Podcast di Lilli Cor
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Il 27 giugno 2019 nelle sale cinematografiche italiane è approdato Nureyev – The white Crow. Il film, girato in tre lingue – inglese, russo, francese –  è stato fortemente voluto dal regista Ralph Fiennes per illustrare vita e vicissitudini di una delle più grandi étoile del mondo libero: Rudolf Nureyev. The white Crow, ovvero “il corvo bianco”, è infatti un appellativo usato per definire un leader, un outsider, una figura carismatica, unica ed eccezionale.

 

La vita, la biografia, il film

La pellicola, che rivendica la natura classica del film biografico, prende spunto dalla ricca biografia di Julie Kavanagh “Nureyev: The Life”, incentrandosi tuttavia su un particolare periodo della vita del ballerino: la prima tournée parigina, avvenuta nel maggio 1961, al termine della quale Rudolf chiederà asilo alla Francia, fuggendo dalla madrepatria.

Così, per la sua terza volta sul campo, il regista britannico di cittadinanza serba Ralph Fiennes procede mostrando alternatamente e in modo intrecciato tre piani temporali, basati su tre diversi stili di regia: l’infanzia di Nureyev, gli studi a Leningrado negli anni ’50, la Parigi dei primi anni ’60. “La sua giovinezza a Ufa, nella Russia degli anni ’40, i suoi anni da studente di danza a Leningrado per poi arrivare alla decisione di emigrare in Occidente nel 1961. Quella storia mi è entrata dentro” – ha confessato il regista.

Viene messo in risalto il contrasto tra due diversi mondi. Da un lato la Russia, arcaica, arretrata, rappresentata da freddi flashback in bianco e nero e dalla desaturazione della fotografia, avvertita dal protagonista quasi come uno “spazio prigione”. Dall’altra la vitalità “on the road”, la libertà e la caotica quotidianità della Parigi dei jazz set, dei lungosenna e dei café chantant, rappresentata dal colore e dal calore dei soffici toni pastello, della consapevolezza che va via via definendosi. Notevole la ricostruzione del clima storico-politico del tempo, con scene girate all’Hermitage, al Mariinskij, alla scuola Vaganova di Leningrado, al Louvre, all’aeroporto Paris-Le Bourget e al Teatro del Palais Garnier dell’Opera.

 

Oltre il protagonista: il personaggio Nureyev

Da questo curioso gioco di variazioni cromatiche, Fiennes, che sa rendere il suo film estremamente accurato e stilisticamente elegante, delinea il personaggio di Nureyev attraverso il suo animo tormentato e ribelle, desideroso della propria estrema autoaffermazione e dotato di un inafferrabile quanto indomabile talento.

Egocentrico, insofferente delle regole, incline agli eccessi, egli rivoluziona il ruolo maschile nella danza. Tetragonicità e statuarietà dei danzatori uomini, prima relegati sul fondo del palco, vengono sostituiti da grazia e leggiadria, equiparando così il ruolo del ballerino maschile a quello femminile e riportandolo prepotentemente all’attenzione del pubblico. Per tradizione, infatti, ancora negli anni ’60 i ballerini dovevano solo obbedire, non pensare. Ci si aspettava che muovessero i loro corpi nei modi in cui i coreografi avevano ordinato di fare. La tradizione voleva che l’uomo stesse fermo in varie pose eroiche mentre attorno a lui una bella ballerina ballava, scintillava e recitava. Parte del genio di Nureyev sta proprio nel suo rifiuto di accettare ciò. Voleva che il ballerino avesse uno status e non fosse solo un burattino.

Considerato uno dei più grandi danzatori del XX secolo e soprannominato “the flying tatar” – il tartaro volante – per la sua agilità e velocità nel danzare, Nureyev rappresenta uno dei precursori del balletto moderno, sfida le convenzioni e le restrizioni del pensiero conservatore. Balla con le più grandi étoile della danza mondiale, recita in 2 film. Muore di AIDS il 6 gennaio 1993.

In quest’ottica, appare quasi scontata la scelta di Rudolf, dettata dalla sua grande passione per la libertà, di volersi sottrarre ad una nazione che tentava di annichilire la sua forza, le sue aspirazioni, la sua determinazione, rendendolo schiavo del “burocratismo statalista e della propaganda”, con una presa di coscienza dolorosamente reale e un conseguente atto coraggiosamente definitivo.

Dopotutto, «se non hai una storia da raccontare, non hai una ragione per danzare».


A cura di Azzurra Tasselli

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Azzurra Tasselli

Azzurra Tasselli

Mi presento: mi chiamo Tasselli Azzurra, ho un diploma Magistrale conseguito alla Giovanni Pascoli, dove ho frequentato per 5 anni il liceo socio-psico-pedagogico. Dopodichè mi sono laureata in Filosofia, indirizzo Filosofia Morale, al Pellegrino in via Bolognese (facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento di Filosofia, Università degli Studi di Firenze). Attualmente lavoro al C.S.E Il Totem e alla biblioteca delle Oblate a titolo di inserimento socio-terapeutico.
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Azzurra Tasselli

Mi presento: mi chiamo Tasselli Azzurra, ho un diploma Magistrale conseguito alla Giovanni Pascoli, dove ho frequentato per 5 anni il liceo socio-psico-pedagogico. Dopodichè mi sono laureata in Filosofia, indirizzo Filosofia Morale, al Pellegrino in via Bolognese (facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento di Filosofia, Università degli Studi di Firenze). Attualmente lavoro al C.S.E Il Totem e alla biblioteca delle Oblate a titolo di inserimento socio-terapeutico.
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