Podcast di Lilli Cor
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Le proteste di Hong Kong negli ultimi mesi hanno raggiunto il loro apice. L’ex colonia britannica, giunta ormai al quarto mese di incessanti episodi di violenza, sta attraversando la peggiore crisi politica mai affrontata dal 1° luglio 1997.

Hong Kong, le origini: da colonia britannica ad hub finanziario

In seguito alla prima guerra dell’oppio (1839-1842) Hong Kong diventò una colonia dell’impero britannico. Escludendo la breve parentesi giapponese, che dal 1941 al 1945 interruppe la sovranità inglese, l’ex colonia rimase legata all’impero per 156 anni, ovvero fino al luglio 1997. Da quel giorno la sovranità venne riconsegnata alla Cina.

La prolungata presenza occidentale, paradossalmente, è diventata il suo punto di forza, per merito delle notevoli influenze culturali che ne sono conseguite. Tuttavia, nonostante il suo passato coloniale, Hong Kong è diventata una metropoli da 7 milioni di abitanti in grado di affermarsi come uno degli hub finanziari più importanti al mondo.

Il listino di Hong Kong è il terzo in Asia e il settimo al mondo in quanto a capitalizzazione di borsa. L’ex colonia britannica è diventata un polo di attrazione per gli investimenti che opera da cerniera tra il mercato cinese e i mercati finanziari globali. Nel 2013 si contavano circa 300 aziende italiane che avevano scelto Hong Kong come quartier generale per il proprio business.

I rapporti tra Hong Kong e la Cina

Deng Xiaoping – Margaret Thatcher , 1984

Nonostante Hong Kong faccia parte della Repubblica Popolare Cinese, nel corso degli anni si è diffusa la tendenza in base a cui la si considera “altro” rispetto alla madre patria. Questa percezione ha radici sia nell’eredità postcoloniale, sia nella soluzione politico-amministrativa ideata da Deng Xiaoping nel 1979: “un Paese, due sistemi”.

Tale formula nel 1984 consentì di raggiungere l’accordo sino-britannico sul futuro dell’ex colonia, facendo acquisire ad Hong Kong lo status di regione amministrativa speciale (in base al quale avrebbe riconosciuto la sovranità cinese, ottenendo al tempo stesso un sistema governativo autonomo). Nonostante ciò, l’autonomia di governo sarebbe avvenuta entro i limiti del periodo di transizione: essendone prevista una durata di 50 anni, quel sistema sarebbe dovuto rimanere in vigore fino al 2047.

Tuttavia, quando Xi Jinping nel 2013 subentrò alla guida del Paese intuì sin da subito il potenziale di Hong Kong a favore della one belt one road initiative, facendone così uno dei tasselli fondamentali attraverso cui Pechino raccoglie investimenti per la BRI. Il flusso di denaro che li unisce crea un legame per cui l’instabilità di Hong Kong influenza la stabilità della Cina. Si tratta di una situazione scomoda, a cui Xi Jinping cerca di porre rimedio accelerando i tempi del termine del periodo di transizione.

L’asse normativo-istituzionale che lega Hong Kong e Pechino

Stando al compromesso “One country, two systems” Hong Kong ha diritto ad una serie di concessioni, tra cui: elevato livello di autonomia, libertà di voto, libertà di parola, di stampa e di associazione (rispettivamente art.12, 26 e 27 del “The basic law of the Hong Kong special administrative region of the people’s Republic of China”). Un pieno riconoscimento dei suddetti diritti però mal si concilia con il modello legislativo cinese, dove iniqui processi, censure e arresti illegali sono all’ordine del giorno.

Per quanto concerne la selezione della classe politica, i cittadini di Hong Kong non votano per il leader del proprio governo, dal momento che il chief executive viene selezionato ed approvato da Pechino. Per il Parlamento invece, nonostante esista una rappresentanza politica piuttosto differenziata, i partiti che hanno diritto ad un seggio si dividono tra i sostenitori della Cina e i sostenitori della democrazia (che occupano meno della metà dei seggi disponibili in parlamento).

Bisogna tenere a mente che quando i cittadini sono chiamati alle urne possono votare solo per 40 seggi (suddivisi tra pro-Cina e pro-democrazia) mentre i restanti 30 vengono assegnati alla rappresentanza economica di Hong Kong senza una votazione democratica in merito.

Una nuova ondata di proteste, a quale scopo?

Le proteste che si sono consumate per le strade di Hong Kong negli ultimi mesi sono il risultato delle continue interferenze della Cina negli affari dell’ex colonia britannica.

Carrie Lam e Xi Jinping, 1 luglio 2017. giuramento governatrice Hong Kong

Quando nel 2017 Carrie Lam è diventata governatrice si è trovata ad amministrare una Hong Kong vessata da disparità sociali e disoccupazione. Oltretutto, la presenza di Xi Jinping al giuramento della nuova Chief Executive (evento intercorso contemporaneamente al ventennale dell’handover) non è stata particolarmente apprezzata. Al contrario, ha alimentato i fermenti tra i più giovani, facendo accrescere il sentimento antigovernativo nei confronti della Lam.

Il culmine delle tensioni si è raggiunto il 9 giugno: un milione di persone ha sfilato per le strade di Hong Kong, protestando contro la legge sull’estradizione che la governatrice cercava di far approvare al parlamento, sull’onda del caso di omicidio a Taipei.

La norma in questione prevede una semplificazione sulla consegna degli indagati residenti ad Hong Kong in Cina, dove sarebbero estradati e sottoposti a processo. Il timore dei manifestanti è di subire una violazione dello statuto speciale di HK, oltre a temere i noti metodi processuali di Pechino. Infatti, stando ad un report del 2014, il 99,93% degli imputati (1 milione e 184 mila) vengono condannati. Le assoluzioni sono pari a 825.

Le dimostrazioni si sono evolute seguendo un crescendo sempre più violento. I manifestanti si sono concentrati prevalentemente sulle seguenti richieste: il ritiro definitivo e formale della legge, il fare luce sugli episodi di brutalità commessi dalla polizia, l’amnistia per coloro che erano stati arrestati durante le proteste e il suffragio universale. Il 4 settembre 2019 la governatrice, a seguito di uno stallo durato settimane, ha ritirato la legge.

L’espediente adottato dalla governatrice Lam

A febbraio 2018 una giovane coppia di Hong Kong si reca a Taipei (capitale di Taiwan) per trascorrere una vacanza di 9 giorni. Il 17 febbraio 2018 il ragazzo lascia l’hotel, ritornando ad Hong Kong. Della fidanzata, invece, si perdono le tracce. A marzo, il presunto innamorato confessa di aver brutalmente assassinato la compagna che, durante quel soggiorno, era in stato di gravidanza.

Le autorità di Hong Kong non possono incriminare il ragazzo per il reato commesso, poiché i fatti non si sono svolti ad Hong Kong ma a Taiwan, dove, a causa dell’assenza di accordi sull’estradizione tra Hong Kong e l’isola di formosa, non è possibile estradarlo.

Alla luce della suddetta lacuna del sistema giuridico nel 2019 la governatrice Lam propone un accordo sull’estradizione. Tale accordo avrebbe permesso di estradare il ragazzo a Taiwan, dove sarebbe stato processato per il crimine commesso. Sebbene il concordato garantisse il giusto corso della giustizia, esso avrebbe anche consentito il coinvolgimento di Pechino, fornendo quindi a Xi Jinping un maggiore potere su Hong Kong.

Il ruolo di Joshua Wong

Joshua Wong, attivista pro democrazia

Le manifestazioni di questi mesi hanno coinvolto soprattutto i giovani. Tra le migliaia di ragazzi che sfilavano per le strade dell’ex colonia c’è anche Joshua Wong, un ragazzo di 22 anni.

Nato ad Hong Kong, Wong è uno degli attivisti pro-democrazia più noti della città-stato, oltre che segretario del partito Demosisto, di cui è fondatore. Già nel 2014 partecipò alla rivolta degli ombrelli, coinvolgendo studenti che come lui volevano più democrazia in vista delle elezioni del 2017. Dal 2014 è stato protagonista di una serie di incarcerazioni dovute all’adesione a diverse proteste, tra cui l’ultima del 30 agosto 2019, di cui tuttavia non sono mai stati resi noti i capi d’accusa.

L’attivista è diventato presto un simbolo della protesta studentesca e da tale si comporta. Dopo la scarcerazione su cauzione, si è recato a Berlino per incontrare il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas, in cerca di sostegno internazionale. Successivamente è volato negli Stati Uniti. Pechino ha immediatamente protestato, accusando la Germania di impegnarsi in attività anticinesi, avendo accolto un separatista.

Una movimentismo estremamente sentito

Hong Kong non è nuova ad ampie dimostrazioni popolari. Possiamo ricordare la protesta del 2014, conosciuta anche come la rivolta degli ombrelli (nata con lo scopo di ottenere il suffragio universale in vista delle elezioni). Tuttavia, né la classe dirigente cinese né quella di Hong Kong si aspettavano una sollevazione così coinvolgente e condivisa tra i cittadini dell’ex colonia.

La forza della rivolta non dipende soltanto dalla cospicua e viscerale partecipazione dei manifestanti, ma anche dalla trasversalità dei milioni di cittadini coinvolti: dagli studenti ai professori, dai politici ai liberi professionisti. Il numero più alto di presenze viene registrato dai giovani di HK, il cui ruolo è stato fin qui fondamentale.

Le ragioni di questo coinvolgimento così massiccio sono essenzialmente due: la prima deriva dal fatto che si tratta della prima generazione di nati sotto il regime del compromesso “un paese, due sistemi”. La seconda, che i giovani ad aver partecipato alle dimostrazioni saranno inevitabilmente i protagonisti della prossima classe dirigente di Hong Kong.

Dunque, resta adesso da chiedersi se questi giovani di Hong Kong riusciranno nell’intento delle proteste. E’ cruciale rimarcare la mole di sforzi compiuti da Wong per perorare la causa anche all’estero, altresì mediante azioni come il recente sit-in avvenuto davanti al consolato statunitense.


A cura di Chiara Campanaro

 

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Chiara Campanaro

Chiara Campanaro

Sono nata e cresciuta nell'affascinante città sabauda. Il desiderio di conoscere il più possibile e di migliorare le mie potenzialità mi ha portata a diplomarmi al liceo classico dove ho avuto l'opportunità di avvicinarmi al mondo del giornalismo, della radiofonia, della televisione e del marketing pubblicitario. Successivamente ho deciso di proseguire i miei studi dedicandomi alla politica e al suo aspetto più internazionale. Infatti, Attualmente, sono una laureanda in scienze internazionali presso l'Università degli studi di Torino. La mia passione per le relazioni internazionali mi ha permesso di diventare anche una redattrice per Bridging China dove mi occupo prevalentemente di relazioni internazionali e business tra Cina ed Italia. Sono una persona eclettica, entusiasta della vita ma forse un po' riservata. Scrivere mi aiuta ad inquadrare la realtà che mi circonda e a trovare un ordine in questo caos dell'era multimediale.
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Chiara Campanaro

Sono nata e cresciuta nell'affascinante città sabauda. Il desiderio di conoscere il più possibile e di migliorare le mie potenzialità mi ha portata a diplomarmi al liceo classico dove ho avuto l'opportunità di avvicinarmi al mondo del giornalismo, della radiofonia, della televisione e del marketing pubblicitario. Successivamente ho deciso di proseguire i miei studi dedicandomi alla politica e al suo aspetto più internazionale. Infatti, Attualmente, sono una laureanda in scienze internazionali presso l'Università degli studi di Torino. La mia passione per le relazioni internazionali mi ha permesso di diventare anche una redattrice per Bridging China dove mi occupo prevalentemente di relazioni internazionali e business tra Cina ed Italia. Sono una persona eclettica, entusiasta della vita ma forse un po' riservata. Scrivere mi aiuta ad inquadrare la realtà che mi circonda e a trovare un ordine in questo caos dell'era multimediale.
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