Podcast di Lilli Cor
Podcast di Lilli Cor

 

L’Africa non esiste. Esistono, forse, tante Afriche.

Nei tanti minuscoli frammenti di questa terra, verde per le foreste, rossa per il fango, gialla per le sabbie dei deserti, vivono o sopravvivono migliaia di comunità profondamente eterogenee, ma che noi battezziamo “africani”. Ma cos’è l’Africa? Spiagge incantate, bambini sorridenti, animali esotici? Oppure violenza, rapine, povertà, fame, malattie? Dipende da in quale Africa nascete, se siete africani. O quale Africa scegliete, se siete italiani.

È con la testa piena di queste domande che ho scelto di vivere per un anno a Morogoro, una piccola città nell’entroterra rurale della Tanzania.

 

Vivere o sopravvivere?

La sottile linea rossa tra queste due forme d’esperienza sta nelle motivazioni. Ero arrivato, sì, stimolato dalla  possibilità di un’esperienza professionale completa, dove avrei potuto mettere le mie qualità al servizio degli altri. Ma, soprattutto, ero affascinato dal mistero romantico di questo “cuore di tenebra”, ignoto e ancora un po’ selvaggio del mondo. Eppure, nei lunghi mesi di piccole, monotone difficoltà quotidiane si finisce per scoprire che per vivere qui quel che serve non è certo un incredibile spirito d’avventura.

Voglio mangiare cucina locale? Riso. Fagioli. Pollo. Riso. Fagioli. Pollo. Riso. Fagioli. Pollo.

Voglio farmi una doccia? Quando funziona, è fredda e fuori son 15 °C. Ecco che una pentola d’acqua sul fuoco si trasforma in un piacevole sfizio.

Spesso però la doccia non va: l’acqua della settimana è già finita, bisogna aspettare fino al prossimo lunedì.

Il lunedì è giornata di bucato: l’acqua è garantita per tutto il giorno e finalmente posso lavarmi i vestiti senza preoccuparmi di finirla. Acchiappa ciotola, spazzola e sapone, e via a mano magliette, pantaloni e lenzuola.

Più che il coraggio romantico di Lord Byron, sono necessarie un’infinita pazienza e una grande capacità d’adattamento, che aiutano a godersi l’esperienza e a ridimensionare la portata dei problemi. Chi non ha queste doti se ne torna in madrepatria o si trasferisce in una delle splendide ville-ghetto per ricchi, sempre disponibili, fornite di massicce mura di cinta e servizievole servitù, con tanto di green e posto auto per il SUV.

In molti occidentali, il desiderio di rinchiudersi in queste torri d’avorio emerge soprattutto all’inizio. Ma sarebbe uno spreco madornale. Per qualsiasi europeo appena arrivato, passeggiare in mezzo al mercato di Morogoro, tra caos, fango e persone malridotte, può rappresentare un’esperienza inquietante, dove ci si sente poco sicuri e seguiti dagli occhi rapaci di centinaia di potenziali rapinatori. Nulla di più lontano dal vero.

Monti Uluguru, discesa verso Morogoro. La zona rurale di questa cittadina rappresenta la prima area di produzione agricola del paese.

Razzismo al contrario? Pelle bianca, lingua e bancomat

Come si sente Brad Pitt quando passeggia per le strade di Firenze? Esattamente come il sottoscritto quando passeggia per le strade di Morogoro. Impossibile non essere notati!

Quando poi ti vedono i bambini, questi si precipitano fuori di casa per salutarti con la stessa eccitazione con cui i nostri bambini saluterebbero il passaggio di una giraffa.

Mzungu! Hello mzungu!

È un saluto allegro e genuino, non ancora consumato dal turismo di massa che in altre regioni ha sostituito la curiosità con l’accattonaggio. Quando ti corrono incontro, non è per ottenere qualcosa ma per verificare che davvero sei lì, davanti a loro, incredibilmente affascinante nonostante il tuo colore smorto.

L’entusiasmo dei bambini è contagioso. Con un’età media nazionale intorno ai 18 anni, i piccoli tanzaniani sono i re indiscussi delle città.

Anche gli adulti subiscono questo inspiegabile fascino del viso pallido, ma lo esprimono in modi diversi. Mentre in aree come Zanzibar il turismo becero ha inflazionato le aspettative sulle capacità di spesa dei bianchi, declassati al rango di Bancomat ambulanti, a Morogoro capita spesso di scambiare qualche parola con l’autista del bus, il vicino di posto, la fruttivendola. E tutti sono molto sorpresi e onorati quando scoprono che il viso pallido prende i mezzi pubblici come loro, compra la loro stessa frutta e parla perfino un po’ di swahili!

Com’è ovvio, la lingua rappresenta lo strumento di comunicazione essenziale. Senza parlare swahili si va poco lontano dalla dimensione dell’europeo rinchiuso nella sua torre d’avorio nel ghetto dei ricchi. Anche senza dire chissà cosa, arrivare a padroneggiarlo per le comunicazioni elementari sbaraglia i filtri e crea un’empatia fantastica, che finalmente avvicina i due interlocutori al di là delle reciproche etichette.

Si può dire che una gran parte delle conversazioni che ho sostenuto in Tanzania sia avvenuta anche per buttar giù questo muro di pregiudizio che circonda i bianchi. C’è chi lo definisce “razzismo al contrario”.

Il Superuomo bianco, tra mito e realtà

Checché se ne dica, l’impronta coloniale da queste parti è ben visibile nella sudditanza culturale verso gli usi e costumi dei bianchi… o presunti tali. Lo sa bene chiunque abbia vissuto in Tanzania, anche solo per pochi mesi. Se sei bianco sei automaticamente bellissimo, coltissimo, onnisciente e ricchissimo. Una specie di supereroe.

Capita così che funzionari indolenti ti accolgano con grandi sorrisi e diventino improvvisamente efficienti e disponibili. Che le porte della più grande università di Tanzania ti si aprano anche fuori orario, o che il tuo parere sia richiesto e tenuto in enorme valore da tutti, anche se tu ne sai meno di loro. Se non ci si fa montare la testa dalle lusinghe ma si resta consapevoli del proprio ruolo, si scopre così che la nostra capacità di avere un impatto sugli altri è qui enormemente più grande che in madrepatria. Laddove in Italia si è spesso troppo giovani e troppo acerbi per tutti e tutto, qui ci si trova facilmente ricoperti di stima e responsabilità.

Uno dei comodi viaggi in dala-dala, minibus giapponesi di terza mano che vengono comunemente impiegati in Africa per il trasporto pubblico. Non hanno orari: il bus parte solo quando è strapieno.

Sfortunatamente, questo razzismo al contrario, questa etichetta dalla pelle chiara della quale s’impara ad accorgersi, condiziona pesantemente la nostra capacità d’integrazione. Parlare la lingua locale abbatte molti pregiudizi, ma la distanza resta ed è molto difficile farsi accettare non come bianco, ma come persona qualunque.

E d’altronde, viene difficile dargli torto. Noi abbiamo scelto di vivere con loro e come loro, ma abbiamo i mezzi e le risorse per tornarcene al nostro mondo di agi e vizi. Per molti tanzaniani invece, l’Europa resterà per sempre soltanto un mito, un sogno. Mentre l’Africa è la loro unica realtà possibile.

Leoni e Iene

Eppure, sono un popolo eccezionale, sono persone eccezionali. La povertà evidente non lascia facilmente spazio alla miseria perché tutti sono ricchi di dignità e compostezza, mentre gli unici mendicanti sono i ciechi e i mutilati. Se si evitano le ore notturne, le situazioni di pericolo sono rarissime. La criminalità spicciola è stigmatizzata e condannata universalmente. Se scoperti, i ladri fanno una brutta fine.

Giovani ragazze di Morogoro. Il lavoro domestico e la cura dei figli restano di competenza esclusiva delle donne in Africa.

Le loro quotidianità sono piene di ostacoli, rinunce e malattie anche fatali. Dengue e malaria sono diffusissime, così come molti parassiti tropicali dei quali ho avuto il privilegio di fare personale esperienza. Molte donne restano da sole e allevano i tanti figli senza nessun assegno familiare o asilo nido. Molti uomini si spezzano la schiena nei campi ogni giorno dalle 5 del mattino fino alla sera, per poi tornare ciascuno alle proprie case, di fango e canniccio, senza elettricità o toilette. Nonostante tutto, nessuno si lamenta mai e son tutti tranquilli e sorridenti. Davvero incredibile.

Finché arrivano le iene.

In questo quotidiano eroismo da romanzo, non potevano mancare i cattivi. Sono purtroppo tantissimi, sparsi soprattutto tra i poliziotti e i funzionari pubblici, ed hanno un grande comune denominatore: la concussione. Deboli con i forti ma arroganti con i deboli, col pretesto dei bassi stipendi le iene succhiano denaro a chiunque gli capiti sotto mano, dal povero tassista al venditore ambulante. Qua come in altre zone d’Africa, concussione e corruzione sono mali diffusissimi, e pertanto accettati come l’ennesima difficoltà di cui tener conto nella propria faticosa routine.

Sviluppo di che?

Sono ormai decenni che i paesi occidentali riversano sull’Africa miliardi in aiuti allo “sviluppo” di terre e persone. Eppure, lo scalino più grande appare proprio quello culturale e quindi educativo. Manca una vera possibilità di confrontarsi col resto del pianeta, e quindi di conoscere e comprendere. Più che tonnellate di denaro, quel che servirebbe sono tonnellate di insegnanti.

Qual è lo strumento più efficace per l’emancipazione femminile, il contenimento delle nascite, il superamento della cultura patriarcale e lo sviluppo dell’intraprendenza individuale? Banalmente, l’educazione. In Tanzania e più in generale in Africa, essa rappresenta la chiave di volta dell’esplosione culturale ed economica di un popolo pieno di voglia di fare e di costruire. Un popolo a cui, tuttavia, mancano gli strumenti tecnici portati dall’istruzione, nonché la possibilità di confrontarsi veramente con un modello europeo che sempre più spesso diventa un miraggio dorato incarnato solo da turisti ricchi, sudati e ben pasciuti.

Ferrovia di Morogoro. I miglioramenti alle infrastrutture non sono stati seguiti da eguali investimenti nel campo dell educazione.

A cura di Francesco Merlo

La descrizione di cui sopra è tratta dalla splendida esperienza dell’autore come assistente di progetto a Morogoro (Tanzania) per l’ONG italiana CVM

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Francesco Merlo

Francesco Merlo

Cresciuto tra i boschi e i cinghiali dell'Appennino fiorentino, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione universitaria a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra, per poi trasferirsi in Tanzania; qui ha lavorato un anno come assistente di progetto per lo sviluppo agricolo nella regione di Morogoro. Collabora con il think tank italiano T.wai - Torino World Affairs Institute È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.
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Francesco Merlo

Cresciuto tra i boschi e i cinghiali dell'Appennino fiorentino, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione universitaria a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra, per poi trasferirsi in Tanzania; qui ha lavorato un anno come assistente di progetto per lo sviluppo agricolo nella regione di Morogoro. Collabora con il think tank italiano T.wai - Torino World Affairs Institute È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.
2 Comments

2 Comments

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    Adelina FacciTosatti

    15 Aprile 2020 - 13:32

    Il mio messaggio è un grande grazie!

    • Samuele Nannoni

      Samuele Nannoni

      9 Maggio 2020 - 12:10

      Grazie a te Adelina! Ci auguriamo che l’articolo ti sia piaciuto e che ci continuerai a leggere.
      TomorrowTEAM

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