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sabato 25 Settembre 2021
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La corsa all’infelicità attraverso i social

L’avatar e l’immagine social(e)

Stiamo assistendo a una sovrapposizione che porta a una vera e propria alienazione delle varie personalità con le quali abbiamo a che fare tutti i giorni. L’avatar è quel riflesso costruito in una realtà diversa da quella esperienziale di tutti i giorni, ovvero quelle realtà virtuali, appunto, che richiedono una maschera per potervi far parte). L’immagine social è quell’insieme di cose che facciamo all’interno di queste realtà virtuali e che dunque in qualche modo ci qualifica. Va anche menzionata ovviamente un’immagine sociale, riferibile all’insieme delle attività e delle esternazioni che una data persona fa nella vita reale (potremmo chiamarla volgarmente “nomea”, quello che le persone possono pensare di un soggetto). In passato, queste nomee erano per lo più ristrette a seconda del numero dei legami sociali, con delle eccezioni eccellenti legate ovviamente a personalità celebri (politici, artisti, atleti, e via dicendo). Adesso, al contrario, assistiamo a immagini sociali espanse per la maggior parte delle persone, tutto questo determinato ovviamente dalla presenza di internet e dei social. Ciò che maggiormente fa specie è che l’immagine social (virtuale) abbia superato l’immagine sociale (reale) e che dunque si vada verso una netta sovrapposizione tra i due campi, con distinzioni e discrepanze che appaiono sempre più sfumate, portando alla quasi scomparsa dell’originaria immagine sociale (reale).

L’esperimento: Black Mirror o possibile realtà?

Facciamo un esempio. Mettiamo conto che io perda clamorosamente una scommessa con un mio amico, un amico che me la voglia far decisamente pesare, e che questo implichi il fatto di dover scrivere periodicamente sui social frasi che assolutamente non condivido, del tipo “Odio gli animali domestici e i loro padroni”; un concetto che andrebbe a intaccare una platea di persone attualmente ampissima. Secondo il Censis, infatti, circa 32 milioni di italiani hanno un animale da compagnia a casa. La scommessa tra l’altro prevede che io non possa affermare sia virtualmente che di persona che quei post sono frutto di un gioco, dunque dovrò trovare altre modalità per riuscire a divincolarmi da un guaio simile. Cominciano ad arrivare i primi commenti “Cosa ti hanno fatto di male gli animali?”, “Chi non ama gli animali è un mostro”, eccetera. Provo in tutte le maniere a commentare positivamente senza dire che si tratta di una scommessa persa: ma niente, il messaggio iniziale è troppo forte per poter essere sconfessato da qualche frase di circostanza. Esco fuori con gli amici: magari la cosa non viene apertamente presa in considerazione, ma le persone attorno a me ne sono consapevoli. La scommessa persa continua a produrre stati social che io internamente non condivido: “I padroni di animali non dovrebbero avere il diritto al voto”. La questione comincia a farsi seria: commenti su commenti, la gente di persona ormai mi considera e mi etichetta effettivamente come “un odiatore di animali e di padroni di animali domestici”. Il continuare ad affermare una falsità alla fine finisce per determinare una forma di realtà, di verità: scoperta l’acqua calda. Il fatto veramente drammatico è che ci sono delle persone che condividono il mio falso pensiero: “Sei un grande”, “Anche a me gli animali fanno schifo”. La cosa va avanti, ormai sono abituato a scrivere di tanto in tanto uno stato del genere per rispettare la scommessa con il mio amico, anzi, a volte sono così tanto abituato a farlo che mi scordo momentaneamente che si tratta di una scommessa persa. Intanto i miei fan aumentano. Scrivo stati su stati anti-animali, passeggio per strada e vedo un tizio con un bassotto; se prima non notavo nemmeno troppo i cani al guinzaglio stavolta ci ho fatto caso: “Sono quelli che odio su internet” penso. E magari comincio a odiarli anche nella realtà, dato che anche di persona i miei amici fanno battute o riferimenti al mio odio per gli animali. Infine dunque, sostenuto “intellettualmente” da una schiera di persone e profili contro gli animali e i loro padroni (“Raccoglitori di merde sui marciapiedi seriali ahah”, “Stupidi padroni di cani che li credono meglio delle persone”), divento effettivamente un odiatore. Non distinguo più la scommessa e il gioco, continuo a scrivere stati anti-animali, ricevo mi piace e ricondivisioni, e (stile American History X) nel mondo reale faccio una scenata in faccia a un tizio con una gattaiola in mano: “Noi qui non ti vogliamo”.

Questa scenetta alla Black Mirror in salsa maccheronica mi serve per sottolineare che le affermazioni che facciamo in pubblico hanno per noi una valenza doppia (se non tripla o quadrupla), lo è sempre stato: il fatto di asserire un qualcosa provoca un rimando a noi stessi, e questo ci fa essere ancora più convinti di quello che abbiamo detto, soprattutto se otteniamo un feedback positivo da un ipotetico uditorio. Il discorso è che queste asserzioni con i social sono aumentate esponenzialmente di numero e, non solo, questi contenuti sono anche messi neri su bianco: lo scritto di per sé possiede una potenza di “autoconvincimento” ancor maggiore in confronto all’oralità. Dunque il seguire un trend o una moda, pubblicando stati o altri tipi di contenuti ci rende tutte le volte un qualcosa di diverso nel nostro profondo. È qui che parte l’alienazione, un’alienazione che cavalca la ricerca di approvazione dell’altro che, si badi bene, non è un elemento nuovo nell’umanità, anzi, alcuni meccanismi biologici addirittura si rifanno al concetto di approvazione. Il fatto è che gli output e gli input adesso sono aumentati esponenzialmente e hanno delle ripercussioni nel brevissimo tempo sulle nostre idee e sui concetti che vogliamo esporre e divulgare.

La felicità percepita e la sensazione di minorità

Tornando all’Immagine social(e), assistiamo a un potente slittamento del virtuale sul reale, con persone autoconvinte da un qualcosa che magari inizialmente non condividevano al cento per cento, o che tendono a valutare anche le interazioni nel mondo reale come “confezionate” in membrane virtuali, ovvero valutando l’altro attraverso quello che hanno visto sul suo profilo social. Qui arriviamo ad un’altra problematica: i livelli di felicità percepita. La continua corsa all’approvazione genera di rimando anche una corsa alla felicità. La condivisione di contenuti “molto approvati” (pensieri ritenuti generalmente positivi, viaggi, risultati accademici e lavorativi, eccetera) porta maggiori “likes” e maggiore “celebrità” (se così si vuol chiamare). La dialettica del “voler farsi vedere” solitamente porta con sé anche la celeberrima categoria degli “haters”, coloro che provano qualche forma di rabbia nei confronti dell’autore di contenuti. Oltre agli “haters”, c’è una categoria a mio vedere sottovalutata: coloro che vedono il contenuto e che hanno una sensazione di “minorità” nei confronti del soggetto che stanno visionando: “Questo ha fatto qualcosa, io no”. Io arrivo a dire che questa categoria sia molto maggiore in confronto agli “haters” puri, anzi, dico addirittura che un po’ tutti ci sentiamo “minori” facendo una carrellata casuale su di un social a scelta.

Ora: tenendo conto che, come detto, molti contenuti vengono pubblicati per questioni di approvazione, più che per reale “amore intellettuale” per i propri content proposti, si può dire che il senso “di minorità” scaturisca da esposizioni che contengono un tasso di mendacità piuttosto alto. La cosiddetta “ricerca della felicità” del tempo contemporaneo, dunque, sarebbe perciò una falsa specchiatura derivante da falsi desideri indotti da altri (cosa anche questa non propriamente nuova, in quanto la pubblicità, soprattutto televisiva, si è basata da sempre su questo meccanismo). La novità sta nella magnitudine dell’esposizione (centinaia, migliaia di contatti che pubblicano per mostrare, per far crepare d’invidia l’altro, anche se magari lo stesso pubblicante in realtà si sta annoiando a morte). E il ricevente è anche pubblicante, creatore: così, com’è ovvio nel mondo social, dopo aver visionato pubblica anch’egli, sperando di colpire nel segno ed uscire dal suo presunto “stato di minoranza” percepito in precedenza. E così via, con autori e riceventi che si scambiano in archi di tempo variabili, producendo un valzer di (in)felicità apparente in competizione. In ultima battuta, infatti, otteniamo una competizione dialettica perpetua (quasi un riverbero della cosiddetta “concorrenza economica”) che, manco a dirlo, porta con sé alte dosi di depressione e frustrazione.

Un duello di infelicità che in epoca covid sta conoscendo naturalmente il suo picco maggiore data la drastica riduzione di contatti con l’altro nella vita reale: l’affidamento all’apparente realtà social diventa così totalizzante.


Arturo Leoncini

TomorrowNewshttps://www.tomorrownews.it
TomorrowNews nasce come “TomorrowTurin” nel 2016, a Torino, dall’idea di Elisa, Pier e Stefano. Col tempo, il blog è cresciuto ed ha espanso i propri confini tanto fisici quanto tematici, passando ad occuparsi non più soltanto di politica internazionale ma di vari altri temi.

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