Ogni essere umano è figlio della propria epoca. È quello che possiamo o non possiamo fare che modella il nostro modo di essere, di pensare, di guardare alla realtà che ci circonda. E ciò che vale in piccolo per il singolo, vale in grande per il popolo a cui esso appartiene.

Il Mondo di oggi ne è un paradigma. La progressiva eradicazione della povertà gonfia le aspettative dei nuovi ceti medi in tutto il Pianeta. La crescente alfabetizzazione ci spinge a proseguire gli studi e a leggere di più. L’avanzamento tecnologico, rapidissimo dal Dopoguerra, ci ha regalato una moltitudine di scoperte, invenzioni, trasporti e gadgets che irrompono in ogni momento della nostra quotidianità, plasmandola a loro immagine.

Così, per esempio, ci appare naturale la vita del pendolare, che ogni giorno si reca in un’altra città non per lusso, ma per andare a lavorare. Troviamo normali i traboccanti scaffali del supermercato, ricchi di merci giunte da ogni dove. D’inverno non temiamo il freddo per via del riscaldamento centralizzato. E grazie al climatizzatore anche il caldo estivo è bandito dalle mura domestiche. Ma più di ogni altra cosa è viaggiare che amiamo. In Kenya per un safari, a Parigi per un week-end, a Milano per Capodanno e via discorrendo. Naturalmente, è al petrolio che dobbiamo quasi tutto questo. Senza di esso e senza gli altri combustibili fossili, avremmo di certo pochi trasporti, meno innovazioni e soprattutto molto meno benessere.

Più Petrolio per tutti

L’energia fossile fa davvero tanto per noi. Ci riscalda e illumina le case, ci fa spostare in fretta da un luogo all’altro. E le macchine che essa alimenta ci sostituiscono, sempre di più, sia nei campi che nelle fabbriche. Dall’Ottocento in poi le compagnie minerarie fanno a gara per estrarla, raffinarla e portarcela.

Tuttavia, col passare degli anni, inizia a farsi largo un fastidioso interrogativo: per quanto ancora potrà durare tutto questo? Per decenni lo spettro del Picco del Petrolio ha terrorizzato gli analisti. L’idea che la produzione petrolifera, raggiunto un picco, iniziasse a declinare, era spaventosa. Ma non infondata. Dopo tutto se si tratta di una risorsa finita è lecito attendersi che a un certo punto inizi a scarseggiare. Ma quanto petrolio c’è ancora là fuori? Può sembrare strano, ma i dati ci dicono che le riserve petrolifere aumentano di anno in anno. È proprio così: più ne consumiamo e più ne diventa disponibile, in un ciclo apparentemente senza fine. Ma il paradosso ha un spiegazione: si chiama tecnologia. Anno dopo anno nuove scoperte ingegneristiche ci permettono di sfruttare giacimenti prima ben oltre la nostra portata. Alla fine il petrolio è sempre quello, solo che noi possiamo recuperarne sempre di più. Quanto petrolio rimane dunque sul Pianeta? “Abbastanza per friggerci tutti!”, scherzava il giornalista George Monbiot sul Guardian qualche anno fa.

Chi sperava nel Picco del Petrolio per porre fine al surriscaldamento globale dovrà rifare i suoi conti. Ma siamo proprio sicuri che vada tutto per il verso giusto?

Questione di rendimenti

Come tutte le risorse minerarie, i combustibili fossili non sono uniformemente distribuiti sul nostro Pianeta. Alcuni giacimenti sono vicini alla superficie, altri molto in profondità. Non solo: neppure la qualità del giacimento è sempre la stessa. In fin dei conti il petrolio non è un composto chimico, ma una mistura complessa di vari idrocarburi e altre componenti minori in proporzioni variabili.

In pratica è come zuppa. Cambiando gli ingredienti e il tempo di cottura si possono ottenere ricette molto diverse. In alcuni casi è chiaro e fluido come la benzina. Altre volte è più scuro e viscoso. In altri ancora si mischia con le sabbie e gli scisti, formando masse solide e bituminose che vanno asportate e lavorate a lungo prima di restituire qualcosa di simile al petrolio.

Non tutti i giacimenti offrono agli investitori gli stessi rendimenti. Più il petrolio è fluido e vicino alla superficie più facile sarà estrarlo e lavorarlo. Le spese saranno inferiori e i guadagni senz’altro maggiori. Non ci stupisce dunque che i primi giacimenti ad essere sfruttati siano stati proprio i più redditizi, lasciando ai posteri in eredità quelli più profondi, remoti, puzzolenti e inquinanti. È la natura dell’uomo papparsi per primo il boccone più prelibato.

Man mano che l’oro nero inizia a scarseggiare l’industria petrolifera deve raffinare i suoi mezzi per rimanere in affari. Deve investire in nuove tecnologie, formare nuovo personale, moltiplicare uomini, mezzi e piattaforme. In poche parole deve spendere di più, contraendo così il proprio margine di guadagno. Nell’Ottocento i primi pozzi intorno a Los Angeles furono scavati con un tronco appuntito di eucalipto. Oggi per cavare fuori idrocarburi da scisti e sabbie bituminose servono ben altri mezzi, ma anche nel caso del petrolio convenzionale (per capirsi, quello liquido che zampilla fuori dai pozzi) oggi bisogna scavare diverse migliaia di metri in profondità.

Maledetto EROEI

Il punto è che paradossalmente per produrre energia dobbiamo consumare altra energia. Ci vuole energia per scavare i pozzi, energia per muovere i camion, energia per raffinare il greggio, energia per distribuirne i prodotti ai loro consumatori. Quanta più ne consumiamo per rifornirci di benzina, metano e carbone, quanta meno ne rimane da “spendere” per le nostre attività (trasporti, riscaldamento, produzione di corrente elettrica ecc).  Il rapporto tra l’energia ricavata e quella “spesa” per produrla prende il nome di EROEI (Energy Returned On Energy Invested). Più è alto, più saranno alti i rendimenti e quindi i guadagni. Più è basso, più basso sarà anche il rendimento e di conseguenza l’energia prodotta sarà più costosa.

Man mano che i giacimenti “migliori” si esauriscono l’EROEI crolla progressivamente. All’inizio del secolo i primi pozzi scavati in America avevano rendimento di circa 100:1, cioè meno dell’1% del energia ricavata doveva essere spesa per produrla. Per i nostri giorni non ci sono ancora dati precisi, ma già nel 2009 venivano stimati rendimenti medi globali inferiori a 20:1. cioè costi pari al 5% del ricavo energetico. Si tratta di cifre ancora piccole che influiscono sul prezzo della benzina molto meno delle tasse e della volatilità dei mercati.

Il problema però è che non solo stanno aumentando, ma che lo stanno facendo in modo esponenziale, con una dinamica che diventerà sempre più grave ed evidente nei prossimi decenni. La produzione di petrolio aumenta, ma a crescere sono solo le fonti non convenzionali a bassissimo rendimento. Il petrolio tradizionale, fluido e povero di zolfo, scarseggia. Oltretutto, contribuisce sempre di meno alla produzione globale del greggio. Questo fenomeno fa crollare l’EROEI sempre più velocemente.

Fino a quando andremo avanti? Certamente non oltre la soglia del rendimento nullo, cioè dell’1:1. Ma la realtà è che se non troveremo alternative potremmo collassare anche molto prima. Non si manda avanti un mondo globalizzato se l’energia costa troppo. La crescita del suo prezzo farebbe lievitare quello di tutto il resto, divorando gli stipendi dei lavoratori e i guadagni delle imprese. E questo fenomeno non riguarda solo il greggio, ma anche l’altra fondamentale fonte di energia dell’umanità, cioè il carbon fossile.

Se tenete alla Natura la buona notizia è che gran parte del petrolio e del carbone del Pianeta sono destinati a rimanere dove sono, cioè sotto terra. Ma se tenete al benessere, preparatevi ad una spirale di spese, tagli e carovita. Perché se non troveremo alternative, l’inevitabile epilogo sarà proprio questo.

 

Per saperne di più:

Smil V., (2008), OIL: A Beginner’s Guide                                                                                                          

Tainter J.A. & Patzek T.W. (2012), Drilling Down: The gulf oil debacle and our energy dilemma                

Parrique T. et al., (2019), Decoupling Debunked


A cura di Luca Frasconi

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Luca Frasconi

Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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