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sabato 25 Settembre 2021
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“Non è colpa mia, ma del capitalismo”. Come il covid ci ha cambiati

Ultimamente mi sono trovato a riflettere su parecchie cose. Sui rapporti umani, sul modo di comunicare che abbiamo, sul nostro sistema economico, il capitalismo, su come un periodo del genere (covid) ci abbia trasformato, in molti casi in peggio.

Risorse e conflitto, a tutti i livelli

Parto dall’assunto che la mancanza di risorse crea conflitti, a tutti i livelli. Che essi siano in situazioni amorose, amicali, lavorative, tra comunità e tra veri proprio stati e continenti. I conflitti dipendono dal fatto che ci sia una mancanza lamentata da una delle due parti; “non mi dai abbastanza amore”, “non mi dai abbastanza tempo”, “non ho abbastanza soldi rispetto a te”, “non ho abbastanza terre”, “non ho abbastanza risorse naturali”. Il conflitto è atavico: l’impossessarsi di un qualcosa a scapito di un altro viene ottenuto tramite la forza, o tramite metodi violenti (che essi siano materiali o immateriali). Devo dire che in situazione covid mi sembra che questa violenza verbale e non verbale sia in crescita, in risposta ad una mancanza di risorse, abbinata a una mancanza di spazi, in generale riconducibile a una libertà monca.

Ovviamente qui bisogna distinguere situazioni e situazioni: c’è il commerciante che non vende più un accidenti, c’è il dipendente che lavora in regime di cassa integrazione, c’è il giovane lavoratore che è stato lasciato a casa o che lavora per un rimborso spese, c’è l’adolescente che non ne può più di stare in casa con i proprio genitori e di essere controllato 24 ore su 24 da figure adulte. La lotta per lo spazio privato, per la risorsa, si acuisce: e ovviamente l’altro non lo sopportiamo più. La sfera conflittuale si espande a dismisura, buttandoci dentro persone che prima del 2020 non avremmo mai preso in antipatia. La negazione dello spazio alternativo a un nucleo familiare, a una relazione amorosa, a un posto di lavoro, è decisamente mal sopportabile: ansie e disturbi ossessivi compulsivi sono in crescita, con risvolti sul quotidiano che in era pre-covid erano poco pensabili.

A volte penso a quanto fossimo “viziati”: uscire a tutte le ore, risorse contate ma disponibili in molti ambienti di lavoro, spazi privati e alternativi molteplici. Sono situazioni che erano normali forse soltanto per una fascia sociale, che magari non percepiva un conflitto pressante dall’esterno che richiedeva i nostri spazi, le nostre risorse (Nord vs Sud del mondo). Adesso la lotta pare che si sia spostata anche all’interno degli stessi sistemi, degli stessi stati, degli stessi quartieri, senza parlare dei rapporti interpersonali. La realtà è dialettica, di base conflittuale, questo Hegel e Marx ce l’hanno provato a dire in vari modi e in varie lingue, ma io ingenuamente ho sempre pensato che il conflitto potesse essere superato dall’accordo, o anche da una parola detta bene piuttosto che da una detta male (“comunicazione”). È purtroppo un superamento momentaneo perché lo stato delle cose risulta in molti casi insoddisfacente, come soprattutto in questo periodo storico.

La catastrofe psicologica occidentale

Si parla tanto di rimbalzo economico, di rimbalzo del Pil: credo che come rapporti umani abbiamo subito più che altro un “rimbalzo psicologico”. Pre-covid eravamo lo società dell’agio libertario (con tanti problemi già a l’epoca, ne sono consapevole: ma la narrazione dominante ci convinceva di questo benessere, tramite la concezione di “libertà personale”), con una concessione quasi illimitata nella vita privata, purché non si andasse a intaccare il codice penale. La società del coronavirus invece va a scavare nelle abitudini più personali, priva di ciò che davamo per scontato (e dunque per necessario). Il rimbalzo è drammatico: nella nostra idea occidentale di società (individualista, frammentaria, sicuramente non unitaria) si tratta di una catastrofe psicologica. Basti pensare anche soltanto al contatto fisico, tradizionalmente vissuto nella nostra comunità come un qualcosa di imprescindibile nei rapporti umani (strette di mano, abbracci, baci). Questo rimbalzo, a parer mio, la società orientale (Cina e Giappone, ad esempio) l’ha notato certo, ma in misura minore. Parliamo della Cina come di uno stato in cui la libertà personale è un concetto abbastanza astratto, in cui l’individuo è immerso nel collettivo e quasi scompare, in cui il contatto fisico è ridotto al minimo. Sul Giappone si potrebbero dire paradossalmente quasi le stesse cose, essendo però non un regime pseudo-socialista ma un sistema ultra-neoliberista. La catastrofe psicologica è dunque più occidentale che estremo-orientale: ci fosse stato il coronavirus sia in “1984” di Orwell che ne “Il Nuovo Mondo” di Huxley, gli orwelliani sarebbero stati al loro posto, mentre il mondo di Huxley sarebbe crollato (psicologicamente) dopo una settimana di lockdown.

Ma inizialmente ho cominciato a parlare di risorse, perché confonderle con la psiche? Beh, in realtà già fin dalle prime battute di questo pezzo ho tentato di mischiarle, un po’ volutamente, un po’ per caso. Sembrerà banale, o anche stupido, dire che un uomo con mille euro in tasca è più felice di un uomo con zero euro in tasca: eppure “i soldi non fanno la felicità” si dice e si diceva. Adagio ipocrita o verità? Credo che forse fosse un modo di dire che andava bene qualche tempo fa, magari prima del 2008: adesso credo che in pochi lo sottoscriverebbero, a maggior ragione post 2020. L’impoverimento psichico passa anche da qui: ricordo come candidamente nel tema di italiano dell’esame di maturità scrissi che “la felicità non può essere determinata da un numero”. Fin troppo ottimistico, adesso non lo scriverei. Lo soglia di accettabilità si sta abbassando sempre di più e va sempre più a combaciare con l’agio monetario, mancando la libertà individuale. Pensate a un bellissimo ragazzo, ma non benestante, che prima del covid andava a conquistare ragazze su ragazze: adesso sul piano della felicità sarebbe rovinato, e credo pure che comincerebbe a farsi anche qualche conto in tasca.

La valvola di sfogo manca, e diventiamo numeri, conti correnti. Ripeto, era un’attitudine e un pensiero già ben presente nel pre-covid, ma adesso mi pare che l’idea abbia preso il largo, con conflitti che prima erano sotterranei o volutamente celati. Ci avrebbero voluto abituare a una sorta “comunismo di guerra” dove la solidarietà sarebbe stata al primo posto, di fronte al pericolo del virus ci sarebbe stato un blocco unico: la voglia di tutto ciò è passata dopo poco, quando si è capito che le risorse (siccome non ben distribuite) non sarebbero bastate per tutti. E dunque, comprensibilmente, il conflitto tra categorie e persone è deflagrato, in una spirale di dualismi che acuisce dissapori decennali. Purtroppo, la competizione a tutti i livelli è nel nostro credo occidentale, il sopraffare e il battere l’altro, piuttosto che l’unire le forze per un ideale più grande (estremo oriente). Marxisticamente, il conflitto sì c’è, ed è sempre presente in una società delle disuguaglianze, ma il processo dovrebbe portare al superamento di tali tensioni. La tendenza generale è quella di far permanere le disparità, mantenendole sulla soglia del conflitto sociale, ma facendole comunque attecchire nelle relazioni interpersonali; quest’ultime sono innocue per l’assetto sistemico e possono essere tollerate.

Dunque, se litigate con il vostro collega a lavoro, anziché prendervela con lui, dovreste unire il vostro disagio e puntare ai piani alti: topos lotta tra poveri, copyright scoperta dell’acqua calda. A volte però ricordarlo non fa mai troppo male. Chiudo con un’oramai famosa frase ricorrente su internet: “You don’t hate Mondays (or people, ndr), but you hate capitalism”. Non odi il lunedì (o le persone ndr), ma odi il capitalismo.


Arturo Leoncini

TomorrowNewshttps://www.tomorrownews.it
TomorrowNews nasce come “TomorrowTurin” nel 2016, a Torino, dall’idea di Elisa, Pier e Stefano. Col tempo, il blog è cresciuto ed ha espanso i propri confini tanto fisici quanto tematici, passando ad occuparsi non più soltanto di politica internazionale ma di vari altri temi.

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