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mercoledì 8 Dicembre 2021
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La voce spezzata del popolo rosso. La tragedia dei nativi americani

Di chi era la prima voce che echeggiò su questa terra? La voce del popolo rosso che aveva solo archi e frecce… Cosa non è stato fatto nel mio paese senza che io lo volessi, senza che io lo chiedessi; la gente bianca passa attraverso il mio paese. Quando l’uomo bianco arriva nel mio paese lascia una scia di sangue dietro di sé… 

Nuvola Rossa, Capo sioux 

Chi erano i nativi americani? Difficile a dirsi. In effetti parlare di nativi americani è ridurre una miriade di differenze linguistiche, culturali e sociali sotto una sola egida. Tuttavia, alcune parole si possono spendere per descrivere quanto accomunava lo stile di vita di questo popolo, decimato dalla colonizzazione americana. 

I nativi americani erano cacciatori, pescatori ed agricoltori, a volte commercianti. Tuttavia, il concetto di denaro e di accumulazione era estraneo alla loro cultura. Vivevano in simbiosi con la natura, possedevano eccellenti conoscenze botaniche, curavano l’equilibrio naturale del territorio in cui erano insediati. Non cacciavano più di quanto necessario, così da preservare la selvaggina per le stagioni successive. 

Vivevano solo di ciò che avevano bisogno, per cui il lavoro era limitato durante la giornata. Comunque non eccedeva mai il necessario per il sostentamento della tribù. Il tempo libero era dedicato all’esercizio della dialettica, alla creazione di manufatti, al rafforzamento dei legami sociali all’interno del gruppo. 

In quasi tutte le tribù dei nativi americani le donne, come gli uomini, godevano di una certa libertà sessuale. I matrimoni con membri di tribù vicine erano più che incoraggiati, ed i nuovi membri venivano ammessi a vivere della vita sociale del gruppo come membri a pieno titolo. 

C’era la guerra. Tuttavia, non esisteva il concetto di sterminio. Tendenzialmente quando una guerra veniva combattuta per il controllo di un territorio lo sforzo bellico si esauriva nella dimostrazione della superiorità al gruppo avversario, il che era sufficiente a ristabilire un equilibrio. 

Lo scalpo non esisteva, è stato introdotto dai bianchi durante le guerre coloniali come prova delle uccisioni dei gruppi guerrieri al soldo delle potenze europee. Curioso come il simbolo della barbarie dei nativi sia in realtà un’invenzione tutta bianca. Un violento strappo al cuoio capelluto di un uomo morente, accompagnato dallo sfregamento sulla zucca di un coltello spuntato a recidere gli ultimi brandelli di cuoio capelluto. Un atto degno dei selvaggi. 

La guerra era un evento naturale, periodico, ma tutto sommato sopportabile. Del resto quante persone potevano mai essere uccise con archi e Tomahawk? La storia di altre tribù, come i guerrieri Zulu in Africa potrebbe smentire il fatto che con mazze e frecce sia possibile uccidere un numero limitato di persone. Ma come detto, per i nativi americani era più una questione di stabilire nuovi equilibri per il controllo di un territorio. Ed essendo l’America prima dell’arrivo dei bianchi ancora tutta disponibile, va da sé che non fosse necessario scannarsi. 

Tra l’altro prima dell’arrivo degli europei la leggendaria ascia di guerra era in realtà una mazza, costituita da una pietra legata ad un manico di legno. 

Certo la violenza era una costante della vita dei nativi, era spesso associata a riti di transizione all’età adulta, un mezzo per dimostrare valore per i giovani guerrieri. Spesso tuttavia per dimostrare coraggio i giovani guerrieri compivano scorribande come il furto di cavalli alla tribù vicina. Più raramente formavano gruppi guerrieri e lasciavano la tribù. 

I capi venivano eletti da tutti i membri del gruppo per valore, non erano designati per via dinastica. Il capo saggio era un ottimo oratore, un guerriero valoroso, ed un generoso. 

Insomma i nativi americani vivevano una vita di sussistenza, ma non povera. Una vita ricca in effetti, per la pienezza di significato che ogni gesto costituiva. Una dimensione molto più umana e molto meno violenta di quella dell’uomo bianco. 

Ciò non era sfuggito nemmeno ad alcuni dei primi coloni europei. Molti lasciarono armi e bagagli per andare a vivere con gli indiani, venendo per altro accolti nelle tribù con benevolenza. Certo poteva capitare di incontrare un orso nel bosco, di schiantare d’appendicite, o di morire in battaglia. Ma è forse un prezzo troppo alto per la libertà? 

È curioso come il simbolo del capo indiano, il monito di una cultura sfregiata e violentata, sia stato recuperato nella cultura popolare degli anni Settanta. Il tatuaggio del capo tribù, sulla pelle degli insofferenti alla cultura dell’America bianca americana di classe media. 

La scomparsa di un popolo. Per mano di chi?

È parzialmente scorretto credere che il massacro degli indiani sia avvenuto ad opera dei coloni. Certo la violenza era tipica della terra di frontiera, ma nemmeno i coloni avevano vita facile. Spesso si facevano strada in territori inesplorati dissodando la terra con le proprie mani, seppellendo morti lungo il cammino, per scappare dal lavoro subordinato e dalla fame.  

Un ottimo esempio cinematografico di questo è senz’altro “Revenant”, un film in cui si respira appieno il caos e la follia della vita di frontiera. Una sorta di crudele guerra per la sopravvivenza di tutti contro tutti, una guerra in definitiva per strappare di che sopravvivere alla miseria. 

Bè, se non sono stati i coloni allora chi? Il governo americano e l’esercito, specialmente dopo la guerra di secessione, si sono dedicati a distribuire revolverate e colpi di sciabola a donne e bambini. In quantità abbondante e con gusto. 

A questa pratica si è accompagnata per anni la sottoscrizione di innumerevoli trattati fraudolenti a scapito degli indiani, mai rispettati. Con una spintarella qua e là data dai gesuiti. 

L’assenza di bramosia, la libertà, lo spirito puro di un popolo erano considerati come un male da estirpare. Che il selvaggio si copra, lavori, e si converta.  

Di quella gente dal viso nobile, consumato dalle intemperie, dai lunghi capelli neri intrecciati con piume, restano solo rovine e mito.  

A parere di chi scrive processare la storia è un esercizio di dialettica sterile, che non serve ad altro se non a compiacere chi sproloquia. Ma la perdita resta, di un intero popolo, e del miracolo che il suo stile di vita rappresentava prima dell’arrivo dei bianchi.  

Quando l’ultimo uomo rosso sarà morto ed il ricordo della mia tribù sarà diventato un mito per gli uomini bianchi, le sponde saranno coperte di invisibili morti della mia tribù; e quando i figli dei vostri figli si crederanno soli nei loro campi, negozi, o nel silenzio di un bosco senza sentiero, non saranno soli… La notte, quando le strade delle vostre città saranno silenziose e voi le crederete deserte, essi si affretteranno con la folla dei redivivi che le abitavano nel passato e che continuano ad amare questo bel paese. L’uomo bianco non sarà mai solo. 

Seattle, capo duwamish del Nord-ovest


Corso Pecchioli

Corso Pecchioli
Sono nato a Firenze nel 1993. In ritardo per vivere l'età dell'oro dei tamarri, i gloriosi anni '90, troppo presto per essere abbastanza social. Pessimista di professione, critico a tempo pieno, impiego il tempo libero tra lettura, pesca, cinema, boxe, ukulele, motocicletta e campeggio. In ordine sparso e con risultati variabili.

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