C’era una volta la Lega di Bossi

La Lega Nord nasce ufficialmente nel 1989 dall’unione di diversi movimenti autonomisti attivi nell’Italia settentrionale. L’obiettivo dichiarato nello statuto fondativo è chiaro: ottenere la trasformazione dello Stato centralista in uno Stato federale. Il presupposto è infatti che il federalismo rappresenti la soluzione più adatta per realizzare le aspirazioni dei “popoli italiani” all’autogoverno e per garantire uno sviluppo che tenga conto delle diverse specificità economiche, etniche e culturali di ogni regione.

Sin dall’inizio la Lega scaglia i suoi strali contro il governo centralista e la cosiddetta partitocrazia, giudicati inefficienti e corrotti. E contro quella che definisce “immigrazione selvaggia”, che danneggia i cittadini settentrionali dal punto di vista sia economico che culturale. E il passo dalle prime riunioni in piccole sale improvvisate nelle province del Nord ai grandi raduni di Pontida è davvero breve. In pochi anni, la Lega guidata da Umberto Bossi diventa primo partito del Nord, dimostrandosi abile nell’imporre all’attenzione dell’opinione pubblica e dei media una serie di temi nuovi, o meglio trascurati dagli altri attori politici. Il successo si deve anche all’utilizzo di peculiari strategie retoriche e comunicative. 

Se oggi l’equazione Lega-populismo è ormai data per assodata, può risultare utile e interessante andare a indagare i primi sintomi e le prime manifestazioni di questa oscura patologia della democrazia.

 

La Lega: un partito populista

In accordo con la letteratura scientifica che si è occupata di populismo, gli elementi principali e più evidenti che permettono di includere il partito di Bossi nella famiglia dei partiti populisti sono tre.

In primo luogo, l’appello al popolo. Questo “popolo” è inteso come un’entità omogenea, sede di virtù etiche naturali, ma espropriata del suo legittimo potere (“la sovranità appartiene al popolo”), nonché tradito da un ceto politico corrotto e inefficiente che garantisce una democrazia solo formale.

In secondo luogo, l’individuazione del nemico o dei nemici del popolo. Dalle élites politiche, sociali, economiche e intellettuali allo straniero, l’immigrato. Per non parlare dei mass media, accusati di conformismo, falsificazioni e opportunismo. Figure eterogenee, accomunate nella retorica populista dal fatto di essere diverse dal popolo e lontane da esso, e soprattutto di minacciarlo nella sua presunta omogeneità. Una minaccia doppia, al tempo stesso economica e culturale.

Infine, un particolare stile di leadership, che si caratterizza per un tipo di comunicazione tra leader e base che mira a creare un rapporto il più diretto e immediato possibile. Il leader populista tende a scavalcare ogni possibile mediazione – specialmente quella operata dai mass media – optando per canali di comunicazione funzionali a garantire un contatto diretto con il suo popolo e una presenza forte sul territorio.

Il segretario della Lega lombarda Umberto Bossi marcia su Pontida (Bergamo) dove si svolge la rievocazione storica del giuramento, in una foto del 25 marzo 1990. ANSA

Il popolo e i suoi nemici

Com’è facilmente intuibile, il concetto di “popolo” è molto vago.

Per la Lega di Bossi è netta e indiscutibile la delineazione dei confini del suo popolo – il popolo padano, i popoli del Nord. Confini tanto più chiari perché delineati anche e soprattutto per opposizione a chi di questo popolo non fa parte. Perché ad esempio non parla lo stesso dialetto, o non condivide la stessa zona di nascita, le medesime tradizioni, simili radici. Dunque, non più un principio di rappresentanza basato su ideologie e appartenenza di classe, ma sulla tutela degli interessi di tutti i cittadini dell’Italia settentrionale, minacciati sia nei loro interessi materiali che culturali.

Ed ecco il nemico. La figura che minaccia gli interessi dei padani è il governo centrale, i partiti romani. In altre parole, la “Roma ladrona”, che attraverso una tassazione elevata depreda gli onesti lavoratori del Nord dei frutti del loro lavoro per favorire con misure assistenziali i cittadini del Sud. I quali, ovviamente, non lavorano e non pagano le tasse. Anzi, attraverso la loro emigrazione al Nord operano quella che viene denunciata come una “colonizzazione”, occupando i posti di lavoro e i mezzi di comunicazione.

 

La risposta leghista alla globalizzazione

In un mondo con modelli socio-culturali e stili di vita sempre più globali, l’identità non è più ricercata nella rassicurante appartenenza a una classe o a una subcultura politica. L’identità riemerge scavando nel passato, nelle origini e nelle radici dei singoli e delle comunità. E la Lega, in perfetto stile populista, riesce bene ad ergersi a paladina dei valori tradizionali, sfidati da globalizzazione e immigrazione, entrambe sostenute dallo Stato centrale.

La credibilità del discorso leghista deriva in gran parte dalla capacità di Bossi di incarnare la cara e minacciata “cultura della provincia”, porsi come rappresentante della gente comune, contro i “privilegiati”, quelli che “stanno in alto”, che non vengono dal popolo e non sono in grado di parlare a questo. La capacità di ascoltare la voce del popolo, di soddisfare il bisogno di appartenenza a una comunità e di fornire una risposta alla domanda di identità. Questi sono i motivi per cui molti cittadini del Nord hanno concesso per vent’anni fiducia a Bossi.


A cura di Sueda Olldashi

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Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
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