecca in privato”.

LE DIFFICOLTÀ ECONOMICHE E IL RUOLO DEI GIOVANI

Dunque, una società giovane. Si tratta di un dato fondamentale al fine di comprendere le crisi recenti. In Iran, l’età media è di 30 anni ed il 40% della popolazione ha meno di 25 anni. Oltretutto, si tratta di giovani istruiti e preparati, giacché il tasso di iscrizione alle università nel 2015 è arrivato al 70% e, di questi studenti, il 70% sono ragazze. Non a caso, negli ultimi anni il numero di donne nei posti dirigenziali è cresciuto notevolmente. Nonostante i blocchi del regime, i giovani iraniani sono, inoltre, tra i più accaniti frequentatori al mondo dei social network, conoscono la tecnologia e sanno come raggirare i divieti imposti all’uso di internet.
L’altra faccia della medaglia per quanto concerne i giovani è l’alto tasso di disoccupazione giovanile che gli ultimi governi del moderato Hassan Rohani hanno avuto e stanno avendo notevole difficoltà a combattere. È proprio questo il motivo centrale delle proteste degli ultimi giorni. Un motivo economico, prima che politico, è quello che agita la società iraniana.

La scintilla è stata l’aumento del prezzo delle uova. Da lì si è innescata una protesta contro il carovita e l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, partita inizialmente dalla città di Mashad, roccaforte conservatrice, proprio per volontà di alcuni gruppi di politici conservatori che volevano manifestare contro le politiche di austerity del presidente Rohani. Ovviamente, non sono soltanto le ristrettezze economiche ad agitare i conservatori. Dopo la triplice vittoria elettorale dei riformisti alle elezioni presidenziali del 2013 e del 2017 e a quelle parlamentari del 2016, i conservatori stanno cercando di riguadagnare il terreno perduto. Stanno impiegando tutte le loro forze affinché non possa in alcun modo realizzarsi l’ipotesi di vedere un moderato succedere a Khamenei – le cui condizioni di salute vanno ogni giorno peggiorando – alla carica di Guida suprema. Da mesi, non a caso, la televisione di Stato (la cui gestione è prerogativa della stessa Guida suprema) porta avanti una campagna diffamatoria contro il presidente Rohani e il suo governo di riformisti.

Tornando alla protesta, nel giro di poco tempo questa si è allargata a macchia d’olio in altre province, arrivando sino alla capitale Teheran, da sempre motore dei mutamenti del paese, dando così origine a quella che si presenta come una crisi nazionale. Ad estendersi e ampliarsi sono stati anche i temi oggetto di contestazione, dalla corruzione del regime alla politica estera sempre più invadente e costosa. Non a caso, il primo bersaglio delle contestazioni sono diventati proprio gli ultraconservatori che stanno intorno alla Guida suprema Khamenei, ritenuti colpevoli delle miserie e dell’arretramento economico del paese. Non vi è dubbio che, nonostante il governo ed il parlamento siano in mano ai gruppi riformisti, l’establishment conservatore continui a detenere un potere non indifferente su ampi e strategici settori del paese. Oltre a quello industriale e bancario, è la politica estera e militare ad essere monopolio pressoché esclusivo delle Guardie della Rivoluzione, meglio conosciute con il termine persiano pasdaran, ovvero le forze armate create all’indomani della Rivoluzione, bastione delle posizioni più tradizionaliste e conservatrici, massimamente fedeli alla Guida suprema.
Ormai da diversi anni, nonostante la crisi economica e le sanzioni internazionali, crescenti quote di spesa pubblica vengono infatti destinate proprio agli interventi militari sempre più massicci – in termini di uomini e denaro – in sostegno del governo sciita in Iraq, del regime di Assad in Siria, del gruppo Huti in Yemen, del partito Hezbollah in Libano, degli sciiti del Bahrein nonché di formazioni paramilitari vicine ad Hamas a Gaza. Non a caso, uno degli slogan maggiormente ripetuto in questi giorni dai manifestanti recita «No Gaza, no Libano, no Siria. La nostra vita per l’Iran». Vale a dire: spendete i nostri soldi per noi, non per la guerra.

LA DELUSIONE NUCLEARE E LE TENSIONI INTERNAZIONALI

Tuttavia, le frustrazioni dei manifestanti si sono riversate anche contro il governo Rohani, nel quale soprattutto i più giovani avevano intravisto una speranza di ripresa economica, di maggior libertà e vicinanza all’Occidente; promesse che in larga parte il presidente non ha mantenuto o non ha potuto mantenere. Prima fra tutte, la promessa dell’accordo sul nucleare. Quella che nel luglio 2015 apparì come l’intesa che, grazie all’abbattimento delle sanzioni internazionali, avrebbe riportato l’Iran alla normalità dei rapporti economici con il resto del mondo, non ha dato i frutti sperati. Anzi, si può dire che non abbia dato alcun frutto. Tutte le prospettive di una ripresa economica forte, che doveva mettere fine alla disoccupazione dei giovani, sono ferme a causa dei mancati investimenti stranieri, sui quali, invece, il governo iraniano aveva sperato. Dunque, se a Rohani viene riconosciuta la titanica impresa di aver condotto in porto la trattativa sul nucleare, egli viene parallelamente accusato dai suoi elettori di non esser riuscito ad arginare gli impedimenti che non l’hanno di fatto resa attuabile. Il riferimento è ovviamente agli impedimenti interni, come la dilagante corruzione del regime che paralizza ogni iniziativa economica.

Non va tuttavia dimenticato che un notevole impedimento all’implementazione dell’accordo sia arrivato anche dall’esterno; un impedimento chiamato Donald Trump. Sin dalla sua campagna elettorale, Trump ha infatti sempre espresso perplessità se non un aperto dissenso verso l’accordo sul nucleare iraniano, in linea con la maggior parte dell’establishment repubblicano con il quale si candidava alla presidenza degli Stati Uniti. Diventato presidente, ha mantenuto la promessa di osteggiare l’accordo e si è spinto oltre. I tiepidi rapporti tra Iran e Stati Uniti, che erano ripresi sotto la presidenza Obama, sono stati bruscamente interrotti e l’amministrazione americana, così come accadeva ai tempi di George W. Bush, è tornata ad accusare la Repubblica Islamica di esportare il terrorismo e di voler produrre l’arma nucleare per creare instabilità in Medioriente.
Parallelamente, l’alleanza e l’intesa di Washington con Israele e Arabia Saudita – storiche rivali dell’Iran nell’area mediorientale – sono state rafforzate. Per tale motivo, già all’indomani delle recenti  manifestazioni, la reazione dell’establishment iraniano è stata quella di gridare al complotto, sostenendo che le proteste sarebbero state fomentate ed organizzate da americani, sauditi e israeliani, tutti indiscutibilmente intenzionati a veder collassare la Repubblica islamica. E certo non tranquillizza gli iraniani neppure sapere che proprio l’Iran, assieme all’Iraq, la Siria, la Libia, Cuba e la Corea del Nord, nei primi anni Duemila era stato inserito dall’amministrazione Bush nel cosiddetto “Asse del male”, un elenco di paesi definiti autoritari, accusati di creare ed esportare terrorismo e di produrre armi di distruzione di massa, e per i quali si auspicava un repentino cambio di regime. Cambio che, nel caso di Iraq e Libia, si è concretizzato rispettivamente nel 2003 e nel 2011.

Sin dall’inizio delle proteste, Trump ha letteralmente martellato la dirigenza iraniana di tweet incitanti il popolo alla protesta, sostenendo che «l’Iran sta fallendo a tutti i livelli nonostante il terribile accordo fatto con l’amministrazione Obama. Il grande popolo iraniano è represso da molti anni. È affamato di cibo e libertà. Insieme ai diritti umani, la ricchezza dell’Iran viene saccheggiata». Dal canto suo, Rohani ha prontamente ribattuto affermando che «il popolo in Iran ha diritto di manifestare e anche di contestare il governo, basta che lo faccia seguendo le regole e senza violenza». Ha aggiunto che il presidente USA non ha alcun diritto di simpatizzare con la nazione iraniana dopo averla definita terrorista.

Quella che era nata come una protesta economica, si è dunque trasformata in una contestazione sociale e politica dal carattere prima locale, poi nazionale, ormai internazionale. Il simbolo di questa protesta è diventata una ragazza che, sfidando la legge, si è tolta il chador, sventolandolo appeso ad un bastone. La legge iraniana, infatti, impone alle donne di indossare un velo sul capo, chiamato in persiano rusari, letteralmente “sopra la testa”. Tuttavia, è importante non confondere cause e reazioni. Le giovani iraniane si tolgono il velo in forma di protesta, non protestano per togliersi il velo.

Vedremo se saranno sufficienti sviluppi in campo economico a far riassorbire tutti i malcontenti della società iraniana o se ormai sarà troppo tardi e non potrà che essere un profondo mutamento del regime stesso la chiave di volta. Ammesso, e non concesso, che il regime si renda disponibile ad una sua trasformazione.


A cura di Samuele Nannoni

Samuele Nannoni
Sono nato nel 1993 a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Fino all'avvento del covid, ho lavorato del campo dell'organizzazione eventi. Qui su TomorrowNews mi occupo soprattutto di politica, democrazia e interviste. Dal 2018 sono il coordinatore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica per la composizione di organi collegiali deliberativi. Dal 2020 sono anche tesoriere dell'associazione PoliticiPerCaso (www.politicipercaso.it), che mira a introdurre le Assemblee dei Cittadini estratti a sorte in Italia con una legge di iniziativa popolare.

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