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sabato 23 Ottobre 2021
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“Paradiso e inferno” di Jón Kalman Stefánsson: un romanzo che riscopre il valore delle parole

È con “Paradiso e Inferno” che Jón Kalman Stefánsson ha conquistato il pubblico internazionale, nell’ormai passato duemila sette.

L’autore già vincitore del premio Islandese per la Letteratura, è un ex insegnante e bibliotecario, che si è dedicato alla poesia prima che alla narrativa.

Questa caratteristica emerge con violenza tra le righe del romanzo “Paradiso e inferno”, in cui il racconto assume tinte evocative capaci di connettere naturalmente la natura selvaggia delle terre Islandesi con i segreti più intimi dell’animo umano.

In un passato non troppo lontano Stefánsson colloca un intreccio narrativo piuttosto semplice ma mai banale, la cui potenza sta nella tinta vivida ed evocativa della capacità riflessiva.

Il protagonista degli eventi è un ragazzo, un sognatore costretto a pescatore di professione, là dove il mare è più freddo e dove nessuno sa nuotare.

Attorno alla pesca al merluzzo, e ai destini immutabili di piccoli uomini destinati al confronto con una natura insormontabile, ruota una amicizia profonda come le radici della terra.

Il protagonista divide infatti la sua passione per la poesia e per i libri con un amico, il giovane Barður, che proprio a causa di quella stessa passione affronterà la sorte più terribile che il mare del Nord abbia in serbo.

Tra queste vite combattute con la natura e con gli eventi, le parole ritrovano una dimensione antica, quasi dimenticata. Sono capaci di «consolare e asciugare le lacrime, sciogliere il ghiaccio che stringe il cuore».

Sono parole che possono riportare alla vita, ma anche uccidere, come accadrà allo sventurato Barður. Il giovane, rapito da un verso del “Paradiso perduto” di Milton, dimentica la cerata nella baracca dei pescatori prima di una battuta di pesca, l’ultima della sua vita.

Così i versi che un attimo prima scaldavano il cuore in un mondo gelato, diventano un destino di ineluttabilità pesante come le montagne, che insieme al mare avvolgono e accompagnano l’intera narrazione.

Parole fatali dunque ma anche di speranza, un ricordo di tempi passati in cui gli uomini erano consci dell’importanza del linguaggio nella propria esistenza: «Non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, ne abbiamo bisogno per vivere».

È in questo modo che Jón Kalman Stefánsson, con uno stile di impatto per la sua fluidità ma anche per la sua frammentarietà, riporta alla luce una dimensione che oggi come oggi trova poco spazio nella realtà delle persone.

A volte ciò è quasi uno shock, ma non tanto per la forza dello stile narrativo in sé, quanto perché risveglia la consapevolezza della natura primordiale di un certo tipo di narrazione. La sensazione è allo stesso tempo quella di assistere al racconto di un capo tribù davanti al fuoco, e di una recitazione di poesie da parte dell’autore. C’è in definitiva un’anima primitiva e ancestrale da cui sprigiona una forza inesorabile, ed allo stesso tempo una spinta riflessiva costante.

 Al di là della bellezza di “Paradiso e Inferno” lo spunto di riflessione che si potrebbe trarre dalla particolarità di questa lettura, riguarda la vera dimensione della parola e della lingua, e dello spazio ad esse riservato oggi.

Non serve certo un linguista per verificare il fatto che oggi la parola stia perdendo quella magia di cui è stata capace per tanto tempo, in parte per una comunicazione sempre più frenetica, in parte per ignoranza, ma specialmente si potrebbe dire per noncuranza.

È proprio l’ultimo di questi elementi il più deprecabile, (si badi bene a non confondere la difesa della lingua con un certo tipo di retorica nazionalista spicciola); non si tratta della perdita di una identità ma di una capacità: ovvero calarsi in quanto di più profondo l’animo umano possa concepire, e in quanto di più prezioso vi sia da custodire.

Vi sono correnti nel dibattito sulle origini della lingua che sostengono la sua origine come connaturata al DNA umano stesso, il che piuttosto suggestivamente potrebbe enfatizzare questo legame millenario e indissolubile. (Sono i nativisti o innatisti, associati soprattutto al linguista americano Noam Chomsky).

Un destino di ineluttabilità che richiama la stessa sensazione percepibile tra le righe del romanzo di Stefánsson. Uno spazio perduto in cui gli uomini si attaccano alla parola e al racconto come al più caro dei tesori, una caratteristica che emerge già nei testi più antichi che hanno segnato la storia in modo indelebile.

Un esempio su tutti è il passo della torre di Babele della Genesi: l’arroganza degli uomini che desiderano costruire una «torre che tocchi il cielo» per non «disperdersi sulla terra», facoltà resa possibile dalla padronanza di una lingua comune.

In un certo senso è dunque la lingua il potere che li rende in grado di innalzarsi uniti ad altezze riservate solo a dio, potere che viene punito infatti da dio stesso, poiché segna l’arroganza dell’uomo che tende ad elevarsi ove non gli è concesso.

Al di là della funzione immane ed indispensabile della lingua come trasmissione di conoscenza, è su questo aspetto che il romanzo di Stefánsson porta a riflettere, (a mio avviso): sulla dimensione della lingua come specchio dell’esistenza che si va perdendo. Quella per cui «non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere» ma «per vivere».

Questa è la lingua dei sentimenti, dei sogni, delle passioni, delle speranze, dell’amore, ed in definitiva della coscienza. La stessa lingua da Dante a Stefánsson per descrivere la dimensione più profonda dell’essere uomini, la stessa parola che ritrova la sua dimensione di regina in “Paradiso e Inferno”.

La lingua che in questo romanzo ritrova la fierezza e la meraviglia di essere un tramite tra anime, tra la gioia e il dolore, ed in definitiva il sogno più grande e più incredibile.

Ecco dunque il regalo di questo piccolo ma prezioso romanzo islandese, si tratta di una sorta di risveglio sulla dimensione della parola in relazione all’uomo, un uomo che ha bisogno delle parole al di là del bene e del male, che di parole può vivere e morire.

O quanto meno poteva prima dell’avvento di meraviglie come l’hashtag e le tastiere intelligenti.

 


A cura di Corso Pecchioli

Corso Pecchioli
Sono nato a Firenze nel 1993. In ritardo per vivere l'età dell'oro dei tamarri, i gloriosi anni '90, troppo presto per essere abbastanza social. Pessimista di professione, critico a tempo pieno, impiego il tempo libero tra lettura, pesca, cinema, boxe, ukulele, motocicletta e campeggio. In ordine sparso e con risultati variabili.

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