Podcast di Lilli Cor
Podcast di Lilli Cor

 

Molti di noi, nonostante la diffusione del Covid-19, sono a casa; molti altri invece continuano a lavorare, nei Comuni, nelle Regioni, nelle strade e negli ospedali. Per quale motivo, ci chiediamo. Nel 2020, la digitalizzazione dei servizi non dovrebbe aiutarci?

La risposta, purtroppo, è banale: non c’è ancora modo di far funzionare la Pubblica Amministrazione da casa.

Detto altrimenti, i cittadini non possono accedere ai servizi amministrativi, per esempio dell’anagrafe, completamente da soli, comodamente seduti sul proprio divano in salotto. Purtroppo, è il risultato di un ritardo accumulato negli anni, che al momento opportuno si è fatto sentire in tutta la sua potenza.

Sempre gli ultimi della classe

Da anni l’Italia si trova in coda alla classifica del Digital Economy and Society Index (DESI), l’indice che analizza la connettività, il capitale umano, l’uso di Internet, l’integrazione degli strumenti digitali in ambito aziendale e la digitalizzazione della pubblica amministrazione. L’ultima rilevazione (2019) posiziona il nostro Paese al 24° posto (seguiti da Polonia, Grecia e Romania).

Se il dato vi spaventa, confortiamoci con questo: la preparazione per la Rete 5-G (su cui mi riservo il commento negativo) ci vede al secondo posto. Benissimo, ma francamente sarebbe stato meglio vedere invertite le due posizioni.

In generale, il valore di mercato delle ICT in Italia ammonta a circa 30 miliardi di euro, grossomodo il 2% del totale mondiale; nelle Pubbliche Amministrazioni si scende a 5 miliardi e mezzo. Di questi, 2 miliardi e mezzo sono spesi dalle Amministrazioni Centrali (Stato, Ministeri, Agenzie, ecc.) e solo 690 milioni negli Enti Locali (Comuni, Province, gestori dei servizi pubblici, ecc.).

 

Quanti sono gli eroi

Le stime dell’Agenzia per l’Italia Digitale sono pessime: i dipendenti pubblici italiani adibiti all’uso di prodotti e servizi tecnologici rappresentano poco più dell’1% del totale. E questo è vero in tutte le Pubbliche Amministrazioni, dal Ministro al Sindaco, dal vigile del fuoco al poliziotto.

Ma questo vuol anche dire che, a conti fatti, solo l’1% dei dipendenti pubblici può lavorare da casa: la quasi totalità di loro deve recarsi a lavoro, negli uffici comunali, regionali e statali; deve avere contatti con i cittadini; deve mettere a repentaglio la salute dei propri familiari (che sono invece a casa, in auto-isolamento).

 

Una promessa mancata

Tutto ciò che vediamo oggi è il risultato di una promessa mancata. Una promessa fatta all’Europa nel 2014, con l’obiettivo Horizon 2020. Per fare un esempio, l’Unione Europea aveva predisposto per gli Stati Membri il raggiungimento entro il 2020 della copertura della banda ultra-larga all’80% della popolazione: l’Italia, ultima classificata (27ma), è ferma al 58%.

E l’Unione Europea ci ha più volte sgridati, come nell’ultimo Rapporto DESI (2019): “[In Italia] tre persone su dieci non utilizzano ancora Internet abitualmente e più della metà della popolazione non possiede competenze digitali di base. Tale carenza nelle competenze digitali si riflette anche in un minore utilizzo dei servizi online, dove si registrano ben pochi progressi”. Un avvertimento inascoltato. Una priorità, quella del digitale, per lo più dimenticata.

A poco vale ricordare quanto sarebbe stato utile in questo momento essere come la Finlandia o la Svezia (prime in classifica per diffusione delle tecnologie nella popolazione). A poco vale sottolineare quanto stiano rischiando i dipendenti di ospedali, comuni e aziende, che non possono a lavorare da casa. Ben avrebbero potuto, però, se lo Stato avesse mantenuto la promessa fatta all’Unione Europea.

Ce la faremo

Ormai è tardi, potremmo pensare; il danno è fatto. Il ritardo ci è costato caro, in termini di reattività al contagio e resilienza di tutta la macchina amministrativa.

Invece no, non è tardi. Le nostre mancanze tecnologiche sono un’opportunità di sviluppo, più che una zavorra invincibile. Il valore globale di mercato delle ICT si aggira sui quattromila miliardi di dollari e la nostra fetta può essere ben più larga del misero 2% stimato oggi. Rimanere su queste cifre è anacronistico.

Immaginate invece di accendere il vostro computer e avere proprio lì dentro tutti i servizi pubblici che vi servono: pagamenti, certificati, informazioni e quant’altro. Tutto comodamente da casa, senza code, polemiche o ritardi.

Qualcuno potrebbe preoccuparsi della digitalizzazione di tutti questi dati personali; e avrebbe ragione, perché il 28% delle PA subisce più di 10 attacchi informatici in un anno, con tanti saluti alla privacy. Ma se trovassimo un punto di equilibrio, una diffusa digitalizzazione protetta da una forte cybersecurity, il nostro Paese potrebbe sfruttare un potenziale enorme, ad oggi per lo più sconosciuto.

Adesso immaginate cosa sarebbe successo se nei mesi scorsi il nostro Paese avesse permesso a tutti i cittadini di avere da casa tutti i servizi pubblici immaginabili. Probabilmente il contagio poteva essere bloccato sul nascere; ogni singolo cittadino sarebbe potuto rimanere a casa, avrebbe potuto usufruire dei servizi essenziali, senza inceppare la macchina, o peggio, fermarla.

“Il futuro è nelle nostre mani”, ha detto Conte. Forse ha ragione. Ma il futuro è anche nelle mani di chi governa e fa le promesse.


A cura di Ermanno Salerno

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Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
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