Podcast di Lilli Cor
Podcast di Lilli Cor

 

Vi siete mai chiesti cosa significhi essere un politico? O meglio, cosa significhi fare il politico? Beh, la risposta è piuttosto semplice. La vita professionale di un politico si caratterizza per tre attività principali:

  1. l’acquisizione e il mantenimento del consenso e del potere, ovvero il perseguimento di un fine particolare (quello del partito e del leader)
  2. la lotta politica, ovvero il perseguimento di fini generali
  3. l’azione di governo – quando capita.

 

E’ vero, 2+1 fa 3. Infatti, la ricerca del consenso, unita alla lotta politica, prende un nome: campagna elettorale. E a cosa è finalizzata la campagna elettorale? A diventare governo; punto 3. Questo, in teoria.

In realtà, lo stato di “campagna elettorale permanente” in cui viviamo sembra proiettare i nostri politici ad accrescere il consenso con l’unico scopo di… accrescere il consenso! Governare, si sa, è difficile, complicato e, soprattutto, mette a nudo proprio i politici. In che modo?

Prendete il punto 1 e 2. Se li analizziamo per ciò che sono, notiamo che mirano al perseguimento di due obiettivi non esattamente coincidenti: uno particolare, l’altro generale. Quando si uniscono per fare 3, e ci riescono, i nodi vengono al pettine! Ecco perché tutti adorano fare lotta politica e campagna elettorale, ma a nessuno piace governare.

E infatti, diciamocelo; ma come sono bravi i nostri politici a fare campagna elettorale? Che verve, che stile, che presa! Bravi oratori, impeccabili critici, promettitori incalliti.

E invece, attenzione, quanti di noi stimano i politici per le loro azioni di governo? Quanti di noi li ammirano per ciò che fanno piuttosto che per ciò che dicono? La verità è che il consenso, al governo, si erode. Oggigiorno tutti i partiti guadagnano consenso stando all’opposizione e facendo una perenne lotta politica, e lo perdono governando.

Ma allora, ecco che la domanda sorge spontanea: perché i politici governano?

 

Lo schema attuale

La campagna elettorale ha un fine: orientare l’opinione pubblica. Perché dev’essere orientata?

Ad oggi, la risposta a questa domanda è: perché l’opinione pubblica altro non rappresenta che gli elettori. E gli elettori, i cittadini, come ben sappiamo, in democrazia decidono. Cosa decidono? Decidono chi deve decidere; ovvero, quali politici dovranno prendere decisioni per loro conto.

Ma, attenzione! Se chi decide per chi li decide (i politici) non sa decidere, che senso ha che a decidere siano loro e non chi li decide (i cittadini)?

In altre parole, un po’ meno chiare: se i politici dimostrano di non saper decidere nel reale interesse generale e, oltretutto, danno chiara prova di non voler decidere, per quale motivo devono continuare a decidere?

Ecco la proposta: liberiamo i nostri politici da questo giogo, dall’immenso fardello della decisione! Lasciamo loro l’unica attività che davvero amano svolgere e nella quale impiegano tutte le loro migliori energie, con grande successo: l’orientamento dell’opinione pubblica. Che facciano campagne su campagne, si schierino sui vari temi, portino avanti lotte e battaglie, avanzino proposte, leggi, iniziative, urlino nelle piazze e parlino in televisione, affermino con forza le loro idee e visioni del mondo e della società. Ma non decidano.

 

La nuova ricetta democratica

Dunque, i politici orientano le decisioni. Ma se non decidono loro, chi decide? Decidono i cittadini.

A questo punto, si prevedono due reazioni a catena:

  • perché? com’è possibile? che follia è mai questa?! per quale motivo proprio i cittadini?
  • ok, ammesso che sia accettabile; come decidono i cittadini?

Andiamo con ordine.

 

Perché?

C’è un romanzo di un giovane autore veronese, Andrea Meneghini, dal titolo “Populana – Storia di un mondo senza eroi”, ambientato in una immaginaria Repubblica del futuro – Populana, appunto – all’interno del quale si trova un passaggio illuminante per noi che invece viviamo in questa reale Repubblica del presente. Il protagonista Ariel, da pochi giorni sorteggiato alla carica di membro del Parlamento di Populana, si rivolge al suo mentore:

«Io sono solo un ragazzo, un informatico; non so nulla di politica…» afferma Ariel «Sono solo un uomo qualunque e non ho niente di speciale. Questo seggio dovrebbe essere occupato da persone più degne e capaci di prendere decisioni…». «E chi mai potrebbe scegliere queste persone in una democrazia?» lo provoca il maestro. «Il popolo potrebbe scegliere i propri rappresentanti con il voto…» risponde il ragazzo. «Stolto!» ride il vecchio «Come può un popolo di uomini qualunque, indegni e incapaci come te, essere in grado di selezionare persone degne e capaci tramite libere elezioni?».

Morale: se i cittadini sono ritenuti capaci di discernere, comprendere e decidere chi deciderà per loro, perché mai non dovrebbero saper scegliere e decidere essi stessi in prima persona? Si tratta di un clamoroso abbaglio democratico. Eh sì, perché se i cittadini sono davvero “ignoranti” e privi degli strumenti per comprendere l’oggetto delle decisioni, logica vorrebbe che essi non possano e non debbano scegliere chi quelle decisioni dovrà prenderle. Per il semplice fatto che, se essi non possono comprendere, su che basi scelgono?

La verità è che le persone possono comprendere e conseguentemente decidere nel loro interesse, ma non si vuole che questo accada. E siamo proprio noi, persone comuni, a non volerlo. Perché? Perché siamo ostaggio di una cultura falsamente democratica e profondamente aristocratica, figlia delle ideologie che hanno mosso le Rivoluzione americana e francese, che ancora oggi sventola con ipocrisia il vessillo dell’elezione per dire “tutto è nelle vostre mani, cittadini elettori”, ma che intimamente si fonda sulla convinzione che i cittadini abbiano bisogno di una guida, di qualcuno che pensi per loro, degli àristos, dei “migliori”.

L’incompetenza? Nel XXI secolo, non è più una giustificazione plausibile ed accettabile. Se nelle nostre società le persone non sono culturalmente in grado di poter decidere del loro futuro è perché non si vuole che esse decidano! Non certo perché non ci siano le potenzialità, i mezzi e le possibilità. E’ tutta una questione di volontà; solo volontà. Qualora lo volessimo – e in questo plurale sono compresi tanto coloro che ci governano quanto noi, persone comuni – potremmo farlo. Anche perché, ricordiamocelo sempre, chi oggi decide per noi, i “famosi politici” altro non sono che persone, comuni, esattamente come tutti gli altri, cui il sistema attuale conferisce una posizione ed un potere non solo scarsamente democratici nel senso profondo della parola, ma – come dimostrato – anche inefficienti ai fini dell’interesse generale!

 

Come?

Ma come potremmo, noi cittadini, decidere per noi stessi? Le condizioni fondamentali sono in realtà soltanto due:

  1. una vera, seria, profonda, radicale riforma del sistema dell’educazione e dell’istruzione che abbia come primo fondamentale obiettivo generale per tutti la formazione non di lavoratori, esperti e professionisti di domani, ma cittadini di domani! Basterebbe seguire i moniti di un grande pensatore italiano del secolo passato, Antonio Gramsci, il quale sosteneva che «occorre […] creare un unico tipo di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovane fino alla soglia della scelta professionale, formandolo come uomo capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige». E concludeva: «la tendenza democratica interna alla scuola non può solo significare che un manovale diventi operaio qualificato, ma che ogni “cittadino” può diventare “governante” e che la società lo pone nelle condizioni di poterlo diventare» (Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55.).
  2. un nuovo sistema democratico, che affianchi alla nota Tripartizione dei poteri, eredità di Montesquieu, una Tripartizione dei compiti tra tre categorie di persone o, meglio, tre “poteri”: i cittadini, i politici, i tecnici.

 

Sebbene, infatti, un’adeguata educazione ed istruzione possa formare validi cittadini consapevoli, resta un fatto: i cittadini sono esseri umani! Come tali, imperfetti.

Se oggi, in questo istante, sostituissimo le nostre tanto vituperate classi dirigenti, chi ci governa, politici, parlamentari, con semplici cittadini, cambierebbe qualcosa? Vivremmo forse d’un tratto in un mondo migliore? No. La risposta è no! Chi dice il contrario, ha un nome: POPULISTA. Perché no? Perché siamo tutti umani. E, pertanto, nelle stesse identiche posizioni dei politici, con le stesse identiche funzioni, gli stessi poteri e le medesime possibilità, tutti noi diventeremmo vituperabili ladri, malfattori, approfittatori, imbroglioni, ipocriti e chi più ne ha, più ne metta.

E dunque, cosa possiamo fare? Molto semplice: costruire un sistema che ci impedisca di fare del male quando saremo chiamati a fare del bene. Un sistema che faccia sì che quando le persone saranno chiamate a decidere, lo facciano nel loro interesse in quanto persone, cittadini, dunque un interesse generale, e non nel loro interesse inteso come interesse personale.

Per fare questo, il sistema attuale non va bene, deve essere cambiato!

 

La Tripartizione dei compiti

Fatta salva la Tripartizione dei poteri tipica degli stati liberal(!)-democratici(?), il nuovo sistema si caratterizza per un’innovativa Tripartizione dei compiti.

  • i politici: orientano
  • i tecnici: informano
  • i cittadini: decidono

 

Gli organi democratici decisionali si compongono di cittadini selezionati con campionamento casuale, selezione aleatoria, con l’unico fine di ricreare, negli organi, le dinamiche interne alla società. In questo, gli organi saranno rappresentativi: rappresenteranno in scala la società. Chi ne beneficerà? Verrebbe da rispondere: le minoranze. In realtà, a ben vedere, chiunque non sia un uomo, bianco, eterosessuale, privo di alcuna disabilità. Dunque, la maggioranza!

Ma non basta. Tali organi hanno tutti durata piuttosto breve (un massimo di due anni) , con ricambio frequente dei propri membri e l’impossibilità per questi di ricoprire una seconda volta la stessa carica. A quali fini? Innanzitutto, che non vi sia il tempo necessario a concentrare su di sé il potere e la possibilità di ottenere da esso benefici personali, alimentando effetti perversi e nocivi per la società, come accade oggi. In secondo luogo, affinché tutti – o quante più persone possibile – possano ricoprire la carica almeno una volta nella vita.

Come dialogano tra loro i tre “poteri”, detentori dei tre compiti? Secondo il seguente schema:

politici → cittadini → tecnici → cittadini

I politici, con le loro forze, partiti e movimenti, fanno campagne continue col fine di orientare le opinioni di tutti i cittadini su tutte le questioni in campo che necessitano di interventi, decisioni, leggi e normative. Possono anche avanzare essi stessi in modo diretto proposte ai cittadini; ovviamente, se raggiungono un numero sufficiente di firme!

I cittadini chiamati in quel momento a ricoprire le cariche interne agli organi decisionali analizzano le questioni all’ordine del momento ed elaborano proposte, misure e leggi.

È poi il turno dei tecnici, consultati dai cittadini deliberanti sui punti-chiave delle misure, sui nodi dirimenti, per valutare la fattibilità delle proposte ed eventualmente elaborare alternative. Il loro potere è puramente consultivo; non possiedono alcun potere decisionale. I tecnici sono professionisti nei vari settori, suddivisi in categorie professionali, iscritti ad appositi albi cui si fa ingresso con concorso pubblico.

Spetta infine ai cittadini l’ultima parola. I testi passati al vaglio dei tecnici vengono rivisti ed eventualmente emendati, per poi passare alla votazione finale.

Un referendum popolare sulle leggi approvate al termine dell’iter potrebbe chiudere il processo.

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Samuele Nannoni

Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Attualmente lavoro nella Event Division di un'azienda che opera nel settore delle energie rinnovabili. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la composizione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Attualmente lavoro nella Event Division di un'azienda che opera nel settore delle energie rinnovabili. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la composizione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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