Podcast di Lilli Cor
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Appassionati lettori di oroscopi cinetelevisivi, bentornati! Se anche voi vi alzate al mattino tra acciacchi e brontolii tipici di un’età che ancora non vi appartiene, siete nel posto giusto e questa è la serie che fa per voi: Il Metodo Kominsky.

Chuck Lorre, sempre lui, quello di Due uomini e mezzo, quello di The Big Bang Theory, Mom, Disjoined e molti altri simpatici prodotti televisivi, tira fuori una nuova perla. Questa volta andando contro se stesso, il suo stile e la sua identità. Perché, diciamolo apertamente, non è che ci sia sempre del genio nei suoi lavori. Per carità, è uno che il cast non lo sbaglia mai e che ha creato personaggi ormai iconici nel mondo. Detto questo, è anche uno che abusa delle risate fuori campo (se devi mettere tutte queste risate fittizie evidentemente non è che ci sia granché da ridere).

Nonostante ciò, questa volta Chuck Lorre ha stupito tutti. L’ha fatto, peraltro, andando contro la sua natura newyorkese e contro la sua snervante ricerca del “devo piacere a tutti i costi parlando solo di sesso, droga e nerding”. Lorre ci ha sbattuto in faccia l’amicizia di due anziani vissuti come a volerci dire ricordate ciò che conta davvero nella vita, cioè le persone che ci riempiono la giornata e si gettano a piedi uniti nella merda insieme a noi se serve a tirarci su!”.

 

Una comicità trascinante e un cast di prim’ordine

Non siamo davanti alla solita serie/film con protagonisti degli anziani che, per dirla tecnicamente, fanno il così detto gimmick, ovvero raffigurano l’elemento “buffo” e prevedibile. Un esempio è “Fuga da Reuma Park” di Aldo, Giovanni e Giacomo: in quel film il trio comico trasforma i propri personaggi in dei gimmick viventi e la comicità si trasforma in maschera. Si raffigura l’anziano che ha difficoltà a muoversi e che ad certo punto cade; l’anziano che ci sente poco, quello che si fa notare per il rumore che emette mentre mangia la zuppa etc etc..

Il gimmick nel cinema o nella Tv, benché possa sembrare divertente, è per sua natura prevedibile, pertanto è raro che riesca a suscitare stupore. Di conseguenza, anche le battute coinvolgenti risultano più difficili. Risultato? Prodotto penoso. Questo non vale solo per quel triste film del famoso trio comico, ma per il 99% delle produzioni con questo metodo.

Nel Metodo Kominsky di tutto ciò non c’è traccia, essendo tutto estremamente brillante.

Partiamo dal cast: un certo Michael Douglas in un sensazionale stato di forma è il nostro signor Kominsky, un insegnante di recitazione che ha avuto studenti del calibro di Anna Cob e Savior Error. Come.. non li conoscete? Ecco, appunto. In verità è uno dei maestri più ricercati di Hollywood, ma l’autore dell’articolo si è permesso di prendere la battuta dalla serie e riproporvela. Perdonatelo.

A dividere il set con l’indomabile Douglas c’è Alan Arkin, premio Oscar per Little Miss Sunshine, un mostro sacro e a dirla tutta il mio personaggio preferito della serie. Tuttavia, credere che il successo di questa serie dipenda solo dai due attori sarebbe un grave errore. Lorre, come già accennato, è uno che il cast non lo sbaglia quasi mai. Dei 10 episodi che la completano, tutti della durata media di 25/30 minuti, non ne troverete uno lento o allunga-brodo, nonostante sia una serie in grado prendersi i suoi tempi. Ciò non era scontato per una sit-com dalla durata così ridotta, che non teme di dare spazio ai propri personaggi e di toglierlo alle risate fuori campo, presentando ogni interazione in modo chiaro e non forzato.

 

Una trama banale soltanto all’apparenza

I nostri protagonisti, a causa della malattia che priverà Alan Arkin della moglie, si troveranno a dover affrontare la vita come due ragazzini già adulti, a dover imparare rispettivamente qualcosa l’uno dall’altro e a trovare la loro forza attraverso l’amicizia litigiosa che li unisce. Sebbene ad un primo impatto dalla trama si possa non evincere chissà quale originalità, il segreto risiede tutto nelle conversazioni, nei dialoghi e negli stacchi di macchina lasciati in eredità da Netflix e Chuck Lorre. Un testamento che ci ricorda come ci sia sempre un motivo alla radice del successo di ogni grande autore.

Come avrete potuto notare, questa recensione è stata assolutamente “spoiler-free”, perché in una trama così semplice sarebbe stato un peccato rivelarne i dettagli. Il consiglio di chi scrive è di correre su Netflix, senza però la fatale fretta di “divorare” la serie. “Il Metodo Kominsky” è da gustare e apprezzare con un dosaggio moderato, lentamente come farebbe un anziano (si scherza).

Se, legittimamente, non riponete fiducia nell’autore dell’articolo, sappiate però che la giuria dei Golden Globes ha conferito una statuetta a Micheal Douglas come miglior attore e un’altra direttamente a  “Il Metodo Kominsky” come miglior serie commedia. A buon intenditor….

Un saluto miei appassionati e un abbraccio dal vostro vecchio Ian.

Ps: se avete qualche consiglio su film o serie tv da vedere/recensire non siate timidi che questa non è la Corea del Nord. Bacioni!


A cura di Sebastiano Belfiore

 

 

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Sebastiano Belfiore

Studente di Scienze Internazionali presso l'Università di Torino. Un giorno capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione, io oscillo un pò qui un pò la... Questione di prospettiva.
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Sebastiano Belfiore

Studente di Scienze Internazionali presso l'Università di Torino. Un giorno capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione, io oscillo un pò qui un pò la... Questione di prospettiva.
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