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mercoledì 8 Dicembre 2021
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Oltre la pandemia, pronti per il 2021. Il ritorno dei Bowland – Intervista

Leila, Pejman e Saeed (letto “Said”). Sono questi i nomi della ragazza e dei due ragazzi iraniani, ma fiorentini di adozione, che formano il gruppo musicale chiamato “Bowland”.

Contrariamente a quanto pensano in molti, il nome non ha niente a che fare con l’inglese. O quasi. «Cercavamo una parola persiana che suonasse bene anche in inglese» – mi racconta Saeed – «boland in farsi significa “forte” e “alto”. Poi abbiamo aggiunto una w, per renderlo più figo…».

La loro musica affonda le radici nell’elettronica, la grande passione di Saeed, ed è arricchita dalla splendida voce eterea di Leila e da basi caratterizzate da innovazioni strumentali che sorprendono ogni volta l’ascoltatore, suonate da Pejman.

Nel 2018 hanno partecipato a XFactor Italia, arrivando alla finalissima e classificandosi quarti. Poi il tour, un singolo, un album in cantiere. Ma a marzo di quest’anno il Covid-19 ha sconvolto tutto, soprattutto la vita di coloro che vivono di musica, di arte e di spettacolo. Come i Bowland.

Con questa intervista a uno dei membri del gruppo, Saeed, ho cercato di percorrere un viaggio insieme a loro. Per scoprire meglio come sono nati i Bowland («ciascuno dalla propria mamma» – esordisce con una battuta Saeed), qual è il loro presente e quali sono i loro progetti per il futuro.

 

Viviamo in un presente molto difficile e senz’altro ci attende un futuro tutto da reinventare, di cui parleremo a breve. Ma partiamo dalle origini: Chi sono i Bowland e come sono nati?

Noi tre siamo amici dagli anni del liceo, a Teheran. Io mi sono trasferito a Firenze nel 2005 per studiare architettura e nel 2011 Leila e Pejman mi hanno raggiunto, come me per motivi di studio. Loro erano e sono tutt’ora una coppia nella vita. Io e Pejman condividevamo da alcuni anni la passione per la musica e durante gli anni di università avevamo iniziato a suonare insieme e a comporre qualche pezzo.

Un giorno Leila ha trovato una nostra base, ci ha cantato sopra di nascosto e ci ha inviato il file audio. Inizialmente non abbiamo preso la cosa minimamente in considerazione, non lo abbiamo neppure ascoltato. Non l’avevamo mai sentita cantare, non conoscevamo di fatto la sua voce. Qualche giorno dopo è stata lei a ricordarci di ascoltare l’audio e di farle sapere cosa ne pensassimo. Beh, siamo rimasti a bocca a aperta.

Da allora abbiamo deciso di essere un gruppo, un trio, e di fare sul serio…

 

In che misura la vostra produzione artistico-musicale risente da un lato del vostro paese di origine, l’Iran, e dall’altro della cultura occidentale?

Noi abbiamo sempre ascoltato quasi esclusivamente musica occidentale. Radiohead, Massive Attack, Björk… Questo è il nostro principale bagaglio culturale. Del quale fa parte ovviamente anche la musica elettronica.

Della musica tradizionale iraniana nei Bowland non c’è molta traccia. Quantomeno in modo esplicito. Anche se abbiamo notato che in alcuni brani, come ad esempio “One Eyed Giants”, spuntano fuori delle sonorità e dei ritmi simili alla musica del sud dell’Iran, della zona del golfo persico, che è un tipo di musica molto centrata sul ritmo e sulle percussioni.

 

Dopo aver vinto alcuni contest musicali come il “Toscana100band” nel 2016, la svolta verso il grande pubblico è avvenuta con la partecipazione a X factor 2018, dove siete arrivati in finale. Cos’ha rappresentato per voi quest’esperienza? Ne siete usciti in un modo diverso da come ne eravate entrati?

Toscana100band ci diede una grande spinta iniziale e un grande aiuto. Con i fondi ottenuti dalla vincita potemmo comprare alcuni strumenti e attrezzi che ci servivano e producemmo il nostro album “Floating Trip”, con il quale nel 2017 facemmo un po’ di date in giro per l’Italia. Dopo l’ultimo concerto ad aprile 2018 ci ritrovammo a Firenze a progettare un futuro ignoto, perché fare tutto da indipendenti non è facile, ci sono tante piccole cose che scoraggiano. Eravamo contenti di quanto avevamo fatto fino ad allora ma non eravamo poi così esaltati dai risultati ottenuti, non ci sembrava possibile che potessimo fare della musica il nostro mestiere, che potesse diventare una carriera. Quantomeno nel breve periodo.

Fu in quel momento che, tramite un talent scout di X Factor, ci arrivò la proposta di fare il provino per la trasmissione. Accettammo ma con scetticismo. Avevamo il timore che non fosse la strada giusta per noi. Di fatto, facemmo il provino con la certezza che non saremmo stati presi. Pensavamo almeno che sarebbe stata una buona occasione per conoscere qualcuno di interessante nel settore, per fare del networking. In realtà le nostre aspettative furono disattese, per fortuna. Ci fu da subito un grande feeling con gli autori della trasmissione e col direttore musicale, prima ancora che coi giudici. Il resto è storia nota…

X Factor non ci ha concesso solo la possibilità di fare della nostra musica una carriera e non ci ha regalato soltanto l’evidente notorietà. Si tratta a tutti gli effetti di un corso intensivo di formazione. Hai l’opportunità di lavorare costantemente con professionisti di altissimo livello su tutti i fronti: produttori, direttori artistici, scenografi, ballerini, coreografi, fonici, attrezzisti… Si tratta di una scuola a 360 gradi. Ne siamo usciti come gruppo e come artisti molto più maturi, coscienti e pignoli! Da allora è molto più difficile che ci accontentiamo di un risultato.

 

Veniamo al presente. A novembre 2019 avete presentato il vostro singolo Kemet e stavate lavorando a un nuovo disco. Poi a febbraio 2020 il mondo è stato sconvolto. Cos’è successo da allora per i Bowland?

A novembre 2019 avevamo affittato un casolare nella campagna toscana, isolato, molto tranquillo, lontano dalla città, per scrivere il nuovo disco. Contavamo di starci fino a fine marzo, prima della riapertura della stagione turistica. Ma con l’avvento del Covid, siamo stati bloccati là, dove abbiamo trascorso tutto il lockdown. Ne abbiamo approfittato per lavorare ancora di più ai nuovi pezzi, ma a livello di “industria” della musica e dello spettacolo, il Covid ha bloccato tutto. Abbiamo sofferto e stiamo soffrendo ancora tanto perché di fatto non riusciamo a lavorare.

Tra l’altro, al disagio prodotto dalla pandemia se n’è aggiunto un altro. Dopo X Factor, nel 2019, abbiamo avuto un annetto di tour e tutto è andato molto bene. Ma nel periodo in cui lavoravamo al nuovo disco stavamo anche valutando nuove collaborazioni ed accordi discografici, perché nel frattempo avevamo conosciuto il lato oscuro del mondo della musica. L’industria dell’arte, come tutte le industrie, è improntata al business e al denaro e quando non rientri negli schemi predefiniti, diventa tutto molto più difficile. Perché in pochi vogliono osare e investire in ciò che fai. E se tu non vuoi scendere a troppi compromessi, diventa un duro lavoro farsi accettare. È difficile trovare qualcuno che creda davvero in te e non soltanto nella tua fama. E quando lo trovi non è detto che si riesca ad arrivare ad un accordo, una sintesi utile per lavorare.

Uno dei motivi per cui non siamo ancora usciti coi nostri nuovi prezzi, oltre alle difficoltà legate al Covid, è proprio questo: l’impostazione dell’industria musicale molto orientata al business e basata su parametri molto, troppo commerciali.

 

La vostra è una musica molto intima, introspettiva, legata al mondo delle sensazioni. In che modo la vostra produzione artistica ha risentito e sta risentendo della pandemia da covid-19?

Il discorso è ambivalente. Da un lato, il blocco imposto dal Covid, soprattutto durante il primo lockdown, ci ha dato almeno in parte l’opportunità di concentrarci a pieno sul nostro lavoro, curando dettagli nel nostro approccio, ricercando accorgimenti e scoprendo metodologie ulteriori. È stato un periodo di musica, musica, musica… E notizie sul Covid.

Dall’altro lato, sicuramente la pandemia ha influito sulla nostra produzione artistica. A livello di sonorità, sono uscite senz’altro delle atmosfere malinconiche nei nuovi pezzi ancora inediti, che si nutrono anche in parte del disagio di quanto accaduto. Comunque, qualsiasi sentimento, emozione o sensazione filtrata attraverso la nostra musica avviene sempre in modo organico e inconsapevole. Noi non ci sediamo a scrivere una testo o a comporre un brano a partire da un concetto o da un sentimento, della serie “ora facciamo un pezzo allegro o uno cupo”. Ci mettiamo a suonare ed esce quello che esce. Siamo pura produzione libera.

 

Quali sono i vostri progetti per il futuro? Ho letto che tra gli obiettivi c’era anche quello di portare la vostra musica all’estero, è ancora nei vostri piani?

Senz’altro, portare la nostra musica anche fuori dall’Italia è stato il nostro obiettivo sin dall’inizio e in parte ci siamo anche già riusciti! Abbiamo fatto tre date all’estero nel 2019, a Budapest, in Croazia e in Olanda. E se non ci fosse stato il Covid ne avremmo fatte senz’altro una decina in tutto.

Il nostro progetto futuro è innanzitutto quello di uscire a inizio 2021, già da gennaio, con dei nuovi singoli. Forse prima dei singoli ci sarà un piccolo regalo… Poi vorremmo far uscire il disco. La speranza è poi quella di poter andare in tour tra la primavera, l’estate e l’autunno 2021. Tutto dipende da come evolverà la situazione relativamente al Covid, se si potranno programmare o no i concerti…

Parallelamente, come ci dicevamo, vorremmo riprendere a lavorare sul mercato estero europeo. Stiamo valutando una collaborazione con un importante produttore inglese, vediamo se va in porto.

E soprattutto l’auspicio, il nostro piano, il progetto più grande è quello di tornare a suonare! In Italia e all’estero, ovunque. E di migliorare sempre la nostra musica, essere sempre più maturi e ovviamente sempre più strani. “Piacevolmente strani”!

Ah, e con la speranza che Trump non torni tra quattro anni!…

Un grande grazie a Saeed e ai Bowland! In bocca al lupo per tutto!

Per approfondire:

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A cura di Samuele Nannoni

Samuele Nannoni
Sono nato nel 1993 a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Fino all'avvento del covid, ho lavorato del campo dell'organizzazione eventi. Qui su TomorrowNews mi occupo soprattutto di politica, democrazia e interviste. Dal 2018 sono il coordinatore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica per la composizione di organi collegiali deliberativi. Dal 2020 sono anche tesoriere dell'associazione PoliticiPerCaso (www.politicipercaso.it), che mira a introdurre le Assemblee dei Cittadini estratti a sorte in Italia con una legge di iniziativa popolare.

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