Sarajevo, Srebrenica, la ex Jugoslavia…ognuno di questi nomi evoca tempi bui in Europa. Tempi di guerra, di massacri e di emergenze umanitarie. Il nome di Ratko Mladić invece ai più dice poco, quasi niente. Eppure, con la sentenza di condanna del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jusoslavia del 22 novembre 2017, il generale Mladić, il macellaio di Bosnia come era stato soprannominato, diventa formalmente il principale responsabile dei più grandi crimini perpetrati in suolo Europeo dopo la Seconda guerra mondiale.

Condannato all’ergastolo per dieci imputazioni su undici proposte dall’accusa, Mladić è stato ritenuto, quale comandante in carica dell’esercito serbo-bosniaco, colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Quasi cinque anni di processo, preceduti tra l’altro da sedici di latitanza, hanno ricostruito dettagliatamente il contributo essenziale del generale alla commissione dei crimini umanitari. Mladić ha operato infatti come esecutore materiale del piano di ricostruzione nazionalista serbo del presidente Milošević. È stato personalmente mandante e pianificatore di tutte le operazioni militari che dal 1992 al 1995 hanno prodotto le tragiche conseguenze che conosciamo.

Il disegno per altro era chiaro! “Dovunque è stato versato del sangue serbo, la terra è serba!” amava ripetere il generale. Il territorio andava epurato da tutti coloro che non avevano posto nella visione della Grande Serbia.

Il bilancio infatti è pesantissimo: almeno centomila morti e più di due milioni di sfollati sono le cifre complessive del conflitto. Tra i morti, ottomila circa sono i civili caduti sotto i rastrellamenti etnici di Srebrenica (all’epoca enclave sotto la protezione dell’ONU). Erano tutti musulmani, tutti di sesso maschile in età da combattimento. Furono brutalmente separati dalle loro donne e anziani, che nel frattempo venivano deportati nei territori sotto il controllo del governo di Sarajevo.

Ma, nonostante la condanna dei maggiori vertici politici e militari (tra cui appunto Mladic e il capo della fazione serbo-croata Radovan Karadžić come punte dell’iceberg), può dirsi che giustizia sia stata fatta? Può considerarsi risolutivo l’approccio della comunità internazionale al problema? Cosa lasciano casi giudiziari come quelli di Ratko Mladić?

La Corte ad hoc dell’Onu con questa ultima condanna può considerare compiuto il compito affidatole. Creata nel 1993 (il primo tribunale penale internazionale dopo Norimberga e Tokyo) il 31 dicembre 2017 cesserà infatti la sua attività, andando a consegnare al Meccanismo per i Tribunali Internazionali tutti i lavori ancora pendenti (a cui probabilmente l’appello di Mladić andrà ad aggiungersi).

I numeri del suo operato sono eloquenti: 161 incriminazioni (tra serbi, croati, musulmani bosniaci e albanesi del Kosovo), 123 arresti e 83 condanne. Durante gli anni, tra investigazioni ed udienze sono state raccolte e prodotte 1,3 milioni di pagine di documenti, prove e testimonianze. I testimoni ascoltati sono stati 4.600 (in maggioranza vittime).

Srebrenica – Credit by: amlwn License: CC BY-NC-SA 2.0

Il problema rimane dunque quello di valutare l’eredità della Corte. Due dichiarazioni colpiscono in particolare per la loro incisività. La prima è quella di Milorad Dodik, presidente della Bosnia-Erzegovina, che ha dichiarato: “Nonostante il verdetto che noi tutti sentiamo come parte della campagna contro i non serbi, Ratko Mladic rimane una leggenda per la Serbia”. L’alto commissario dell’ONU per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, ha d’altro canto definito la sentenza “una importante vittoria per la giustizia” e dichiarato che “Mladic è l’epiteto del male.”

Potrebbe, tuttavia, risultare forse semplicistico voler risolvere problematiche così profonde, solo asportando chirurgicamente le sue manifestazioni più vistose. Appare infatti difficile considerare la persecuzione (indubbiamente necessaria) dei singoli autori di tali crimini da sola come sufficiente, al fine di emendare zone del mondo dal male che hanno subito, ma anche in qualche modo prodotto. Considerare inoltre i singoli “protagonisti” della storia come gli unici artefici delle dinamiche sviluppatesi, potrebbe impedire ad un intero popolo di prendere coscienza delle problematiche che lo hanno condotto nel baratro.

I problemi del resto rimangono immutati, in una ex-Jugoslavia blindata nei suoi equilibri e cristallizzata politicamente dall’ONU, come tale anche incapace di crescere e svilupparsi.

“Giustizia è stata fatta”, dichiarano dall’altro lato del Europa, ma qui prodest?


A cura di Federico Marco


Foto di copertina: Belgrade. Ratko Mladić. Graffiti. Kraljice Nataljie Credit by Juan Carlos García Lorenzo License: CC BY-NC-ND 2.0

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Federico Marco

Nato nel pieno cuore del meridione, ho trascorso la mia infanzia tra antichi paesaggi mediterranei e la biblioteca di casa. Sono uno studente di Giurisprudenza per caso, come metà delle cose migliori che ho fatto nella mia vita. Ho studiato a Padova, città dove adesso vivo, con una parentesi in Germania, nella pittoresca Münster. Ho improntato i miei studi sui diritti umani, il diritto internazionale e la critica del diritto, ma ho sempre amato coltivare i miei interessi per la politologia e le relazioni internazionali. Mi sono negli anni avvicinato alla musica jazz e alla fotografia. Amo tutte le cose a cui bisogna dedicare tempo per conoscerle, siano esse musica, arte, scienza, libri oppure cose meno serie, come la politica.
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Federico Marco

Nato nel pieno cuore del meridione, ho trascorso la mia infanzia tra antichi paesaggi mediterranei e la biblioteca di casa. Sono uno studente di Giurisprudenza per caso, come metà delle cose migliori che ho fatto nella mia vita. Ho studiato a Padova, città dove adesso vivo, con una parentesi in Germania, nella pittoresca Münster. Ho improntato i miei studi sui diritti umani, il diritto internazionale e la critica del diritto, ma ho sempre amato coltivare i miei interessi per la politologia e le relazioni internazionali. Mi sono negli anni avvicinato alla musica jazz e alla fotografia. Amo tutte le cose a cui bisogna dedicare tempo per conoscerle, siano esse musica, arte, scienza, libri oppure cose meno serie, come la politica.
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