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giovedì 19 Maggio 2022
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La soluzione a questa guerra è l’ingresso della Russia nell’Unione Europea

È molto difficile dare un giudizio netto sulla guerra in corso. 

È giusto mandare le armi all’Ucraina? Senz’altro, non credo che non mandarle significhi essere complici di Putin. La Spagna lo sarebbe, se così fosse…

 

Russia: stato, potenza… Impero

Putin ha senz’altro mire egemoniche preoccupanti. Totalmente ingiustificabili su un piano etico e morale, tristemente prevedibili su quello geopolitico e strategico. Peraltro, al momento si fa anche fatica a discernere quanto di razionale o meno ci sia in lui e nella sua cerchia.

Rimanendo nel razionale, possiamo dire che la Russia vorrebbe essere considerata una grande potenza, ma è stata invece trattata per anni un semplice stato, anche un po’ canaglia (spesso a ragione), mentre la verità è che la Russia è un Impero. Un Impero cosiddetto “tellurico”, di terra, che fonda cioè il suo potere sul predominio delle terre emerse. E come tutti gli Imperi tellurici è destinato, prima o poi, alla deflagrazione. Ce lo insegna la storia: a perdurare sono solo gli Imperi “talassocratici”, quelli marittimi. Ancora oggi, il Regno Unito col suo Commonwealth e ovviamente gli USA. 

Chi sostiene che a Putin siano invisi democrazia e libertà ha senz’altro almeno in buona parte ragione. Per mantenere unito un Impero di terra non si può inneggiare a democrazia e libertà. Più i confini diventano penetrati da queste “ideologie” e più l’Impero è in pericolo. 

Guardiamo la mappa della Russia. Sebbene parlare di accerchiamento ci appaia ridicolo, da est ad ovest, la Russia confina con Corea del nord, Cina, Mongolia, Kazakistan. Democrazia e libertà si vedono col lanternino da quelle parti. Diciamo che si salva la Mongolia, peccato che confini con la Siberia; che influenza può mai avere? Più ci si avvicina all’Europa e più le cose cambiano. Democrazie liberali in fieri, sempre più sul modello occidentale. 

La NATO

E poi, certo, la NATO. Un’alleanza che probabilmente avrebbe dovuto sciogliersi subito dopo la fine della guerra fredda, a condizione però che l’unificazione europea accelerasse rapidamente verso un assetto federale, con la creazione di un esercito unico europeo. Unica garanzia di autodifesa interna ed esterna dell’Europa senza il cappello protettivo statunitense. Ma questo non è successo, la NATO è rimasta in piedi e legittimamente nel tempo vari paesi ne hanno chiesto l’adesione.

E, diciamocela tutta, spesso non si è comportata neppure molto bene. Episodi di dimostrazione muscolare, esercitazioni al confine per far vedere a Putin chi fosse il più potente, sicuramente non hanno disteso l’atmosfera. 

Paradossalmente, con quest’azione scelerata Putin ha ottenuto due risultati: rinvigorire la NATO, che dopo la presidenza Trump aveva subito alcuni scossoni, e rimettere in moto il processo di unificazione europea.

 

Obiettivo umanitario o strategico?

Per il breve periodo però sono necessarie soluzioni rapide. Va evitato ovviamente con ogni mezzo che la guerra da locale diventi mondiale. 

Purtroppo, dopo un mese di guerra, abbiamo capito che siamo ad un bivio

Da un lato, c’è l’obiettivo umanitario, far cessare questa guerra il prima possibile per avere meno morti possibile. Ma come? Non fornendo armi. Anzi, queste prolungano gli scontri. Perché – giustamente – gli ucraini si sentono sempre più in forza di difendersi e di conseguenza i russi di contrattaccare. Questo obiettivo lo si raggiunge ad esempio con le sanzioni, cercando di fiaccare il più possibile la Russia.

E proprio questo è il secondo obiettivo, quello strategico (e purtroppo anche geopolitico, per gli USA, non per l’Europa: essere alleati non significa condividere il 100% degli interessi, ricordiamocelo), ovvero indebolire progressivamente la Russia per portarla ad una resa in cui non sia lei a dettare le condizioni.

Un compromesso andrà trovato ovviamente, perché o la vincitrice di questa guerra sarà la Russia o non ci saranno vincitori, non ci sono alternative. La Russia non sarà mai “sconfitta” in questa guerra. L’obiettivo è quello di portarla ad un punto tale da essere costretta al compromesso. Per fare questo però, paradossalmente, più la guerra si trascina e “meglio” è. Più passa il tempo e più le sanzioni stringono ed hanno effetto, l’esercito si demotiva, la guerra si logora, il malcontento in Russia sale (al netto ovviamente della formidabile propaganda). 

Inutile dire che se l’Europa chiudesse il gas per la Russia sarebbe una mazzata se non finale, quantomeno rilevante. Ma noi ce lo possiamo permettere? E quali sacrifici siamo disposti, nel caso, a fare? E per quanto tempo? 

 

Il breve periodo: il coinvolgimento dell’ONU

Per il breve periodo, il mio auspicio è che venga raggiunto un accordo coinvolgendo l’ONU. Crimea e Donbass dovrebbero passare sotto amministrazione fiduciaria ONU almeno per qualche anno per poi lasciar liberi i territori di esprimersi circa il loro futuro tramite un processo serio ed internazionalmente osservato (referendum?) che Russia ed Ucraina dovrebbero ovviamente impegnarsi a rispettare. 

L’Ucraina dovrebbe accettare una sua parziale smilitarizzazione e un no ad libitum ad entrare nella NATO. Una limitazione alla propria sovranità? Sì, in nome della pace! 27 paesi dell’UE non stanno forse facendo lo stesso da 60 anni a questa parte? La nostra Costituzione lo prevede e sancisce all’articolo 11. Di contro, dovrebbe essere riconosciuta all’Ucraina la possibilità di avviare il (lungo) percorso di adesione all’UE. La Russia dovrebbe accettare tutto questo così come di contribuire alla ricostruzione dell’Ucraina al 50% con l’UE. 

 

Il lungo periodo: la Russia nell’UE

Per il lungo periodo, rimango convinto di quanto sostenevo nella mia tesi di laurea triennale nel 2015: per risolvere le tensioni tra Russia e Occidente l’unica soluzione è l’ingresso della Russia stessa nell’UE. Insieme all’Ucraina e a tutti quei territori di confine che lo vorranno, ovviamente. Spinelli e gli altri padri fondatori dell’Europa unita lo sostenevano già 60 anni fa. 

A questo progetto si è sempre opposta la Germania. E in effetti, essa perderebbe la propria egemonia quantomeno numerica nell’UE. Tuttavia, non perderebbe il predominio economico. La Germania è e rimarrebbe l’unica vera potenza sia economica che militare. La Russia può definirsi una grande potenza militare (sebbene forse un po’ sopravvalutata?) ma di certo non rappresenta una potenza economica. E quindi adesso, dopo che la Russia ha scatenato una guerra nel cuore dell’Europa nel 2022, sarà forse più facile convincere la Germania della necessità di questo passo? 

Le Federazione Europea e l’esercito unico

Intanto però è inutile pensare ad un allargamento dell’UE se questa non decide una volta per tutte di rafforzarsi, avviare un processo federale quantomeno di un primo nucleo di paesi e, quindi, la costruzione di un esercito unico

L’alternativa? Il riarmo nazionale, che sta già accadendo. Germania e Italia hanno deciso di stanziare il 2% del proprio PIL al riarmo. Nel quadro della NATO, certo. Ma non dimentichiamoci che la NATO è un’alleanza fondata su un patto che può essere in ogni momento reciso da ciascun membro, per qualsiasi ragione. Ad esempio, un cambio di governo. In altre parole, da un’alleanza si può uscire in un giorno, da una federazione si torna indietro con una secessione, quindi una guerra civile

Tanto per dare un’idea, il fatidico parametro di Maastricht del 3% del rapporto debito/PIL fu previsto proprio per impedire che uno stato dell’UE (leggi, la Germania) si riarmasse. Rispettando tale rapporto, infatti, uno stato, per avere le risorse economiche necessarie a riarmarsi efficacemente, dovrebbe chiudere ospedali e scuole. Peccato che, specie dopo il covid, questo parametro sia allegramente saltato. E infatti, c’è la corsa al riarmo. Ecco perché è fondamentale il passaggio ad un esercito unico europeo

Ancora una volta, l’alternativa? Eccola, con un esempio. 2026, elezioni in Germania. Vince la Afd, il partito di estrema destra. Il partito ha nel suo programma l’uscita dall’UE e dalla Nato. Non solo, ha nelle proprie mani un paese che negli ultimi cinque anni si è pesantemente riarmato, investendo ogni anno il 2% del suo PIL. Ci sono quei due paesi ricchi e benestanti a sud, che parlano tedesco, e che guarda caso non fanno nemmeno parte della Nato, la Svizzera e l’Austria. Quasi quasi ci faccio un pensierino…

Fantasia? Lo spero. Ma una guerra nel cuore dell’Europa nel 2022 non lo sembrava forse fino ad un mese fa? E allora, vogliamo rischiare anche la più remota delle ipotesi?

 

Una Russia europea o due Russie

E per la Russia esistono alternative? Paradossalmente, l’ingresso nell’UE è l’unica garanzia che Mosca ha di mantenere intatti il suo Impero e la sua sovranità. Altrimenti, specie adesso dopo questa guerra, rischia l’implosione. Molti studiosi la considerano già da alcuni anni un protettorato cinese de facto. Col collasso economico graduale provocato dalle sanzioni e dal progressivo utilizzo delle risorse auree della Banca centrale (secondo indiscrezioni già il 20% dopo soli dieci giorni di guerra), una Russia stremata e impoverita potrebbe passare sotto una sfera diretta d’influenza della Cina anche de iure. Certo, questo farebbe a pugni con la “strategia del contenimento” che gli USA adottano da decenni nei confronti di Pechino.

Ecco quindi che in una simile circostanza, per evitare un ulteriore conflitto mondiale, Cina e Usa potrebbero approdare ad un accordo di spartizione della Russia in due zone d’influenza, con gli Urali come linea di probabile confine. Una sorta di nuovo “patto Molotov-Ribbentrop”. Con la sconfinata ma poco popolata Russia asiatica sotto sfera cinese e la piccola ma “densamente popolata” Russia europea alleata di USA e UE. 

Dirò di più. Per Mosca l’ingresso nell’UE rappresenterebbe anche il lasciapassare per tornare al tavolo dei “grandi”: il G7.

 

Il G7

Già, il G7. Cos’è il G7? È il governo del mondo. Sotto il piano economico (basti vedere gli effetti e le ripercussioni immediate nel mondo di quanto deciso sulla Russia) ma anche politico e strategico. 

Un governo non democratico, in quanto non direttamente eletto, ma democratico perché composto da governi democratici. Tuttavia, ancora troppo poco democratico al suo interno, dove il peso degli USA è superiore a quello degli altri membri. 

La prospettiva è quella di un suo allargamento. Ma a chi? E perché il G20 e l’alleanza dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) non rappresentano un’alternativa al G7? La risposta a tutte le domande sta nella “forza delle idee”, che va oltre la mera forza economica e militare. Il G7 è il governo del mondo in quanto prima potenza economica e militare, ma il collante che tiene insieme questi paesi è uno solo: la liberal-democrazia

Trent’anni fa, nel suo storico libro, Francis Fukuyama sosteneva una cosa giusta ed una sbagliata: la storia non era finita, ma la liberal-democrazia aveva davvero vinto. Non era solo il comunismo ad aver perso, come sostengono alcuni. La liberal-democrazia rappresenta il “giusto modello”. Dove essa si afferma a pieno, regnano benessere e prosperità. Non un sistema perfetto, certo. Niente di umano può esserlo. Ma il sistema migliore (o il meno peggio, come sostenne Churchill). Un sistema che ha bisogno di essere costantemente rinforzato, rinvigorito, aggiornato. Di questo ne sono certo e lo sostengo da anni. E da anni do il mio piccolo contributo in questa direzione

Un modello che proprio perché “vincente”, è nell’interesse di tutti che si diffonda il più possibile. E sto parlando di diffondere, non esportare. La storia ci ha insegnato che non si può esportare la liberal-democrazia con la forza e le armi (detto tra noi, c’era davvero bisogno che ce lo dicesse la storia? Non era ovvio?). 

 

Ecco perché il G20, pur accogliendo più potenze del G7, non è altrettanto “potente”.

Per non parlare dell’esperimento fallimentare dei BRICS. Un non-modello che non è altro che la somma di nazionalismi ed interessi contrastanti, uniti dall’unico comun denominatore di voler opporsi al G7 e al suo predominio.

 

Il G7 è quindi destinato ad allargarsi a tutti quei paesi con un peso economico equiparabile a quello degli attuali membri ma, soprattutto, che condividano i medesimi valori e la medesima cultura liberaldemocratica. Parlo di cultura non a caso. La liberal-democrazia è un prodotto occidentale che tuttavia ha dimostrato di riscuotere successo anche presso altre culture, altrettanto antiche se non di più. Un esempio? Il Giappone. Ma lì è stato imposto dopo la seconda guerra mondiale, dirà qualcuno. È vero, purtroppo. E infatti, lo ribadisco, si parla oggi di una diffusione della liberal-democrazia, non più di una sua imposizione. La società giapponese è rimasta in larga parte fedele alle proprie tradizioni (il mantenimento del titolo di “Impero” ne è solo una vestigia) pur avendo intrapreso un epocale cambiamento politico-economico, quindi culturale. 

E a proposito di Imperi, proprio il G7 contiene guardacaso al suo interno i due unici veri Imperi del nostro tempo: gli USA e il Commonwealth (Regno Unito e Canada).

Francia, Germania e Italia sono la colonna portante dell’Unione Europea, anch’essa ormai membro ufficiale del G7. Non un Impero tellurico né talassocratico, nè ora nè mai, bensì l’unica “potenza civilizzatrice” della storia. Qui, dove il modello liberaldemocratico è nato, esso deve espandersi e diffondersi.

Ecco perché non dobbiamo aver paura di aprirci. 

E la prima a fare il suo ingresso dovrebbe essere proprio la Russia. 

Samuele Nannoni
Non sono nessuno, ma nel mio piccolo posso fare la differenza.

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