Podcast di Lilli Cor
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La politica di Orbán sull’immigrazione

Eletto nel 2010, portavoce dei valori del partito conservatore nazionale Fidesz, Viktor Orbán ha basato tutte le sue campagne elettorali sulla questione migranti e su come ciò costituisse un problema per la sicurezza nazionale. I flussi migratori, a detta del primo ministro ungherese, sono un problema per la sicurezza pubblica in primo luogo per il rischio che al loro interno possano racchiudersi cellule terroristiche. Nonostante la politica di opposizione del centro-sinistra, il governo Orbán è certo di avere dalla sua l’appoggio dei cittadini: tra le iniziative a sostegno di tale tesi figura il questionario che nel 2015 il primo ministro somministrò a tutti gli ungheresi, dal titolo: “Consultazione nazionale sull’immigrazione e il terrorismo”. Come si può intuire, si chiedeva ai cittadini cosa ne pensassero del fenomeno migratorio e quali potessero essere le misure da adottare per regolarlo. Come noto, il questionario rimane uno strumento alquanto controverso: tramite la formulazione della domanda si può velatamente indurre la risposta. Questo potrebbe essere il caso: dodici domande in cui la figura del migrante non viene di certo tratteggiata in modo positivo. L’esito, non a caso, ha dato ragione ad Orbán. Nonostante ciò, a detta dell’opposizione l’impegno profuso dal governo su questo tema è dettato quasi esclusivamente dalla necessità di distrarre l’Ungheria da questioni probabilmente più importanti, come ad esempio: il rallentamento della crescita economica, il fallimento del settore assicurativo, i calcoli sbagliati per il rifacimento della metro M3 di Budapest e gli scandali che hanno toccato il governo e il suo staff.

Viktor Orbán

Viktor Orbán, Primo ministro dell’Ungheria dal 2010

Il tema dell’immigrazione è utile al governo per una duplice ragione: da un lato consente di catalizzare l’attenzione verso questioni lontane dagli scandali interni al partito del Primo ministro o dalla complessa situazione economica, dall’altra è servito per riportare in auge la popolarità dei partiti conservatori di destra, rappresentati da Jobbik e dal partito governativo Fidesz. Per quanto concerne la politica estera, il governo Orbán nel 2017 ha deciso di spedire a casa dei cittadini un questionario sul legame tra Budapest e Bruxelles, intitolato: “Chi volete che decida il nostro futuro?”. Il questionario racchiudeva sei domande e una lettera firmata dal capo del governo che invitava gli ungheresi ad «alzarsi in piedi per difendere l’indipendenza nazionale». Anche in questo caso i quesiti sono stati formulati in modo poco neutro e in alcuni casi, come se non bastasse, hanno richiamato politiche di cui l’Ue non dispone di quasi nessuna competenza, come ad esempio quella fiscale.

Una delle principali preoccupazioni di Budapest sembra essere quella di preservare la propria identità culturale, portatrice di valori secolari, dalla minaccia dell’esodo verso l’Europa di migranti provenienti da Africa ed Asia. Per far fronte alla sua più grande promessa, nell’estate del 2015 il governo ungherese decise di costruire un muro lungo il proprio confine meridionale con la Serbia. L’obiettivo era di arginare l’imponente ondata migratoria proveniente dall’Afghanistan, dalla Siria, dall’Iraq e dal Kosovo. I lavori procedettero senza sosta da giugno a settembre: furono necessari 170 chilometri di filo spinato, una rete metallica alta 4 metri e una spesa di oltre 100 milioni di dollari. Tuttavia, un solo muro non è stato considerato sufficiente a contenere tutti i flussi migratori diretti in Ungheria. Ad ottobre dello stesso anno si è dunque deciso di implementare una nuova linea di demarcazione, lunga circa 40 km, per proteggere il confine con la Croazia. Il resto della frontiera croato-ungherese corre lungo il fiume Drava, difficilmente superabile da parte dei migranti. Questo è stato ed è tutt’ora il primo muro innalzato fra due Paesi dell’Unione Europea. Il premier Orbán ha annunciato l’intenzione di costruirne uno analogo lungo la frontiera con la Romania, anch’essa appartenente all’Ue.

Viktor Orbán e il muro

Viktor Orbán e il muro

Il Coronavirus come spinta verso un’ulteriore chiusura

L’attuale momento storico, in cui il Covid-19 è l’attore principale, sembra offrire la possibilità di rafforzare ancora di più le misure di contrasto all’immigrazione. Gyorgy Bakondi, consigliere per la Sicurezza Nazionale del primo ministro ungherese, il 1° marzo 2020 ha annunciato il seguente proclama: “L’Ungheria ha sospeso fino a data da destinarsi l’accesso per i richiedenti asilo alle aree che consentono di oltrepassare il confine”. Una tale decisione deriva dal fatto che, consentendo il transito in maniera indiscriminata, si favorisca il rischio di diffusione del Covid-19. Bakondi continua: “Abbiamo notato un certo collegamento tra il propagarsi del coronavirus e i migranti che entrano nel paese illegalmente”. La forte dichiarazione del consigliere non è stata però supportata da alcun dato: tutto ciò lascerebbe intendere la volontà del governo ungherese di utilizzare il virus come strumento a favore della propria linea politica, alimentando sia l’avversione verso la figura del migrante sia il terrore che già il virus di per sé provoca. Concretamente, l’annuncio di Bakondi sortisce solo un lieve effetto sull’attuale situazione, poiché le richieste d’asilo vengono già sistematicamente respinte: ad esempio, il tasso di rigetto per il 2019 è di circa il 92,4%. In modo particolare, se le autorità verificano che tali richieste provengono da migranti che hanno oltrepassato il confine con la Serbia, è quasi scontato che la procedura non vada a buon fine.

Il primo ministro Orbán, in una conferenza tenutasi martedì 10 marzo, ha fatto il punto sulla propagazione del virus in Ungheria, rivolgendosi ai capi di stato e di governo dell’Unione Europea: il discorso si è focalizzato principalmente sulla pericolosità degli effetti sull’economia e sulla connessione con l’immigrazione. Il “chiaro legame” a cui Orbán fa riferimento è quello tra il flusso migratorio illegale che dall’Iran si muove verso l’Ungheria e il fatto che i casi di contagio segnalati riguardino persone provenienti dall’Iran, o che siano transitate di lì. In conclusione, si sta procedendo a rafforzare ulteriormente le linee di confine.

Nonostante sia comprensibile la preoccupazione per la diffusione di un virus, è opportuno ricordare che è necessario anche rispettare le regole dell’ordinamento internazionale, il quale prevede che: i governi che sono chiamati ad affrontare una seria minaccia alla salute pubblica devono adottare misure che siano supportate da dati scientifici, proporzionate al rischio che si sta correndo e non devono scindersi dal rispetto dei diritti umani, tra cui figurano il diritto di asilo e la proibizione di ogni sorta di discriminazione.


A cura di Cecilia Bottoni

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Cecilia Bottoni

Cecilia Bottoni

Classe 1995, nata e cresciuta nelle Marche ma in viaggio in giro per l'Europa fin dalla tenera età. Dopo la laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ho proseguito gli studi laureandomi alla magistrale in Istituzioni e Mercato all'Università di Firenze. Sono un'avida lettrice e sempre pronta per un nuovo viaggio. Attualmente sono a Budapest per l'erasmus traineeship presso la ONG EuCham.
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Cecilia Bottoni

Classe 1995, nata e cresciuta nelle Marche ma in viaggio in giro per l'Europa fin dalla tenera età. Dopo la laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ho proseguito gli studi laureandomi alla magistrale in Istituzioni e Mercato all'Università di Firenze. Sono un'avida lettrice e sempre pronta per un nuovo viaggio. Attualmente sono a Budapest per l'erasmus traineeship presso la ONG EuCham.
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