Cosa si intende per crisi democratica? Generalmente si fa riferimento ad un fenomeno strutturale caratterizzato da una progressiva mancanza di responsibilità politica da parte delle élite. In altre parole, se il cuore della democrazia è il popolo, da un po’ di tempo a questa parte il processo democratico è diventato una “scommessa collettiva” a chi ottiene il punteggio più alto proprio in termini di popolo. Alla rappresentanza degli interessi collettivi della comunità viene anteposta la salvaguardia dei propri interessi particolari, perseguita attraverso la ricerca e il mantenimento del consenso.

La componente rappresentativa nella democrazia è ovviamente cruciale e il fatto che sia in crisi mette in discussione la democrazia stessa. È come se si fosse rotto il patto tra la coloro che devono essere rappresentati e coloro che dovrebbero fungere da rappresentanti. C’è di fondo una crisi di ideali, o meglio un’incompatibilità. Da una parte un’élite disillusa e puramente materialista, dall’altra una generazione giovanile in cerca dei propri punti di riferimento, anche a livello politico.

Ma a quando possiamo datare l’inizio della crisi democratica?

 

TV, RAI e politica: nascono i “partiti mediatici”

Intorno alla metà degli Settanta iniziarono a comparire e a diffondersi i media come prodotto culturale di massa. Come sappiamo, la nascita delle televisione fu accompagnata dalla nascita di un’unica emittente pubblica, ovvero la RAI. La natura pubblica del servizio immediatamente attirò l’attenzione dei partiti e dei vertici della politica. Fu infatti percepito subito il potenziale della televisione come strumento pedagogico e di propaganda, molto più penetrante rispetto agli organi di stampa. Non a caso, infatti, nel 1961 divenne direttore della RAI Ettore Bernabei, esponente di spicco della DC, in carica fino al 1975. Dunque, anche un partito come la DC, con un’identità politica solida e ben strutturata e un elettorato certo su cui poter contare, stava capendo che per garantirsi consensi era necessario il controllo mediatico.

Negli anni ’90, il “fenomeno Berlusconi” o la Lega di Bossi non devono quindi essere visti come fenomeni isolati, ma come il risultato di pratiche e di logiche che già erano intrinseche nella società. Cambiò completamente la dialettica politica, che non era più improntata sulla razionalità e sulla volontà di rappresentare gli interessi, quanto sulla volontà di assicurarsi il controllo dell’informazione.


Anni Duemila: pluralità d’informazione e populismo

Con il passare del tempo il fenomeno della crisi democratica  non si è attenuato, ma si è evoluto in forme diverse. Se, tra gli anni Settanta e gli anni Novanta erano i partiti e i movimenti politici che cercavano il controllo degli organi di comunicazione, negli anni Duemila prende campo il fenomeno del populismo.

Con la legge Mammì (L.223/1990) la trasparenza della comunicazione e la pluralità dell’informazione furono assicurati direttamente dal controllo parlamentare. La legge legittimò infatti la trasmissione di un canale privato sul territorio nazionale.

Inoltre, con la scomparsa dei grandi partiti organizzati di massa è diventato sempre più difficile controllare l’informazione e la comunicazione politica. La perdita di un degno rappresentante (come invece accadeva nel passato) delle proprie idee e dei propri valori, rende l’individuo disilluso nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti. Ed è proprio qui che si insinua il populismo. Esso si presenta sotto forma di”leader” che si erge a difesa di quella parte di popolazione che non si sente rappresentata. Viene marcata la differenza tra il “noi” e il “loro”, ovvero tra quella popolazione pura e portatrice di sani ideali, e l’ élite politica corrotta, bugiarda e manipolatrice. La verità però è un’altra: possiamo definire il populismo una piaga contemporanea di carattere sociale e politica. L’arma di cui si dota il populista è una forbita dialettica che gli assicura visibilità su tutti i mezzi di comunicazione. Non importa di cosa e di come se ne parli, l’importante è parlarne. Il consenso che ottiene dalla folla è funzionale solo alla sua personale ascesa all’interno della gerarchia politica, e non alla reale risoluzione dei problemi.

Tutto questo che conseguenze ha sulla democrazia? Nefaste, giacché indebolisce la forza e la razionalità della democrazia, generando continuamente fake news, instabilità e riducendo l’attività politica ad un “siparietto” televisivo.

È quindi fondamentale ricostruire la fiducia tra istituzioni e cittadini per colmare quelle lacune all’interno del sistema. Ed è importante ascoltare i cittadini perché si deve sempre tenere a mente che la politica non è né potere né una forma di leadership, ma comunicazione e partecipazione.


A cura di Francesca Faelli

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Francesca Faelli

Francesca Faelli

Ciao a tutti! Mi chiamo Francesca ho 23 anni e abito in piccolo paesino nella provincia di Arezzo. Mi sono laureata da poco nella Facoltà di Scienze Politiche a Firenze, e sempre lì sto continuando con la magistrale in Strategie della comunicazione pubblica e politica, nella speranza di diventare giornalista un giorno. Mi piace molto leggere, viaggiare, ascoltare del buon rock e ricopro anche la carica di Consigliere Comunale, in rappresentanza di una lista ambientalista, nel mio comune di residenza.
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Ciao a tutti! Mi chiamo Francesca ho 23 anni e abito in piccolo paesino nella provincia di Arezzo. Mi sono laureata da poco nella Facoltà di Scienze Politiche a Firenze, e sempre lì sto continuando con la magistrale in Strategie della comunicazione pubblica e politica, nella speranza di diventare giornalista un giorno. Mi piace molto leggere, viaggiare, ascoltare del buon rock e ricopro anche la carica di Consigliere Comunale, in rappresentanza di una lista ambientalista, nel mio comune di residenza.
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