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lunedì 23 Novembre 2020
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Jacinda Ardern, una giovane grande donna a guida della Nuova Zelanda

Jacinda Ardern è la Prima ministra neozelandese dal 2017. È stata in grado di fermare la diffusione del covid-19, ha sconfitto i populisti ed ha ottenuto un risultato storico per i laburisti alle elezioni parlamentari del 17 ottobre 2020. In un contesto mondiale segnato da tumulti, lotte intestine e dalla pandemia, la Nuova Zelanda, sotto la sua guida, è riuscita a non cedere al richiamo viscerale della destra.

 

Jacinda Ardern: una rivoluzione per la Nuova Zelanda

Nell’ottobre del 2017 Jacinda Ardern, alla guida del partito laburista neozelandese, arrivò seconda alle elezioni presidenziali. Riuscì a formare un governo di minoranza con i verdi e il New Zeland first (NZf). L’intento della Prima ministra era di guidare un governo di trasformazione, ma nei tre anni del suo primo mandato è stata condizionata dagli altri partiti della coalizione come l’NZf, partito nazionalista, che ha ampiamente ostacolato i laburisti e i verdi.

Nonostante i compromessi a cui è dovuta sottostare, la Ardern ha rappresentato una rivoluzione per la Nuova Zelanda. A soli 37 anni è diventata la più giovane Prima ministra del paese e la seconda donna a partorire mentre ricopriva il ruolo di guida del governo (nel giugno del 2018). Si è laureata in comunicazione politica e pubbliche relazioni e, dopo aver lavorato per Helen Clark (Prima ministra laburista neozelandese tra il 1999 e il 2008) e per l’ufficio di gabinetto del premier britannico Tony Blair a Londra, è stata eletta nel Parlamento neozelandese dove si è sempre battuta in particolare per i diritti lgbtq+ e la povertà infantile.

Con la vittoria conquistata alle elezioni del 17 ottobre 2020 (il 49,1 per cento dei voti e 64 seggi su 120 per i laburisti) la Ardern è stata confermata Prima ministra. Una leader moderata, centrista e interessata ad accelerare le questioni sociali come politiche economiche più ambiziose per ridurre le disuguaglianze, la lotta contro la crisi climatica e la riduzione della povertà infantile (una piaga per la Nuova Zelanda, dove un bambino su otto vive in condizioni disagiate, soprattutto nella comunità maori in cui il 28,6 per cento dei bambini è povero).

La stessa rivoluzione promessa nel 2017 adesso, nel Parlamento più inclusivo di sempre nella storia neozelandese, potrà concretizzarsi. Infatti, all’interno del tessuto parlamentare e governativo sono stati integrati numerosi parlamentari provenienti da contesti culturali e sociali differenti. Tra questi si possono contare 16 deputati maori, parlamentari donne e lgbtq+ e deputati di origini ed etnie differenti. Questo è il caso di Ibrahim Omer (primo deputato africano), Vanushi Walters (primo deputato originario dello Sri Lanka) e Ricardo Menéndez March (primo deputato latino-americano della Nuova Zelanda).

Ma la svolta più significativa è forse rappresentata dall’ingresso nell’esecutivo, al delicato ministero degli Affari Esteri, di Nanaia Marhuta, prima parlamentare donna maori ad esibire sul mento un moko il tipico tatuaggio tradizionale.

Nanaia Marhuta, nuova ministra deli Esteri della Nuova Zelanda

 

Una campagna elettorale all’insegna del rispetto reciproco

La grande forza della leadership di Jacinda Ardern si è dimostrata nella capacità di trasformare questa elezione parlamentare in un voto sul covid-19. Difronte al dilagare della pandemia nel mondo, la prima ministra ha optato per un rigido ma breve lockdown. Non ha sottovalutato i primi casi di contagio in Nuova Zelanda e, così facendo, il virus da maggio ha smesso di circolare nell’arcipelago. La Ardern è riuscita a proteggere il paese da una crisi sanitaria assicurata facendo registrare, al 21 ottobre 2020, solo 25 decessi per covid-19 su cinque milioni di abitanti.

Judith Collins
Judith Collins, esponente dei conservatori e principale rivale di Jacinda Ardern durante le elezioni presidenziali

Senza dubbio in Nuova Zelanda la tornata elettorale 2020 verrà ricordata come la più civile mai verificatasi. Infatti, ciò che ha contraddistinto i confronti tra le fazioni politiche in corsa è stata la qualità delle campagne elettorali. Sia la Ardern sia la Collins (esponente dei conservatori e sua principale rivale) hanno condotto un duro confronto ma pur sempre basato su valori etici e morali. Infatti, lo scontro è stato sui contenuti dei programmi politici piuttosto che sugli attacchi personali. Ben differente da quanto si è visto tra Trump e Biden, per esempio.

Nonostante il successo dei laburisti, la Nuova Zelanda non è stata immune al manifestarsi di forze estremiste e complottiste. Partendo dal NZf per arrivare alla comparsa di nuovi movimenti populisti come Adavance Nz. Quest’ultimo ha basato la sua campagna elettorale sull’opposizione ai vaccini, all’ONU, al 5g e alle misure del governo contro la pandemia riuscendo ad ottenere solo lo 0,9 per cento dei voti.

L’elettorato neozelandese ha rinnovato la fiducia nei laburisti e quindi nella Prima ministra Ardern. Ciò si deve in larga parte alla sua linea di leadership adottata per gestire l’attentato di Christchurch nel 2019 e la pandemia.

La Ardern è stata in grado di coniugare tre aspetti fondamentali della comunicazione politica con il pubblico: dare indicazioni, creare significati e mostrare empatia. Inoltre, ha saputo associare a questi anche interventi quotidiani in televisione e messaggi in diretta su Facebook. Così facendo, ha conferito al processo decisionale una struttura più trasparente permettendo ai cittadini di dare un senso alle misure eccezionali applicate e di comprendere meglio l’evolversi della situazione.

 

Le nuove sfide del governo Ardern e il legame con la Cina

La Prima ministra Ardern aveva promesso un governo per il cambiamento e misure ambiziose, quindi, dovrà confrontarsi con sfide importanti.

Sarà necessario dare una risposta concreta all’attuale crisi e portare avanti programmi di rilancio economico. Inoltre, bisognerà creare nuovi posti di lavoro e preoccuparsi della formazione di coloro che dovranno ricoprire quegli impieghi. Soprattutto, sarà fondamentale pensare anche alla questione dell’esportazione delle materie prime e la riapertura delle frontiere per permettere un turismo di maggiore valore.

In questo contesto s’inquadra lo stretto rapporto di dipendenza tra la Nuova Zelanda e la Cina per le esportazioni e il turismo. I due paesi intrattengono uno scambio commerciale bilaterale dal valore di 32 miliardi di dollari neozelandesi. Per questa ragione, nel novembre del 2019 hanno rinnovato il contratto siglato nel 2008 ma prevedendo un aggiornamento.

L’accordo in questione consentirebbe in un abbattimento dei costi per le esportazioni di numerosi prodotti neozelandesi in Cina. Tra questi si contano il legname, la carta e le produzioni lattiero-caseario.


A cura di Chiara Campanaro

Chiara Campanaro
Chiara Campanaro
Sono nata e cresciuta nell'affascinante città sabauda. Il desiderio di conoscere il più possibile e di migliorare le mie potenzialità mi ha portata a diplomarmi al liceo classico dove ho avuto l'opportunità di avvicinarmi al mondo del giornalismo, della radiofonia, della televisione e del marketing pubblicitario. Successivamente ho deciso di proseguire i miei studi dedicandomi alla politica e al suo aspetto più internazionale. Infatti, Attualmente, sono una laureanda in scienze internazionali presso l'Università degli studi di Torino. La mia passione per le relazioni internazionali mi ha permesso di diventare anche una redattrice per Bridging China dove mi occupo prevalentemente di relazioni internazionali e business tra Cina ed Italia. Sono una persona eclettica, entusiasta della vita ma forse un po' riservata. Scrivere mi aiuta ad inquadrare la realtà che mi circonda e a trovare un ordine in questo caos dell'era multimediale.

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