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domenica 1 Novembre 2020
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La prima affermazione politica in musica di Fabrizio De André: Storia di un impiegato

Non so definire se Fabrizio abbia amato un disco sopra ogni altro. So che Storia di un impiegato è il disco che più ha sofferto, forse proprio perché è coinciso con un momento di sua particolare insoddisfazione legato a problematiche anche personali, le stesse che gli fecero preferire il lavoro di contadino a quello di cantautore. Ma è una distorsione: per questo si è spesso pensato che fosse un disco fuori tempo, datato, e quindi, mentre Fabrizio trovava tutti gli altri suoi dischi universali e sempre attuali, riteneva Storia di un impiegato un argomento politico ormai superato. Non so quanto avesse ragione: forse no, forse si è sbagliato.” (Dori Ghezzi – seconda moglie di De André – , il disco più amato: Storia di un impiegatoFabrizio de André, la mostra, Silvana Editoriale, La Repubblica-l’Espresso). 

Il contesto storico e la critica 

La “Storia di un impiegato” l’abbiamo scritta, io, Bentivoglio, Piovani, in un anno e mezzo tormentatissimo e quando è uscita volevo bruciare il disco. Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di aver usato un linguaggio troppo oscuro, difficile, so di non essere riuscito a spiegarmi. L’idea del disco era affascinante. Dare del Sessantotto una lettura poetica, e invece è venuto fuori un disco politico. E ho fatto l’unica cosa che non avrei mai voluto fare: spiegare alla gente come comportarsi.“. Così si espresse De André in un’intervista alla Domenica del Corriere (Corriere della Sera), nel Gennaio del 1974: l’album, che era uscito un anno prima, aveva suscitato perlopiù reazioni critiche e negative da quella parte di stampa musicale (ma anche dal pubblico più in generale) più vicina al movimento studentesco che, a partire da pochi anni prima in Italia, si era fatto portatore di una lotta (insieme al movimento operaio) volta al riconoscimento di alcuni diritti fino ad allora considerati negati. La colpa di De André, secondo il parere di chi lo attaccò, fu proprio quella di non aver preso una chiara posizione a favore di chi aveva sposato la causa di combattere per contribuire a uno svecchiamento di alcuni pregiudizi socio-politici di allora, deludendo le attese di chi sperava nell’aggiunta della poetica del cantautore al fianco di quelle lotte studentesche e operaie che ormai da qualche anno stavano pervadendo parte del mondo occidentale. Fra le critiche dei personaggi più in voga, ci fu anche quella di Giorgio Gaber, che dichiarò di non essere riuscito addirittura a capire se De André sia (stato) “liberale o extraparlamentare”. 

Soltanto a partire dagli anni ’90 verrà riconosciuto pienamente, da parte della critica di settore, il valore musicale del disco, rivalutandone completamente l’intero impianto musicale e poetico. 

 Le canzoni 

Storia di un impiegato è il settimo lavoro del cantautore genovese, il terzo concept album: i brani che lo compongono (un’introduzione seguita da 8 canzoni), sono legati tra loro da un filo conduttore (come i capitoli di un romanzo), che raccontano l’evoluzione e il cambiamento del protagonista di questo disco, ossia un impiegato, rendendo quindi necessario un ascolto completo ed organico per cercare di capire appieno cosa De André volesse comunicare. L’idea di pubblicare un altro concept album si inserisce in un periodo dove la produzione di questa tipologia di album era particolarmente diffusa, proprio agli inizi degli anni ’70; sarà per De André il lavoro politico più esplicito, un’ampia riflessione sulle proteste giovanili di allora, il potere, la lotta armata, il terrorismo, l’ordine costituito. Musicalmente sarà un album molto innovativo rispetto ai suoni e agli arrangiamenti proposti dallo stesso cantautore fino ad allora, grazie anche al contributo di Nicola Piovani che qualche anno più tardi (nel 1999), vincerà il premio oscar alla miglior colonna sonora per le musiche del film La vita è bella

L’album si apre con Introduzione: un attacco strumentale (che sarà più volte riproposto negli altri brani del disco), anticipa le prime parole del cantante, che a sua volta apriranno le porte alla prima “vera” canzone del cd, Canzone del Maggio. Quest’ultima, liberamente ispirata ad una canzone del maggio francese del 1968 di Dominique Grange (Chacun de vous est concerné), è stata donatagli dall’autrice senza chiedere i diritti d’autore; di questa canzone esiste anche una versione censurata, che De André eseguì più volte dal vivo. Comincia così il confronto che l’impiegato, seppur con 5 anni di ritardo rispetto alla scrittura originale del testo in francese, avrà con i movimenti studenteschi/collettivi, risvegliando in lui la volontà di abbracciare la contestazione sociale di allora, schierandosi apertamente non soltanto contro i poliziotti e i padroni (simboli tangibili di espressione del potere), ma soprattutto contro chi non prese parte, pur potendo, agli scontri di piazza, ritenuti colpevoli agli occhi dell’impiegato di aver direttamente contribuito alla sconfitta delle istanze sociali rivendicate dai movimenti di protesta. È il risveglio della coscienza di un personaggio che, all’interno della sua vita opaca, decide di scagliare il suo attacco al potere, all’ordine costituito. Se fino ad ora la figura dell’impiegato è rimasta sullo sfondo a favore di una canzone che ha portato sotto i riflettori la necessità di una ribellione e di un cambiamento, è nella seconda traccia dell’album che si prende la scena, occupando d’ora in poi sempre il ruolo di protagonista: con La bomba in testa, l’impiegato si interroga sul perché, contrariamente a quanto aveva fatto lui fino a quel momento, alcuni ragazzi poco più giovani di lui, abbiano preso la via della rivolta, quasi certamente condannata alla sconfitta, invece di adagiarsi in una vita volta alla comodità e alla tranquillità. L’impiegato deciderà di sposare sì una posizione di protesta, connotata però da un approccio individualista e violento, scegliendo così di percorrere la via della ribellione singolarmente. Tuttavia, le sue volontà non prenderanno subito la strada dell’azione: nell’immaginare come agire, l’impiegato cade in un sogno, che sarà narrato attraverso tre canzoni, prima di dar seguito alle proprie intenzioni. Il sogno si articola in tre brani di grande caratura, all’interno dei quali l’impiegato dà forma e concretezza al potere descrivendo tre figure della società che, a vario titolo, detengono autorità (e quindi in questo caso anche il potere): il potere borghese, quello paterno e infine quello della magistratura, con un filo conduttore che attraversa e lega tutte le canzoni. Il sogno si apre con la canzone Al ballo mascherato, che descrive l’attacco (che nel sogno andrà a buon fine) ad alcune manifestazioni di potere della società borghese da parte dell’impiegato, con una bomba destinata a far esplodere alcuni personaggi, fra i quali troviamo Cristo, Maria, Dante Alighieri e l’ammiraglio Nelson, fino ad arrivare al padre e alla madre dell’impiegato, primi simboli di potere in cui ci imbattiamo fin dalla nascita, per concludere poi con l’amico che allo stesso impiegato ha insegnato a produrre l’ordigno. Il potere è qui richiamato attraverso alcune figure storicamente esistite, che hanno ispirato la vita dell’impiegato; è il primo grande gesto rivoluzionario che l’impiegato compie autonomamente, seppur all’interno di un sogno. L’esperienza onirica del protagonista continua con Sogno Numero 2, unico brano dell’album interamente recitato dal cantautore genovese su base ritmica, intervallato saltuariamente da parti orchestrali. L’impiegato è adesso davanti ad un giudice, pronto ad essere giudicato dopo ciò che ha compiuto: contrariamente a quanto ci potremmo aspettare, invece di essere giudicato colpevole, il giudice si dimostrerà grato all’impiegato per quanto compiuto. Il potere ha infatti bisogno di rinnovarsi per poter rimanere solido e saldo, ed è proprio l’impiegato stesso che, dopo aver ucciso alcune figure che in passato lo hanno a vario titolo detenuto, è entrato a far parte dei meccanismi del potere, divenendo parte del sistema che credeva di annientare: grazie alla sua sete di potere declinata in giustizia, l’impiegato li ha prima giudicati e poi giustiziati, divenendo adesso lui stesso un simbolo di quel potere contro cui si è scagliato. La terza ed ultima parte del sogno si chiude con Canzone del padre: il giudice del sogno precedente, non ha quindi condannato l’impiegato, ma ha concesso bensì a quest’ultimo la possibilità di scegliere una vita tranquilla, in cui è la mediocrità a fare da padrona. È a questo punto che il sogno si trasforma in un incubo (reso magistralmente anche dal tono cupo e solenne che assume adesso la melodia), tanto da risvegliare il protagonista, non prima però di aver dichiarato al giudice la propria volontà: l’impiegato rinuncerà alla vita piatta e monotona concessagli, e percorrerà adesso, fuori dal sogno, la via della ribellione. Una volta destatosi, è nella canzone il Bombarolo che l’impiegato preparerà il vero attentato, che nelle sue intenzioni, dovrebbe colpire uno dei massimi simboli di espressione del potere: il parlamento. Tuttavia, l’esito dell’attentato non sarà quello desiderato: ad esplodere sarà infatti un “chiosco di giornali”, rivelando tutta l’inadeguatezza del protagonista rispetto al suo piano. Il brano termina con una ripresa musicale dell’introduzione del disco. Una volta arrestato per quanto compiuto, è dal carcere che l’impiegato si rivolgerà alla sua amata, ripercorrendo lo sviluppo della loro storia sentimentale: Verranno a chiederti del nostro amore è una riflessione amara su quel che è stato (ed è adesso) il rapporto tra i due, con la triste constatazione di come la donna amata non abbia resistito al richiamo della società borghese, espressa attraverso la decisione di concedersi subito dopo l’arresto, ad un sistema che potesse mantenerla, su cui avrebbe potuto adagiarsi. Il cd si chiude con Nella mia ora di libertà: è sempre dal carcere che l’impiegato compie la maturazione fra individualismo, che lo ha portato al fallimento del proprio tentativo di ribellione, e lotte collettive, considerate adesso la giusta strada per inseguire le proprie ambizioni di cambiamento. La canzone si apre con la dichiarazione alla rinuncia all’ora d’aria a cui i prigionieri hanno diritto, passando per una riflessione sul fatto che “non ci sono poteri buoni“, per arrivare all’atto conclusivo della canzone (e quindi del cd), che vede la reclusione dei secondini da parte dell’impiegato insieme agli altri prigionieri, volgendo finalmente al plurale un gesto di rivolta, proprio come asserito ed auspicato inizialmente da Canzone del Maggio. Da quest’ultima canzone De André riprenderà, oltre ad alcune parti musicali, l’ultima strofa per chiudere Nella mia ora di libertà: “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti“, è l’ultima frase ripetuta due volte, con cui il cantautore genovese chiude definitivamente il concept album. L’ultima traccia del cd, riprende musicalmente anche alcune parti del brano La bomba in testa

Storia di un impiegato ha una durata di 35′ e 33”. I testi sono di Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio (ad eccezione di Sogno numero 2, scritta da De André e Robertò Dané); le musiche sono di Fabrizio de André e Nicola Piovani. Il produttore è lo stesso Roberto Dané; l’etichetta discografica Produttori Associati. Il tour d’esordio dell’album sarà quello del 1975/1976, l’unico in cui De André eseguirà tutti i brani. 

A cura di Sacha Tellini


La formazione dei musicisti

Fabrizio De André – chitarra, voce 

Silvano Chimenti – chitarra 

Daniele Patucchi – basso 

Bruno Battisti D’Amario – chitarra 

Vincenzo Restuccia – batteria 

Nicola Piovani – pianoforte 

Giorgio Carnini – sintetizzatore 

Antonio Ferrelli – contrabbasso 


Link:

Viadelcampo

Wikipedia

Fabriziodeandré.it


Immagine di copertina: portfolio/storia-di-un-impiegato/ Credit by: http://www.fabriziodeandre.it/  Licenza: CC BY2.0

Sacha Tellini
Sacha Tellini
Nato il 12 Febbario 1991 a Bagno a Ripoli (FI), ho alle spalle una formazione nel mondo della comunicazione: prima ho conseguito la laurea in Comunicazione, Media e Giornalismo presso la facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze, poi ho concluso un Master in Pubblicità Istituzionale, Comunicazione Multimediale e Creazione di Eventi, presso la facoltà di Lettere e Filosofia, sempre a Firenze. Amante della semplicità e animato da un forte spirito di condivisione, mi piace andare alla ricerca di novità che portino curiosità all'interno della mia vita.

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