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sabato 25 Settembre 2021
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Myanmar: dall’ascesa di Aung San Suu Kyi al colpo di stato militare

La storia di Aung San Suu Kyi

Da febbraio 2021 la Birmania, sta vivendo un periodo di proteste e disordini sociali, aggravati, ovviamente, dalla pandemia. Qual è la causa di tutto ciò? Aung San Suu Kyi, leader del governo del Myanmar, è stata una delle attiviste politiche più importanti del Paese, nonché una delle figure più complesse.

Dapprima attivista per la democrazia, ha conseguito il Premio Nobel per la Pace e ha trascorso circa 15 anni agli arresti domiciliari. Liberata nel 2010, divenne leader del Myanmar, consegnando ai cittadini le prime elezioni libere dopo 25 anni. Tuttavia, San Suu Kyi si è rivelata ben presto una delle dissidenti di maggior rilievo, deludendo gran parte dei suoi sostenitori. Il suo governo ha continuato a dipendere, in larga misura, dal potere militare, ignorando completamente la persecuzione della minoranza musulmana dei rohingya nel 2017.

Sdegnato dal suo comportamento, il mondo occidentale è arrivato anche a chiedere il ritiro del Premio Nobel. Ciò detto, alcuni Stati hanno interpretato il suo gesto come un atto di estremo realismo politico, al fine di preservare il già precario processo di democratizzazione.

Figlia di ambasciatori, Aun San Suu Kyi ha frequentato le scuole in Nuova Delhi (Paese di nascita) per poi trasferirsi in Inghilterra e frequentare il prestigioso istituto di Oxford, studiando filosofia, economia e politica. Suu Kyi, tornò in Myanmar nel 1988 per accudire la madre, appena sopravvissuta ad un infarto.

Dal 1962 il Paese viveva la feroce dittatura militare del generale Ne Win. Il regime aveva impoverito il Paese, sotto ogni punto di vista. Quando studenti e operai iniziarono a protestare, l’esercito del generale attuò una violenta repressione, uccidendo migliaia di persone. L’inesperienza politica della giovane Suu Kyi non fu un ostacolo al processi di democratizzazione e di lotta per l’indipendenza nazionale che lei stessa guidò. Diede vita ad un nuovo partito, la Lega Nazionale per la democrazia (NLD), forgiato sulle teorie non violente di Mahatma Gandhi e sulla lotta per i diritti civili di Martin Luther King.

Nel 1989 il governo militare cedette alle insistenze del NLD e indisse nuove elezioni, ma l’anno successivo Suu Kyi fu messa agli arresti domiciliari senza giusto processo. Nonostante la maggioranza assoluta, il risultato del voto fu completamente ignorato e Suu Kyi incarcerata per 15 anni. Pochi mesi dopo il suo arresto, al marito fu diagnosticato un tumore in fase terminale. Essendo consapevole che se fosse uscita dal Myanmar per recarsi ad Oxford non sarebbe più potuta entrare, si rifiutò e non andò a salutare il marito per l’ultima volta. Da Suu Kyi il popolo si aspettava grandi cose. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”… purtroppo non in questo caso.

Due facce della stessa medaglia

Suu Kyi ha deluso completamente le aspettative del popolo del Myanmar di intraprendere, finalmente, il processo di democratizzazione. Secondo alcuni esperti la situazione è addirittura peggiorata: la censura sulla stampa, per esempio, è aumentata. Tanto che anche internet è sotto stretto controllo del governo. Inoltre si sono diffuse notizie di giornalisti scomparsi dopo aver scritto articoli contro la leadership politica o che avevano raccontato dei conflitti etnici che stanno accadendo sul territorio. Ne Suu Kyi ne il NLD hanno smentito queste notizie o sono intervenuti per modificare le rigidissime le leggi sulla libertà d’espressione e sui prigionieri politici dell’ex governo militare. Anzi, quest’ultimi sono aumentati.

Anche la questione dei rohingya ha scosso gli animi: si tratta di una comunità che professa la religione islamica in un Paese, per la stragrande maggioranza, buddhista. É considerata una delle minoranze più perseguitate al mondo e Suu Kyi è stata accusata di aver ignorato, sminuito e poi difeso l’intervento dell’esercito contro i rohingya. Gli scontri tra i ribelli e l’esercito iniziano nel 2017 e ben presto questa rappresaglia si trasforma in una delle più sanguinose violazione dei diritti umani, caratterizzata da violenza indiscriminata, stupri e saccheggi. Diverse agenzie dell’Onu parlano di un nuovo caso di genocidio, tanto che i pochi sopravvissuti sono stati costretti a fuggire in Bangladesh.

Suu Kyi cambiò molto spesso posizione: inizialmente aveva cercato di non rispondere alla accuse, sperando che la questione cadesse nel dimenticatoio. Successivamente, quando la situazione era diventata abbastanza critica, giustificò l’intervento dell’esercito, definendolo come un intervento antiterrorismo.

L’imperturbabilità della leader birmana di fronte a cotante accuse ha suscitato l’interesse della comunità scientifica nello studiare e dare una spiegazione a questi comportamenti. Molti ritenevano che Suu Kyi avesse appoggiato le azioni (abominevoli) dell’esercito proprio per preservare il delicato (o per meglio dire quasi inesistente) equilibrio democratico. Altri, invece, smentiscono queste ipotesi, in quanto lei stessa si è presentata di fronte alla Corte Internazionale dell’Aia per smentire le accuse di genocidio. Nonostante tutto, nel novembre dell’anno scorso ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento.

In netta risposta all’esito elettorale, il 1° Febbraio 2021 il generale Ming Aung Hlaing ha organizzato un colpo di Stato, portando ad una nuova ondata di proteste e manifestazioni.

Come mai il processo di democratizzazione fatica così tanto a consolidarsi? Perché un organo militare ha ancora così tanto potere e così vasto controllo sulla popolazione e sulla vita politica e sociale? Ma soprattutto, perché assistiamo (ancora una volta) alla più totale indifferenza del mondo occidentale e degli organismi transnazionali?

Sicuramente un primo passo fondamentale è quello di modificare la Costituzione, affinché, una volta per tutte, possa davvero enunciare diritti, doveri e libertà dei cittadini.


A cura di Francesca Faelli

Francesca Faelli
Ciao a tutti! Mi chiamo Francesca ho 23 anni e abito in piccolo paesino nella provincia di Arezzo. Mi sono laureata da poco nella Facoltà di Scienze Politiche a Firenze, e sempre lì sto continuando con la magistrale in Strategie della comunicazione pubblica e politica, nella speranza di diventare giornalista un giorno. Mi piace molto leggere, viaggiare, ascoltare del buon rock e ricopro anche la carica di Consigliere Comunale, in rappresentanza di una lista ambientalista, nel mio comune di residenza.

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