La guerra del Vietnam ha rappresentato indubbiamente una delle pagine più oscure della storia statunitense. Terminata la Seconda Guerra mondiale, gli Stati vincitori si adoperarono per costituire una disciplina dei diritti umani che perseguisse l’obiettivo di non far più rivivere all’umanità la terribile esperienza dell’Olocausto. Non solo: sul piano geopolitico si delineò una polarizzazione del mondo canalizzata verso due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, che da quel momento in poi avrebbero dominato il panorama internazionale fino alla fine degli anni ’80.

La guerra in Vietnam tra piani militari e propaganda

Dopo aver dilaniato in due il Vecchio Continente con la nota “cortina di ferro”, la Guerra Fredda sconfinò rapidamente dai territori europei, iniziando gradualmente a far emergere la così detta “questione vietnamita”. Il governo americano costruì a tavolino un piano militare (quei famosi “Pentagon Papers”) volto ad impedire l’avanzata rossa nei territori del Sud-Est asiatico. McNamara, Segretario Generale della Difesa Nazionale durante la presidenza Johnson, pianificò una guerra in totale trasgressione di quella disciplina politica e giuridica sui diritti umani che nel frattempo si era consolidata. Ciò che accadde in Vietnam fu un vero e proprio Olocausto: dall’Offensiva del Tet alla ben più famosa strage di MyLai, l’obiettivo americano non fu mai quello di appoggiare il Vietnam del Sud nel contrastare il Vietnam del Nord (filosovietico), ma quello di portare l’intero territorio sotto il controllo del blocco Occidentale. A qualsiasi costo.

Per raggiungere il proprio scopo, l’amministrazione statunitense da un lato sviluppò aggressive tattiche militari come la Search and Destroy, dall’altro si focalizzò sulle più idonee strategie propagandistiche da mettere in atto. Nonostante ciò, uno degli elementi decisivi per le sorti del conflitto si rivelò essere proprio la diffusione della televisione nelle case degli americani, benché nei primi anni quello stesso mezzo di comunicazione riuscì a creare un contesto sociale favorevole al governo.

L’anno in cui si ruppe la sinergia tra opinione pubblica ed establishment governativa fu il 1968. Ai giornalisti venne concessa una grande libertà di movimento nel campo di battaglia e grazie a ciò iniziarono a diffondersi numerose testimonianze sul reale andamento della guerra. I giovani americani scesero in piazza, il ’68 fu rivoluzionario, all’insegna del pacifismo e della rivendicazione dei diritti umani. Il festival di Woodstock del 1969 fu il simbolo di una generazione che proponeva una controcultura in netto contrasto rispetto al sistema valoriale imposto dalla élite “conservatrice e perbenista”. Il così detto CNN effect fu fondamentale nell’amplificare a livello planetario il dramma vietnamita, anche se i più ferventi oppositori dell’azione bellica rimasero gli hippie statunitensi.

Anche in Europa vennero organizzate molte manifestazioni, al fine di promuovere cambiamenti radicali all’interno della società: dalla rivoluzione sessuale a quella femminista, l’Europa attraversò una metamorfosi culturale. Tuttavia, la guerra del Vietnam all’interno del Vecchio Continente è stata molto spesso percepita come una questione lontana, di cui non preoccuparsi più di tanto.

Gli insegnamenti di Oriana Fallaci

Se da una parte la guerra del Vietnam non si è discostata molto dai conflitti precedenti, essa tuttavia è riuscita ad innescare un’importante svolta dal punto di vista della comunicazione e del giornalismo di guerra. Pioniera di questo nuovo modus operandi è stata l’italiana Oriana Fallaci. La Fallaci si recò in Vietnam durante i primi anni del conflitto, come inviata de “L’Europeo”, per poi tornarci a più battute negli anni successivi. Nonostante si trovasse sotto la delegazione americana, da subito rese manifesta la sua contrarietà ad una guerra che non esitò a definire sporca e inutile.

La Fallaci ha sempre considerato la guerra come “un gioco politico in cui vince solo chi è al potere e non chi combatte” e si è sempre rifiutata di credere a chi provava a dipingere il conflitto bellico come “necessario a difendere gli ideali di democrazia e libertà”. Attraverso le sue interviste, Oriana Fallaci ha ricostruito la storia di un popolo soggiogato da una guerra “sbagliata“, condotta senza esclusione di colpi. Il suo reportage “Niente e così sia”, pubblicato nel 1969, costituì una vera e propria denuncia sociale verso un Paese che, da paladino dei diritti umani e della democrazia, si dimostrò essere un vero e proprio carnefice.

Le tesi della Fallaci, benché non passarono certo inosservate, non furono sufficienti a produrre l’effetto desiderato. Il Presidente Nixon, dopo aver preso atto di aver perso l’appoggio dell’opinione pubblica, teorizzò la così detta “vietnamizzazione”. Una strategia tanto efficace quanto meschina, che prevedeva il graduale abbandono del campo di battaglia da parte delle truppe statunitensi.

L’intera nazione venne esposta ad una vera e propria gogna mediatica, anche se fu imputato solo il generale Westmoraland per la strage di MyLai. Dalle foto, inequivocabili, si evince come gli Stati Uniti abbiano condannato un killer, ma non abbiano pienamente preso coscienza delle contraddizioni insite nella propria società. Non a caso ancora oggi il termine “vietnamizzazione” viene usato per descrivere conflitti e guerre. Anche dalla progressiva evoluzione delle tecniche comunicative (basti pensare alla diretta televisiva nel corso di un bombardamento americano su Baghdad, durante la Seconda Guerra del Golfo), si comprende come, purtroppo, dalla guerra del Vietnam non si sia tratto alcun insegnamento.


A cura di Francesca Faelli

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Francesca Faelli

Francesca Faelli

Ciao a tutti! Mi chiamo Francesca ho 23 anni e abito in piccolo paesino nella provincia di Arezzo. Mi sono laureata da poco nella Facoltà di Scienze Politiche a Firenze, e sempre lì sto continuando con la magistrale in Strategie della comunicazione pubblica e politica, nella speranza di diventare giornalista un giorno. Mi piace molto leggere, viaggiare, ascoltare del buon rock e ricopro anche la carica di Consigliere Comunale, in rappresentanza di una lista ambientalista, nel mio comune di residenza.
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Ciao a tutti! Mi chiamo Francesca ho 23 anni e abito in piccolo paesino nella provincia di Arezzo. Mi sono laureata da poco nella Facoltà di Scienze Politiche a Firenze, e sempre lì sto continuando con la magistrale in Strategie della comunicazione pubblica e politica, nella speranza di diventare giornalista un giorno. Mi piace molto leggere, viaggiare, ascoltare del buon rock e ricopro anche la carica di Consigliere Comunale, in rappresentanza di una lista ambientalista, nel mio comune di residenza.
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