La Lega di Salvini e l’impoverimento del dibattito pubblico

Che effetto mi fa vedere quindicimila sardine in piazza a cantare Bella Ciao? Mi fa tenerezza. Si guardi per un momento il  “problema Lega”. La Lega negli ultimi anni si è dimostrata un partito dal dinamismo eccezionale, cambiando pelle e cambiando nome, fino ad arrivare ad essere una presenza dominante sulla scena nazionale. Come è stato possibile? È presto detto. Da una parte la Lega ha mantenuto l’anima primigenia della vecchia guardia Lega Nord, dall’altra ha scoperto Salvini.

Riguardo al primo punto non c’è molto da dire, la Lega ha conservato quel rapporto con il territorio che passa per un duplice canale. Da una parte l’amministrazione molto apprezzata a livello di enti locali, dall’altra le carnevalate alla foce del Po con gli elmi da vichingo in capo. La vera novità è stata l’ascesa di Salvini, che ha trasportato un partito provinciale in un riferimento nazionale. Un capolavoro politico.

Salvini, il camaleonte, a differenza di molti altri politici della scena odierna è un mostro nella comunicazione e nel carisma. Se non fosse bastato già Max Weber a dimostrarci quanto un leader carismatico sia necessario in politica, le scorse legislature possono funzionare da memorandum, basti pensare ai clamorosi “tonfi” del centro-sinistra. Su cosa si muove il consenso di Salvini è sotto gli occhi di tutti, sulla padronanza assoluta dei mezzi di comunicazione.

Tralasciando i mezzi di comunicazione tradizionali, in cui si sente tutta l’esperienza del leader della Lega maturata in radio, il cavallo di battaglia sono i social. È lì che il camaleonte non ha rivali, può dire tutto e il contrario di tutto, ma comunque mobilita consensi. E non si tratta di consensi eterei, sono risorse che si trasformano in voti sonanti alle urne.

Il dinamismo della comunicazione di Salvini, che passa da buttarsi in piscina a sguazzo alle foto dei gattini, deve far riflettere. Oggi la comunicazione fa riferimento ad un elettorato eterogeneo e liquefatto, in cui gli elettori cambiano preferenze molto rapidamente. Chi è abile cavalca l’onda, chi non lo fa affoga. Sarebbe errato pensare che il tipo di comunicazione che impiega Salvini non sia privo di gravi effetti. In primo luogo viene depauperato il contenuto politico al punto che diventa impossibile un confronto mediatico serio, perché la caciara batte apparentemente l’analisi. In altre parole l’opinione del venditore di pentole vale quanto quella del professore emerito, che si parli di debito pubblico o immigrazione. Con la conseguenza che la disinformazione gioca a favore dell’irresponsabilità al governo, ovvero tutto è campagna elettorale a prescindere dal conseguimento reale degli obiettivi.

In secondo luogo è indubbio che la comunicazione di Salvini strizzi l’occhio ad intolleranze assai pericolose. L’utilizzo di un certo lessico e di alcuni odiosi sotterfugi per sdoganare il razzismo ne determina un reale aumento. Del resto se sono razzisti i politici perché non può esserlo il popolo? E così si arriva agli incresciosi episodi di cronaca che non stupiscono più.

A fronte di questo mi chiedo, a cosa serve fare le sardine? A poco e nulla.

 

Dobbiamo ringraziare la Magistratura e la Costituzione, non le sardine o Bella Ciao

Di fronte al populismo, e a problemi estremamente moderni e di recente ascesa, la risposta di qualcuno è la calata in piazza. Eh già, tutti insieme a cantare Bella Ciao con i fazzoletti rossi e i panini alla frittata in tasca, nell’adorazione della lotta operaia anni ’70 e dei gloriosi anni delle barricate.

Ma si sta scherzando? Quale può essere il senso di utilizzare strumenti politici della preistoria per fronteggiare un fenomeno così recente? Il problema non sta tanto nella piazza in sé, sta nell’autoreferenzialità della manifestazione. Guardiamo agli organizzatori, quattro ragazzi sui trent’anni ritratti assieme in una foto di gruppo mentre mostrano il simbolo dell’iniziativa: una sardina.

I sorrisi e l’aspetto genuino da “old boy” da soli bastano ad intuire che si tratta di ex studenti universitari, ed infatti è così. La sardina dovrebbe richiamare evidentemente un qualche tipo di identità millenial. Insomma studenti universitari (et similia) che stanno in piedi contro il populismo, bel gesto di per sé, ma a cosa porta? Secondo chi scrive a ben poco. Tant’è vero che le sardine non hanno né un programma né uno scopo ben delineato.

L’operazione nostalgia può avere un valore simbolico per chi vi partecipa, ma è un rito sacro destinato esclusivamente a chi sta cantando la messa in quel momento. Nell’istante successivo si torna alla casalinga di Voghera che commenta i post di Matteo, pubblicando le foto del suo cane “anticomunista”. Provare per credere.

Senza contare quell’abominio di “Gattini con Salvini”, che il nostro ex Ministro dell’Interno utilizza per sfottere i partecipanti alla manifestazione delle sardine.

Che fare allora per opporsi al populismo? Non c’è che una strada: pazientare e prendere i pesci in faccia, mi si perdoni il gioco di parole. Pesciata su pesciata, fino a che un certo tipo di politica e di comunicazione non avrà esaurito la sua forza.

Chi vende le pentole strillando come al mercato può avere successo nel breve periodo, ma non può averne sul lungo. Questo perché fare il camaleonte mobilita consensi flash, ma il consenso è minato dall’assenza dei risultati concreti. Un ponte costruito su fondamenta d’argilla non può che crollare, e la politica è sempre stata uno scenario in evoluzione.

Nel mentre ci resta l’ingrato compito di opporre l’informazione ai gattini e alle bravate al Papeete, giorno per giorno, fino a che l’elettorato si stancherà del populismo e di un certo tipo di comunicazione.

Certo qualcuno sarà convinto che nel frattempo l’ordine democratico possa essere sovvertito, per cui i partigiani devono stare col fucile sotto il materasso e le corde vocali sempre in azione. Per grazia del cielo le garanzie di uno Stato democratico non sono i partigiani, ma la Magistratura e la Costituzione, assieme ai meccanismi di tutela derivanti dal diritto e dalla giustizia dell’ Unione Europea.

Certo sta a tutti noi valorizzare la coscienza di questo, e difendere ad ogni costo i valori democratici. Tuttavia il mezzo non è pigiarsi in piazza come sardine, o almeno non può esaurirsi in ciò. Serve un impegno quotidiano, molta pazienza e l’attitudine a combattere una guerra di trincea. Il primo nemico in vista è il populismo, le armi migliori l’informazione e la responsabilità.


A cura di Corso Pecchioli

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Corso Pecchioli

Corso Pecchioli

Sono nato a Firenze nel 1993. In ritardo per vivere l'età dell'oro dei tamarri, i gloriosi anni '90, troppo presto per essere abbastanza social. Pessimista di professione, critico a tempo pieno, impiego il tempo libero tra lettura, pesca, cinema, boxe, ukulele, motocicletta e campeggio. In ordine sparso e con risultati variabili.
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