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sabato 23 Ottobre 2021
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Origine e fortuna delle istituzioni internazionali: perché sono necessarie?

Cresce e si afferma (in Italia come all’estero) un clima di sfiducia, quando non di aperto contrasto, nei confronti delle istituzioni internazionali e della cooperazione tra stati. Sebbene si sia lontani da politiche definibili isolazioniste, nella gran parte dei paesi occidentali avanzano schieramenti politici che non nascondono la loro avversione nei confronti di queste istituzioni e la volontà di sottrarsi alle regole che da esse derivano.

Fermo restando che non esistono processi irreversibili, giova ricordare quali furono le motivazioni che portarono a quella che può essere definita l’istituzionalizzazione del sistema internazionale e, soprattutto, gli ideali che ne sono alla base.

 

I primi passi: Woodrow Wilson

All’inizio del ventesimo secolo Woodrow Wilson articolò un’ideologia che, sebbene precoce per il contesto culturale del 1919, ha avuto il ruolo di precorrere ideologicamente le relazioni internazionali di tutto il XX secolo e ha costituito la genesi della nuova cultura internazionale democratica volta alla fondazione di una comunità globale. Alla base vi era il principio dell’autodeterminazione dei popoli, strettamente collegato al concetto di sicurezza collettiva. Ritenendo che la più grande minaccia alla pace derivasse dalla violazione dei diritti degli uomini e delle nazioni, egli affermava che ogni popolo aveva diritto a determinare il sistema politico sotto il quale vivere e che tutte le piccole nazioni avevano diritto alla stessa integrità territoriale di cui godevano le grandi potenze.

Il presidente americano cercò di trarre insegnamento dalla guerra per modificare sia le norme, i principi e i meccanismi della politica internazionale, sia il rapporto tra relazioni statali e ordinamento interno. Ambiva a creare le fondamenta per un nuovo ordine mondiale liberale e una nuova cornice internazionale per superare l’ordine imperialista giudicato instabile, profondamente bellicoso e screditato dopo il 1914.

I negoziati di Parigi non portarono a quella rivoluzione auspicata da Wilson, che dovette fronteggiare da una parte l’opposizione franco-britannica e dall’altra la posizione contraria del Congresso. Per tutto il decennio successivo alla sua presidenza e fino alla metà degli anni ’30, gli USA abbandonarono l’ottica internazionalista per ritornare a un modello principalmente isolazionista.

 

Il dinamismo internazionale di Roosevelt

Fu Roosevelt a impostare l’internazionalismo su un nuovo corso, sottolineando le implicazioni catastrofiche della modernità. Critico della Dollar Diplomacy tipica degli anni ’20, premeva per un approccio più cooperativo (in quanto più prolifico) e altruistico, volto allo sviluppo di una civiltà globale liberale. Cercò di non seguire la dottrina wilsoniana alla lettera, ma di implementarla con considerazioni di tipo realista. L’internazionalismo dell’amministrazione Roosevelt sarebbe emerso con chiarezza tra la fine degli anni Trenta e l’inizio del nuovo decennio, ma già in precedenza il presidente comprendeva i problemi derivanti dalla diffusione delle ideologie totalitarie. La volontà di conquista, la glorificazione della guerra e della violenza come elementi base della vita e l’isolazionismo commerciale non potevano che minacciare gli Stati Uniti, i loro principi democratici e il loro stile di vita: il rischio era quello di rimanere l’unica isola democratica in un mondo invaso dal terrore. Roosevelt come Wilson vedeva il mondo fortemente interconnesso e, allo stesso tempo, minacciato da potenze predatrici che erano volte a dominare gli altri. Solo la cooperazione tra gli stati e la crescita della democratizzazione (caratterizzata dalla volontà dei popoli di evitare la guerra) potevano portare a una pace stabile e duratura.

Per il presidente il commercio internazionale era una parte della soluzione: senza una maggiore interdipendenza economica tra gli stati, la guerra era sempre un pericolo possibile. Il libero commercio in sé non era sufficiente, doveva essere superato anche il sistema internazionale che si era generato negli anni ’30, caratterizzato dall’assenza di regole comuni e preda dei regimi totalitari che minacciavano fortemente le fondamenta della civiltà.

Il Grand Design di Roosevelt ambiva a creare istituzioni che avrebbero regolato i rapporti tra gli stati nel dopoguerra per evitare che la crisi degli anni ’30 potesse ripetersi. Fu raggiunto un accordo economico tra i ministri delle finanze delle forze alleate nell’estate del ’44 a Bretton Woods. Al fine di creare un’economia mondiale aperta, questo accordo istituì la Banca Mondiale per finanziare lo sviluppo e il Fondo Monetario Internazionale volto a mantenere i tassi di cambio tra le valute stabili. Tutto questo presupponeva un sistema di libero scambio che sarebbe stato promosso dal General Agreement on Trade and Tariffs (GATT) nel dopoguerra (a seguito della mancata ratifica della “Carta dell’Avana” volta ad istituire l’International Trade Organization).

Il progetto di Roosevelt per assicurare una pace stabile e duratura nel dopoguerra invece si basava sulla creazione di una nuova organizzazione internazionale che prendesse il posto della fallita Società delle Nazioni. Nella sua idea di Nazioni Unite non immaginava un coinvolgimento politico globale per gli Stati Uniti, piuttosto una divisione di controllo regionale tra i Quattro Poliziotti. Gli USA avrebbero esercitato questo ruolo principalmente nei Caraibi e nel Pacifico, mentre in Europa avrebbero svolto una funzione di mediazione tra Gran Bretagna e URSS. Questa organizzazione si sarebbe dovuta basare sulla cooperazione tra le grandi potenze che avrebbero dovuto mantenere la pace e la stabilità nelle rispettive aree.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale, La Banca Mondiale e il GATT furono le istituzioni figlie di quello che fu il Grande Disegno di Roosevelt. Durante il periodo bellico l’amministrazione americana dimostrò di essere l’unica ad avere una visione globale per il dopoguerra e, a differenza del suo precursore ideologico, Roosevelt fu in grado di dar vita a un sistema internazionale che ponesse in relazione gli stati da un punto di vista politico, economico, finanziario e sociale.

Al di là di possibili giudizi sull’operato di tali istituzioni, è importante comprendere quanto queste organizzazioni siano necessarie, oggi come allora. In un mondo globalizzato, dove ciò che accade in uno stato ha effetti negli altri ad esso collegati, non si può fare a meno di discutere e di trovare regole comuni.


A cura di Angelo Camardo

Studente di Relazioni Internazionali e Studi Europei presso l’Università di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze

Ph. Credits: José A. Warletta 

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TomorrowNews nasce come “TomorrowTurin” nel 2016, a Torino, dall’idea di Elisa, Pier e Stefano. Col tempo, il blog è cresciuto ed ha espanso i propri confini tanto fisici quanto tematici, passando ad occuparsi non più soltanto di politica internazionale ma di vari altri temi.

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