Da qualsiasi punto di vista la si voglia osservare, la corrida o più precisamente “corsa de toros” affascina milioni di persone in tutto il pianeta. È tuttavia indubbio anche il fatto che essa provochi lo sdegno e l’indignazione di moltissimi.

 

Le origini

Nata presumibilmente nel XIX secolo, la corrida affonda le sue radici nella “tauromachia”; dal greco “tauros” cioè toro e “makè” battaglia. Sin dagli albori essa consisteva in un combattimento tra l’uomo e l’animale, il bovino nel caso specifico, e solo nell’ultimo secolo ha causato la morte di circa 40 fra toreri e picadores ma soprattutto di oltre 30000 tori ogni anno. Numeri spaventosi per un semplice “svago”.

L’attenzione verso il toro ha origini ancora più antiche. Nell’antica Grecia, infatti, si sacrificavano esemplari maschi in onore delle divinità; un’usanza chiamata “Taurolio”. Ancora, i sacerdoti durante la “taurocatapsia” si scagliavano contro tori in corsa con lo stesso fine di sacrificare l’animale agli dei. Il toro non ha quindi mai avuto un bel rapporto col genere umano, paradossalmente perché considerato “sacro”, simbolo della forza dell’uomo sulla natura e, di conseguenza, potenzialmente sacrificabile in nome di grazie e favori dagli dei.

Ma la cerimonia della corrida trova consacrazione in Spagna, dove ottiene la fama di “fiesta nacional” e dove a partire dalla Siviglia del 1670, anno di fondazione della prima scuola moderna di tauromachia, entra pian piano a far parte del folclore iberico.

 

La corrida: una semplice festa?

Ma come si svolge la corrida? La carneficina, per quanto condannabile, si presenta come una vera e propria cerimonia, una festa aperta al pubblico pagante che in pieno pomeriggio decide di recarsi alla “plaza de toros” per assistere al combattimento fra uomini e animali. Combattimento che ha inizio dopo una lunga e multicolore sfilata di apertura, il “paseo”, in cui vengono presentati gli “alguaciles”, i delegati del presidente e le “cuadrillas”, ovvero le squadre che devono affrontare i tori, composte da un matador,  due “picadores” (i giostratori a cavallo) e tre “banderillos” (i giostratori a piedi).

Generalmente lo svolgimento della “funzione funebre” del toro è sempre lo stesso: diviso in 3 fasi, esso vede inizialmente i picadores, poi i banderillos indebolire l’animale ferendolo nei muscoli del collo e nel fianco. Infine, è la volta del matador e dell’”aplomado”, la terza e ultima fase. Con l’aiuto della “muleta”, il famoso drappo rosso utilizzato per lo spettacolo e per schernire gli ultimi istanti di vita dell’animale, il matador si prepara a sferrare il colpo di grazia affondando lo stocco fra le scapole del toro, il cui corpo viene trascinato post-mortem nell’arena e salutato dalle ovazioni del pubblico in delirio.

Ora, la crudeltà indubbia e la freddezza con cui la manifestazione ha luogo sacrificando vite di animali ha sollevato il malcontento di animalisti convinti e associazioni affiliate. La LAV (Lega Anti Vivisezioni) e l’ENPA (Ente Nazionale Per La Protezione degli Animali) sono solo alcune tra le più importanti associazioni che hanno condotto il governo spagnolo a mettere fine alla corrida, benchè limitatamente ad alcune zone: dal 1991 nelle Canarie e dal 2012 in Catalogna. Le altre 400 arene che si contano nel resto di Spagna (per non contare l’America latina) sono e saranno ancora teatro di spettacoli macabri che nonostante la valenza folcloristica, continuano ad alimentare odio e violenza.

 

Raton: il vendicatore dei tori

Il matador è considerata una professione di lusso, un lavoro elitario di coloro che tramandandoselo di generazione in genrazione, arrivano a beneficiare della fama del pubblico, della stima, della notorietà e di considerevoli entrate economiche. Fra i più noti rappresentanti della casta troviamo Enrique Ponce, matador di 48 anni che nell’ultimo anno (fra maggio 2019 e maggio 2020) ha guadagnato la bellezza di circa 50 milioni di dollari. Potremmo citare Josè Gomez Ortega o “Joselito”, matador di inizio ‘900 ed enfant prodige della plaza e toros, Juan Belmonte Garcia, “el Plasmo de Triana” con 109 corride da protagonista, oppure Manolete, considerato uno dei migliori toreri di tutti tempi dopo la cui morte Franco decretò 3 giorni di lutto nazionale.

Ma non sarebbe giusto, perché di fronte alla testardaggine e al valore di Ratòn le abilità di qualunque torero vengono meno. Ratòn non appartiene alla categoria dei matador, non proprio. Ratòn è un toro, soprannominato così per la sua stazza tutto sommato modesta (ratòn significa infatti “topo” in spagnolo). Condannato al macello, pigro, svogliato, quasi rassegnato oltre che deriso, Ratòn nel momento in cui entra nell’arena si trasforma, e dopo una serie di feriti, a pochi anni dal suo ingresso nella plaza uccide il primo matador di 54 anni, a Sagunto. Il “toro assassino” nel 2008 si consacra difendendosi  nel migliore dei modi contro un altro torero professionista: ormai è diventato il “vendicatore dei tori”, anche perchè nel frattempo aumentano i feriti che osano sfidare la star dell’arena.

Dopo un’altra vittima di 29 anni l’eroe del mondo animale viene ritirato dalle corride e la sua attività si limita solo a qualche spettacolo circense superpagato. Giornali, riviste, notiziari, persino un videogioco parlano di Ratòn, la cui salma nel 2013 viene addirittura imbalsamata considerata l’importanza e la notorietà raggiunta dal toro assassino. Muore di vecchiaia a 12 anni, 90 circa per un uomo. Ratòn, il toro assassino, il vendicatore dei tori, sarà ricordato per sempre.


A cura di Matteo Macedoni

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Matteo Macedoni

Matteo Macedoni

Sono nato a Pisa il 10 aprile del 1990. Dopo il liceo classico e qualche esperienza fra assicurazioni, network marketing e lavori stagionali mi sono iscritto alla facoltà di scienze politiche-studi internazionali dell’Università di Firenze dove, dopo un lungo periodo accompagnato dalla mia passione/lavoro di bagnino di salvataggio è un breve tirocinio negli Stati Uniti, ho conseguito la laurea. Tra le mie passioni rientrano i viaggi, leggere, suonare la chitarra, giocare a calcio ma soprattutto il mare, con tutte le sensazioni e le cure che può offrire senza chiedere nulla in cambio.
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Matteo Macedoni

Sono nato a Pisa il 10 aprile del 1990. Dopo il liceo classico e qualche esperienza fra assicurazioni, network marketing e lavori stagionali mi sono iscritto alla facoltà di scienze politiche-studi internazionali dell’Università di Firenze dove, dopo un lungo periodo accompagnato dalla mia passione/lavoro di bagnino di salvataggio è un breve tirocinio negli Stati Uniti, ho conseguito la laurea. Tra le mie passioni rientrano i viaggi, leggere, suonare la chitarra, giocare a calcio ma soprattutto il mare, con tutte le sensazioni e le cure che può offrire senza chiedere nulla in cambio.
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