Podcast di Lilli Cor
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Il 31 ottobre ha deposto la corona e lo scettro, è sceso dal suo trono collocato all’interno dell’Eurotorre di Francoforte ed è andato a prendere posto tra noi “comuni mortali”. Molte testate giornalistiche, italiane e non, lo hanno celebrato come «l’uomo che ha salvato l’unità dell’Unione Europea nel peggior momento di crisi dal dopoguerra ad oggi», ma non è sufficiente elogiarlo in questo modo: Mario Draghi è l’uomo che ha dato al processo di integrazione europea una moderna e prorompente linfa.

Al pari dei padri nobili dell’UE, tra i quali si annoverano Schuman, Delors, De Gasperi, Spinelli, Monnet, Adenauer e Spaak, l’ex presidente della Banca Centrale Europea non si è limitato a proteggere la fragile creatura europea dalla tempesta finanziaria successiva alla Grande Crisi del 2008, ma ha fornito l’UE di strumenti in grado di tutelarla da eventuali attacchi speculativi.

La pacata uscita di scena dalla sede della BCE a Francoforte, in forte contrasto con la pomposa e quanto mai fuori luogo festa del suo predecessore Trichet, delineano bene le qualità di chi ha salvato l’euro e l’Europa senza mai volersi porre al centro dei riflettori. Pacato ma deciso, moderato ma distinto, Mario Draghi ha ricoperto la carica non come un semplice burocrate passacarte ma da vero e proprio attore protagonista, impegnato in prima persona con scelte e decisioni tanto delicate quanto fortemente contestate.

 

«Whatever it takes»

Allo scadere del mandato di Jean-Claude Trichet, che ha guidato la BCE dal 1° novembre 2003 al 31° ottobre 2011, l’allora capo della Banca d’Italia Mario Draghi assunse il ruolo di guida della Banca Centrale Europea. Al momento della nomina, Draghi aveva 64 anni e si trovava da sei anni impegnato a condurre, con discreto successo, la modernizzazione della Banca d’Italia. Il suo lavoro a Palazzo Koch, sede di Bankitalia, è stato a lungo incentrato sul tentativo di consolidamento del settore bancario italiano in seguito all’entrata in vigore dell’euro.

Consapevole delle difficoltà e delle criticità dell’eurozona, acuitesi con la crisi economica del 2009, Draghi lanciò la sfida ai paesi del Nord Europa. Per il Governatore divenne imprescindibile promuovere un orientamento espansivo, finalizzato alla difesa della moneta unica e dell’economia dei Paesi ad essa appartenenti. A qualunque costo. Le prime azioni messe in atto dal primo Presidente italiano della BCE hanno riguardato il taglio dei tassi di interesse e quello sui depositi bancari. A tali manovre ha fatto seguito l’introduzione di un programma di Quantitative easing, realizzato attraverso l’acquisto da parte della stessa BCE dei titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona, con l’obiettivo di contrastare le tendenze deflazionistiche e produrre reflazione. Queste due misure furono successive all’ormai storico discorso pronunciato il 26 luglio del 2012 alla Global Investment Conference di Londra, nel quale Draghi dichiarò che avrebbe fatto assieme alla BCE whatever it takes, qualsiasi cosa, pur di salvare l’euro e i paesi facenti parte dell’unione monetaria.

Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough

Questo discorso, assieme alla ferrea presa di posizione che ne derivò, condusse i quotidiani inglesi Financial Times e The Times a nominarlo uomo dell’anno, per essere stato in grado di gestire la crisi del debito sovrano europeo. Bisogna ricordare come nell’estate del 2012 la crisi finanziaria stesse per contagiare e piegare alcune grandi economie europee come quella spagnola ed italiana. Il suo ergersi a difensore del progetto europeo nel suo insieme, in un momento molto delicato come quello, non era affatto scontato.

Mario Draghi

 

L’intuizione dietro la frase

Il suo “mito”, tuttavia, parte da lontano. Formatosi presso alcune delle più prestigiose scuole e università italiane e mondiali, Mario Draghi ebbe modo di approfondire gli studi con alcuni dei più importanti economisti. A partire dagli anni Ottanta, complice il ruolo svolto all’interno di pubblici uffici, iniziò a maturare un sentimento profondamente critico verso la classe politica italiana, considerata incapace di intraprendere le riforme necessarie al Paese per tornare a crescere. Questo suo pensiero potrebbe essere stato alla base della decisione, presa poco prima del discorso di Londra, di interpretare in modo innovativo il ruolo di Presidente della Banca Centrale Europea, una volta comprese le difficoltà dei leader europei nell’adottare efficaci misure di contrasto alla crisi economica e monetaria.

Il «whatever it takes» “draghiano” nacque quindi non per caso: la BCE ed il suo board dirigenziale sapevano che bisognava fare «tutto il necessario» per salvare l’euro, dato che gli altri organi europei non apparivano in grado di effettuare manovre che potessero contemporaneamente salvare l’Unione Europea e la reputazione dei singoli Stati membri. Nel luglio 2012 vi fu l’apice della crisi dell’unione monetaria, con l’euro che apparì destinato ad una ineluttabile fine. Il Consiglio Europeo di fine giugno sembrava aver posto le basi per la “salvezza” e la stabilizzazione della zona euro attraverso una fitta serie di riforme per la crescita e l’approvazione dell’unione bancaria. Il vero tassello fondamentale fu l’approvazione di un documento nel quale l’uso “efficiente e flessibile” dei fondi di stabilità veniva indirettamente collegato all’intervento della BCE. Il mandato politico affidato a questa fece inizialmente storcere il naso a tanti, in particolare a coloro che erano dentro l’Eurotower, dato che il salvataggio dell’euro doveva passare innanzitutto dalla volontà e dalla capacità politica dei vari leader europei. Draghi riuscì tuttavia a leggere tra le righe di questo mandato imperativo e raccolse l’incarico capendo che si trattava di un’inderogabile opportunità per dotare di nuovi strumenti e poteri la Banca Centrale Europea.

 

L’evoluzione dei giudizi – dal pickelhaube al “Conte Draghila”

Oggi i maggiori giornali finanziari americani sono molto critici nei confronti dell’operato di Draghi, al pari di quelli tedeschi, su tutti il giornale Bild, che lo accusa di non essere stato in grado di trattenere l’inflazione (secondo appunto le norme dei pilastri europei) e di aver lasciato la EuroTower frammentata al suo interno.

Proprio lo stesso Bild passò dal regalargli un pickelhaube, il tipico elmetto militare del Reich, per sottolineare il suo ruolo di “condottiero alla guida della BCE come un rigorista” a soprannominarlo “Conte Draghila” (con tanto di spassosa caricatura) accusandolo di “succhiare denaro” dai correntisti tedeschi per ripianare i debiti dei paesi dell’area mediterranea.

Mario Draghi

Un futuro incerto, ma non troppo

Nonostante abbia lasciato la BCE con il suo risultato peggiore in termini di inflazione-obiettivo, Mario Draghi è attualmente tra le personalità di spicco del nostro paese. Conosciuto, stimato e talvolta acclamato pressoché in tutta Europa, non ha ancora sciolto le riserve sul suo prossimo futuro. Nel corso di una recente intervista, poco prima della fine ufficiale del suo mandato, ha scherzosamente affermato che «Non ho idee al riguardo, ma se volete più informazioni chiedete pure a mia moglie. Penso le abbia, spero che le abbia». Nel frattempo, i partiti di centro-destra e di centro-sinistra italiani hanno già iniziato il loro corteggiamento, nella speranza di ingaggiare i servizi e l’esperienza dell’ex numero uno della BCE.

Quel che appare certo però è che non commetterà il medesimo errore di Monti. Sebbene entrambi condividano la formazione scolastica e la carriera professionale, fatta quasi esclusivamente di prestigiosi incarichi nazionali ed europei, l’attuale senatore a vita Monti dopo la sua esperienza di Presidente del Consiglio (in veste di “tecnico”) ebbe la malaugurata idea di candidarsi alle elezioni politiche del 2013.

Draghi ha già affermato a più riprese di non essere interessato alla carriera politica, sia per questioni di età anagrafica sia per quell’insofferenza nei confronti della classe politica italiana nata nel corso degli anni Ottanta. Questo lo pone de facto ad essere l’uomo giusto sia per la successione alla guida della Presidenza della Repubblica, che per il ruolo di Presidente del Consiglio di un ipotetico governo tecnico che tenti di intraprendere, ancora una volta, tutte quelle riforme che i partiti politici italiani non sono stati in grado di compiere. Perché, come ha affermato Di Maio citando vagamente le parole di James Freeman Clarke, “un politico pensa alle prossime elezioni, mentre uno statista alle prossime generazioni“. Oggi, in Italia, (Super) Mario Draghi potrebbe essere uno dei pochi ad agire senza ritrovarsi ostaggio di quella “democrazia dei sondaggi” che ormai da anni compromette l’orizzonte temporale di intervento di ogni esecutivo.

Come ha già dimostrato nei suoi otto anni alla guida della BCE, talvolta bisogna compiere scelte impopolari, anche andando contro alleati, amici e consiglieri. Tutto, pur di conseguire gli obiettivi. Tutto, whatever it takes.

 

Link suggeriti per approfondimenti:

https://ilbolive.unipd.it/index.php/it/news/leredita-mario-draghi-dopo-8-anni-presidenza-bce

https://www.ilpost.it/2019/11/02/mario-draghi-bce/

https://plus.lesoir.be/257992/article/2019-11-03/lettre-deurope-lheritage-contestable-de-mario-draghi

https://qz.com/1734048/why-ecb-president-mario-draghi-will-be-missed/

https://www.soldionline.it/guide/mercati-finanziari/whatever-it-takes-draghi-bce-luglio-2012

https://quifinanza.it/casa/bce-finisce-lera-draghi-che-succedera-ai-mutui/321988/

https://st.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-01-18/cosi-nacque-whatever-it-takes-142215.shtml?uuid=ABI8myfC&refresh_ce=1

https://ilmanifesto.it/bce-laddio-di-draghi-uneredita-scomoda-nella-crisi-che-incombe/

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/10/09/mario-draghi-euro/43865/


A cura di Filippo Fibbia

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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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